mercoledì 21 gennaio 2009
Uruk Ar - di Enrico Romano, Sergio Vasquez, Dario Scognamiglio
giovedì 8 gennaio 2009
I due comitati
E' bene precisare che si tratta di un parto della mia immaginazione, pura fantasia, per cui ogni riferimento a fatti, persone, eventi e bla bla bla, è puramente casuale.
Buona lettura
I due comitati
SuorDidola prese posto per ultima attorno alla grande tavola, al centro dell’ampio salone del castello di famiglia. Il locale era disadorno, essenziale, illuminato dalla luce fioca di poche candele, alcune consumate da tempo, e un paio di fiaccole sulle pareti più ampie della sala rettangolare. Polvere e ragnatele raccontavano la storia di un casato ormai decaduto, così come la totale assenza di mobilia. Eccezion fatta per quell’enorme tavola rotonda, che un tempo aveva visto riunirsi valorosi cavalieri ed importanti esponenti del clero e della nobiltà e al cui centro, oggi, troneggiava un simbolo scolpito nel legno di ciliegio, e dipinto col sangue dei numerosi coraggiosi:”C1”.
SuorDidola studiò il silenzio aleggiante per la sala. Pendevano dalle sue labbra; ne era consapevole e vezzosamente prolungava l’attesa, sistemandosi meglio sulla sedia o incontrando gli sguardi trepidanti degli altri convenuti. Il più nervoso di tutti sembrava Gius, che si mordicchiava febbrilmente le unghie sperando di infrangere l’insopportabile silenzio che sembrava opprimerlo.
Finalmente, SuorDidola prese la parola:
«Non ha funzionato. Il comitato di Mirtilla esiste ancora. Pare stia facendo addirittura nuovi proseliti» - il nervosismo di Gius sembrò aumentare – «non è colpa tua. Abbiamo provato ad usarti ma non ha funzionato, e tu ne sei uscito abbastanza pulito» – si affrettò a tranquillizzarlo SuorDidola.
Gohan sembrava cadere dalle nuvole. Cercò prima lo sguardo di Gius, che però aveva ormai divorato le prime tre dita della mano sinistra e fissava sgomento la pozza di sangue ai suoi piedi, poi quello di SuorDidola. Seguendo lo sguardo di lei, si accorse che nell’ombra, in un angolo della grande sala, c’era qualcuno…immobile, le braccia al sen conserte, scrutava i convenuti senza proferire parola. Era una figura maschile, vestita di scuro con il volto nascosto da un ampio cappuccio che, complice il buio della sala, ne rendeva imperscrutabili i lineamenti. Gohan scoprì di essere inquietato da quella figura.
SuorDidola non si lasciò sfuggire lo sgomento dell’amico, e riprese la parola:«Gohan, vedo che cadi dalle nuvole. Dovresti frequentare più assiduamente l’altro forum. Abbiamo tentato prima attraverso la calunnia…poi con una sagace attività di spionaggio…ma niente. Il comitato è ancora in piedi. Purtroppo gode del sostegno di personaggi pericolosi, nemici dalle armi affilate…come quel maledetto Picard!».
In quel mentre, un urlo agghiacciante, proveniente dai sotterranei del castello, gelò il sangue nelle vene degli astanti. SuorDidola, tuttavia, non ne sembrò turbata, e proseguì:
«E poi quella str… di Luna, quella disgr…di Ginevra, e soprattutto quella…quella…quella non so cosa di Lorina! Quella poi la odio! Quella str…quella maled…quella zocc…»
– Gohan strabuzzò gli occhi – «ehm, scusate» – aggiunse subito SuorDidola, passandosi una mano tra i capelli – «sapete bene che odio le volgarità, così come le polemiche sterili. Io, come voi tutti, sono interessata solo alle assunzioni…».
Gius, che ormai aveva un moncherino al posto della mano, non poté non notare i polpastrelli usurati di SuorDidola. Anni di arrampicata sugli specchi ne avevano consumato la pelle ad un punto tale da non avere più impronte digitali. Di contro, la perizia in questa disciplina le aveva consentito di uscire indenne da situazioni quantomeno imbarazzanti.
SuorDidola riuscì a dominarsi, e riprese il discorso:
«ho mandato contro Picard…» – altro urlo bestiale dai sotterranei… - «il mio uomo migliore. Abbattuto il capitano, sarebbe stato più facile sfondare le deboli resistenze di quella specie di comitato. Ma nonostante l’ottimo lavoro svolto dal mio mercenario, Pic…il capitano regge ancora. A questo proposito, voglio presentarvi il sicario di cui sto parlando. Signori, lui è Ciucco!».
Dall’ombra, emerse la figura incappucciata che tanto timore instillava in Gohan. SuorDidola si alzò e lo raggiunse, accarezzandogli con tenerezza una spalla. Ciucco non rispose al gesto, né proferì parola. Dal cappuccio proveniva soltanto un respiro pesante, opprimente. SuorDidola mostrò orgogliosa ai convenuti il suo allievo:
«Lui è uno di noi. E’ Darth Ciucco, il mio Sith personale. In lui la dialettica scorre vigorosa…grazie ai suoi servigi porteremo lo scompiglio nel comitato di Mirtilla, e mostreremo loro il lato oscuro del DAP!».
Brividi di terrore percorsero le schiene degli astanti.
SuorDidola assaporò con soddisfazione l’effetto che aveva suscitato l’apparizione del suo gioiello. Cresciuto come buffone di corte presso un importante casato, aveva sviluppato una sottile arte oratoria, fatta di battute pungenti e sagaci allusioni. Dopo aver rischiato la morte per eccesso di autoerotismo, SuorDidola lo aveva salvato, e pian piano ne aveva fortificato spirito e corpo, trasformandolo in Darth Ciucco. La nobile decaduta volle dare a tutti una dimostrazione delle sue illimitate capacità:
«Adesso, mio giovane allievo, mostra a tutti ciò di cui sei capace. Mostra a tutti la tua imbattibile dialettica!».
L’inquietante sagoma di Ciucco si portò al centro dell’ampia sala. Faticosamente, riuscì a dominare il suo respiro asmatico e stregò l’uditorio:
«Cacca! Pisello! Tette e mano destra!».
SuorDidola gongolò:«che ironia! Che incredibile proprietà di linguaggio! Continua Ciucco, continua!»
«Merda…ehm…uh…doppio pisello…e poi vaffanculo, e pippe, e scorreggione! Mano destra, mano amica, Federica…si! Federica! Oh, mia Fed…»
SuorDidola lo fermò giusto in tempo:«Calmati Ciucco…ora basta. Ricordi come sei finito l’ultima volta? Non potresti sopravvivere ad un altro intervento».
Ciucco riuscì a mantenere il controllo. Ancora immobile al centro della sala, riprese a respirare come un materassino gonfiabile.
Gli altri aspiranti educatori erano rimasti poco convinti dalla performance di Ciucco. Forse non tutti erano in grado di capire e, dunque, apprezzare la sua arte oratoria.
SuorDidola, esperta manipolatrice di esseri umani, intuì gli umori della folla. Ma non era preoccupata, sapeva di avere ancora un asso nella manica per non perdere la fiducia dei suoi accoliti.
«Adesso però» – disse improvvisamente – «non è più tempo di astuzie e schermaglie verbali. E’ il momento di un attacco frontale. Libereremo il Balrog!»
Il timore si trasformò presto in terrore. Ma SuorDidola questa volta non volle assecondare le paure dei suoi; questa volta, li avrebbe scioccati:
«Tutti insieme…evochiamo il Balrog»
I convenuti - pur timorosi - si alzarono in piedi, si unirono in una catena circolare stringendosi le mani (tranne Gius che dovette offrire un gomito) e cominciarono a gridare all’unisono:
«Picard è bello…Picard è sposato…Picard è un vero amico…Picard è…» – non poterono completare il rituale. Urla strazianti arrivarono dai sotterranei, coprendo persino l’insopportabile respiro di Ciucco. Il Balrog spezzò le catene che lo immobilizzavano, e avanzò fino al grande salone. Sfondò la porta con un calcio e si portò furente al centro della grande sala, liberandosi con una spallata dell’asmatico Sith. La lunga chioma bionda incorniciava un volto feroce, dove gli scintillanti occhi azzurri promettevano - agli sventurati che ne fossero stati rapiti - atroci sofferenze, e le labbra tumide si chiudevano in un ricciolo crudele.
SuorDidola la accolse con un sorriso:«Ben arrivata, Vanesias». La vichinga siciliana schiumava rabbia; il petto ansimante si contraeva ad un ritmo spasmodico, e solo con un notevole sforzo riuscì a dominare gli istinti bellicosi caratterizzanti la sua natura di Berserk, e a parlare in maniera comprensibile:”dovv’e Piccard”. Questo era il massimo del comprensibile cui poteva aspirare Vanesias. Anni di lotte sanguinarie e battaglie civili non le avevano lasciato il tempo per approfondire le basi della sua lingua madre. Preferibilmente si esprimeva a gesti (gestacci, per la precisione), o arrivava direttamente alle mani.
«Vanesias, per ora lascia stare Picard. Devi telefonare a Mirtilla. Dovete stipulare un finto accordo…in questo modo, arriveremo a conoscere i suoi segreti e potremo finalmente spiattellarli sul forum…ahahahahahahaah!» – SuorDidola si lasciò andare ad una risata satanica che fece tremare le tenui fiammelle delle candele. Né Ciucco né Vanesias potevano incutere il timore che instillava SuorDidola negli altri quando mostrava la sua vera natura. Le pupille ardevano di un fuoco innaturale, e la sua ombra proiettata lungo le pareti della sala ricordava inequivocabilmente quella di Belzebù. Ciucco si strinse nel mantello, ma in questo modo acuì i suoi problemi di asma beccandosi uno sguardo di rimprovero dal Berserk siciliano.
SuorDidola frugò nelle tasche, ne trasse un telefono cellulare e lo offrì a Vanesias:
«Purtroppo non c’è il vivavoce» – disse – «il numero è memorizzato. Mi raccomando, Vanesias, adesso contiamo sulla tua arte oratoria».
«Nno ti peroccupare» – rispose lei con prontezza.
Telefonarono. Ma Mirtilla aveva il telefono spento, e scattò la sua segreteria telefonica:
«Ciao, sono Mirtilla…ora non posso rispondere. Se vuoi lasciare un messaggio, scrivi a rossi.educatore. Se invece vuoi essere richiamato, manda una mail a rossi.educatore. Se hai sbagliato numero…manda un messaggio di protesta a rossi.educatore. Ecco…adesso hai sonno, tanto sonno…quando ti sveglierai, avrai voglia di scrivere a rossi.educatore!».
Vanesias tuttavia non capì subito che aveva a che fare con una segreteria telefonica:
«Ciauzzzzzzzzz! Mirtilla, sono Vanesias, volessi parlarti. Ciauzzz!!! Oddio oddio come odio l’ipocrisia, che ci vuoi fare, così e la vita. Gohan dove sei???????????»
«Sono qui Vanesias» – rispose ingenuamente Gohan, subito zittito da SuorDidola:«E’ un intercalare…non interromperla!»
Dopo 15 “Ciauzzzzz”, SuorDidola intuì che qualcosa non andava. Strappò l’apparecchio di mano al Berserk e interruppe la telefonata:«ti rendi conto che hai lasciato un messaggio di dieci minuti nella sua segreteria? Dovevi solo attaccare e richiamare successivamente. E poi cosa c’entravano quelle chiacchiere sul Bertolini, Picard che non è sposato e le inadempienze degli educatori? Vanesias, devi seguire il copione che io ti ho scritto! Guarda che così come ti ho creata posso distruggerti».
Il Berserk cominciò a fissare il vuoto, cercando di trovare un senso nelle parole di SuorDidola.
Dal canto suo, la nobile decaduta cominciò a temere che sarebbe necessariamente toccato a lei esporsi. Detestava rischiare in prima persona. In tanti anni, pur tramando e ordendo i più complessi intrighi, era sempre riuscita a mantenere una facciata rispettabile. Se avessero scoperto il suo gioco, avrebbe dovuto esibirsi in un’arrampicata libera sugli specchi che neanche Manolo avrebbe osato.
Guardò speranzosa verso il suo Sith:«Ciucco…mio giovane allievo…vuoi provare tu?»
Forte del suo acume, l’ex giullare si fece avanti spavaldo.
SuorDidola però non voleva correre altri rischi:«Prima però dobbiamo provare. Bisogna dire così…ciao Mirtilla…ho trovato il tuo telefono spento, potresti essere così gentile da richiamarmi a questo numero? Sarei molto interessato ad aderire al tuo comitato, e quindi vorrei essere messo al corrente delle vostre iniziative…grazie, ciao!...chiaro? Adesso prova tu».
Ciucco tentò:«Ciao Mirtilla…ho trovato il tuo pisello spento…che fai stai facendo cacca? Uh Uh…potresti essere così gentile da richiamarmi a questo numero? Sarei molto masturbato ad aderire al tuo comitato…ci sono molte tettone? Ih..Ih…, e quindi vorrei essere messo a pecora…beeeehh! Beeeeeh! Vorrei essere messo al corrente delle vostre iniziative…grazie, ciao!»
SuorDidola sapeva che non avrebbe potuto pretendere di più, e si decise ad affidarsi al suo Sith.
Ciucco telefonò; resistette stoicamente all’ipnotico messaggio di Mirtilla, ripassò rapidamente le frasi da dire, ma quando arrivò il momento…quando sentì la frase “lasciate un messaggio dopo il beeep!” non poté resistere. Anni di goliardia idiota lo avevano condizionato a un punto da non essere più padrone delle sue azioni. Dopo il beep, fu costretto a produrre una roboante pernacchia.
mercoledì 31 ottobre 2007
Presentazione "Cercatore"

Ieri, 30-10-2007, presso la Libreria Edicolè ho presentato, ad oltre un anno dalla pubblicazione (ho molti impegni...) il mio libro "Il Cercatore".
In tutta franchezza non eravamo moltissimi; una quindicina di persone, fondamentalmente legate da un vincolo di amicizia. Però è stata una bella serata, in cui si è discusso di letteratura fantasy, role playing e psicodramma...
Ne approfitto per ringraziare chi è intervenuto, così come chi non ha potuto ma ci ha provato.
Ringrazio in particolare la mia fidanzata, la sua bellissima sorella, i miei amici-relatori-compagni di scrittura, il sardonico mecenate e tutti gli altri amici. Da chi ha avuto la cortesia di leggere alcuni brani del mio libro, a chi è intervenuto nella discussione, fino a chi ha approfittato dell'occasione per fare incetta di libri fantasy. Potrei fare i nomi ma non voglio rischiare querele (qualcuno potrebbe trovare lesivo della propria dignità far sapere in giro di essere venuto alla presentazione del mio libro).
Infine, piccola soddisfazione per i trafiletti su Repubblica (come da immagine), Il Mattino, Leggo e, presumo, altri quotidiani.
Presto io e miei amici relatori, spero, avremo un altro libro da proporre.
lunedì 17 settembre 2007
Lettera di Licia Troisi
Dunque, ho finito stamane il tuo libro. Allora, complessivamente mi è piaciuto, è un buon lavoro. Innanzitutto i quattro racconti hanno trame ben condotte: non hai idea di quante cose abbia letto prive di trama e confusionarie, senza uno svolgimento preciso. I tuoi racconti sono invece lineari e hanno una storia, una cosa assolutamente importantissima. Un po’ meno limpido è Il Risveglio del Demone, che forse io avrei piazzato all’inizio della raccolta, come introduzione, proprio perché funge più da presentazione del personaggio che altro.
I personaggi hanno buone caratterizzazioni, pur nella brevità dei racconti, segno che hai il dono della sintesi e sai farne buon uso. Ho trovato solo un po’ oscuro il ladro con cui Seth ha a che fare nel primo racconto (perdona, non ho il libro sottomano e non ricordo bene titoli e nomi); il rapporto tra i due resta un po’ irrisolto. Si, ok, il ladro non cerca di scappare perché ha paura di Seth, però, non so, in fin dei conti è disperato, se resta con Seth lo attende la morte, sicuro che non rischierebbe il tutto per tutto?
Molto buono il linguaggio, soprattutto nei dialoghi. Belli spigliati, molto “parlati”. Ho trovato anche le descrizioni buone e soprattutto messe al punto giusto.
L’appunto principale che mi sento di farti è che dalla tua scrittura emerge una certa algidezza. Dovresti cercare di rendere il tuo modo di scrivere un po’ più appassionato, o certe descrizioni restano su carta, senza riuscire a rendere l’atmosfera e a coinvolgere il lettore.
Un discorso a parte merita l’ultimo racconto, che, ti confesso, mi è piaciuto un sacco. Innanzitutto il circo non è un’ambientazione proprio da fantasy classico, poi il modo in cui hai saputo tratteggiare la figura del banditore del circo (Eresia, giusto?) è molto, molto interessante. Le riflessioni che fai sono intriganti, l’idea di base molto interessante, lo sviluppo molto buono. E’ un racconto fantasy davvero atipico, e anche Seth qui appare più vibrante, vero ed umano.
Insomma, complimenti, a me il tutto è piaciuto. Hai mai provato a cimentarti con qualcosa di più lungo di un racconto? Seth secondo me ha le potenzialità per diventare un buon protagonista di un libro. Fossi in te ci proverei…
Grazie ancora per il libro e a presto
Licia
lunedì 27 agosto 2007
Sulla vera natura della mia relazione e complicità con il Casuario del Bioparco di Roma
con questa lettera spero di riuscire a chiarire una volta per tutte, almeno a te, la reale natura del rapporto di complicità che ha legato, per una breve fase della mia vita, il mio destino a quello del Casuario del Bioparco di Roma.
Si è molto discusso su questo argomento, e in molti, compreso il consulente che avrebbe dovuto assumere la mia difesa, hanno preferito parlare di una mia “schizofrenia”, scegliendo la soluzione più semplice, piuttosto che doversi confrontare con una realtà scomoda per loro. Non nego di aver in parte cavalcato questa situazione, trovando degli innegabili vantaggi nel fatto di passare per folle, ma con te non voglio avere alcun segreto. Ti dirò tutto:
Come sai, nel periodo di cui ti parlo, ero piuttosto infelice. La prolungata disoccupazione mi aveva gettato in uno stato di depressione, in cui non riuscivo più ad individuare una mia “identità”, quella rappresentazione di te stesso che soltanto il lavoro può darti, e che è strumento inalienabile per ottenere quella dignità sociale cui tutti, in modo diverso, aneliamo. Decisi da andare a trovare mio fratello e mia cognata, a Roma, e di passare un po’ di tempo con loro. Ero certo che trovarmi tra persone amiche, che avevano vissuto momenti difficili come me, mi avrebbe aiutato ad essere più sereno. Decidemmo di passare il sabato al Bioparco, che da tempo desideravo visitare.
Non ne rimasi deluso; le tigri, un po’ strette nello spazio a loro attribuito, erano maestose e affascinanti come sempre; le scimmie esilaranti, i licaoni inquietanti, gli orsi buffi e spaventosi allo stesso tempo. Una giornata meravigliosa. In un paio di occasioni, alcuni animali mi si erano avvicinati, nei limiti del possibile, e mia cognata, stupita e divertita dalla situazione, mi paragonò addirittura a San Francesco. Scherzando in questo modo, passammo accanto alla gabbia del Casuario, un uccello di notevoli dimensioni che, a causa delle sue proporzioni, come lo struzzo, non può volare. Sembrava un enorme gallinaceo variopinto. Ad un tratto, un passerotto venne a posarsi su un ramo tra me e la gabbia del Casuario. Mia cognata rise della cosa, e mi paragonò nuovamente al Santo; scherzosamente, allungai il braccio verso l’uccellino, e questi ci saltò sopra, come fosse il suo trespolo. Mio fratello cercò la macchina fotografica per immortalare quel momento curioso, ma il volatile, probabilmente spazientito dalla lentezza dell’operazione, volò via e, incautamente, attraversò la gabbia del Casuario; fu un attimo, e quell’enorme pennuto afferrò al volo il suo più piccolo parente, deglutendolo subito dopo come una nocciolina. Rimanemmo tutti di sasso. Mio fratello e la moglie presero spunto dall’episodio per una discussione sul vero volto della tanto declamata “natura”, ma io notai qualcosa che a loro era sfuggita. Subito dopo aver ingerito il piccolo uccello, il Casuario si voltò verso di me, dapprima guardandomi in tralice, poi fissandomi. Non impiegai molto a capire cosa stava cercando di comunicarmi; mi stava ringraziando, certo, avendo pensato che il mio fosse un omaggio volontario, ma c’era anche qualcosa di più. Mi stava chiedendo una collaborazione, una complicità! Aveva capito che insieme, grazie al mio potere e alla sua rapidità, avremmo potuto essere un’ottima squadra.
La notte non riuscii a prendere sonno. Non avevo nulla da guadagnare da un accordo simile, e non mi sembrava neanche molto etico. Tuttavia, avrei finalmente ottenuto ciò che cercavo: un ruolo! Mi resi conto che dovevo ringraziare il destino se, quel giorno, la mia strada aveva incrociato quella del Casuario, e alla fine presi la mia decisione.
Il giorno successivo tornai al Bioparco, e raggiunsi la gabbia del Casuario. Mi accolse senza particolari entusiasmi, come se fosse stato certo che avrei accettato la sua offerta; non posso negare che fui affascinato dalla personalità di quel meraviglioso uccello. Dopo qualche minuto che mi trovavo lì, un passerotto venne a posarsi vicino a me. Non salì sul mio dito, forse leggendo nel mio sguardo la mia segreta intenzione, e fui costretto a spingerlo deliberatamente verso la gabbia. Fu un attimo, e il Casuario inghiottì il malcapitato volatile. Tornai a casa soddisfatto; avevo fatto bene il mio lavoro, e mi ero guadagnato la stima del Casuario.
La tresca proseguì per diverso tempo, finché le pretese del mio compagno cominciarono a farsi più pressanti. Pretendeva due pasti al giorno, e gli uccelli non gli bastavano più. Topi, piccoli di gatto, persino rettili, il Casuario divorava tutto con incredibile ingordigia. Ma un giorno mi resi conto che il nostro sodalizio doveva interrompersi. Come al solito ero appoggiato alla ringhiera vicino la sua gabbia, in attesa di una preda da sacrificare, quando una coppia di giovani sposi si accostò a noi. La donna spingeva un carrozzino, con un bambino che poteva avere al massimo un paio di anni. - «guarda!» - disse la donna, rivolgendosi al pargolo - «uno struzzo!». Mi voltai divertito verso il Casuario, per condividere con lui la comicità della situazione, ma quando incrociai il suo sguardo rimasi pietrificato. Con gli occhi iniettati di sangue, cercava di impormi la sua personalità, come per dominarmi prima di una richiesta che, doveva averlo immaginato, avrebbe prodotto in me delle forti resistenze. Cos’era che voleva davvero? Nutrirsi delle tenere carni di un bambino umano, o soltanto ottenere da me una prova di fedeltà superiore, come Dio che chiede ad Abramo di sacrificare Isacco? Avrebbe fermato la mia mano all’ultimo istante? Non lo saprò mai, perché trovai la forza di resistergli, di rifiutarmi. Il Casuario rimase allibito, io stesso non potevo credere di essere davvero riuscito a svincolarmi dalla morsa di quella personalità dispotica e totalizzante, e in un attimo mi resi conto di fin dove mi ero spinto per assecondare quell’uccello scellerato. Corsi via coprendomi il volto con le mani per la vergogna; umiliato, si, ma deciso a fare giustizia, pronto a denunciare il Casuario, assumendomi tutte le responsabilità del caso.
Tuttavia, il Casuario deve essere riuscito ad abbindolare gli inquirenti con qualche menzogna, poiché, dal momento della mia confessione, non ho trovato un momento di pace, e sembra quasi che l’unico responsabile di tutto quanto sia avvenuto sia soltanto io. Capisci? Come se la responsabilità fosse solo mia! Comunque non disperare, sono certo che riuscirò, prima o poi, a far venire a galla la verità. Tuo affezionato
Dario
mercoledì 15 agosto 2007
Il mio amico Marco
Marco era un bravo calciatore, forse un po’ troppo esile per i suoi 16 anni, ma con una buona tecnica di palleggio e un’ottima visione di gioco. Per l’incontro contro il Borgovasto, il Mister lo aveva schierato fin dall’inizio, a ridosso delle punte, sperando in un suo guizzo che potesse mettere improvvisamente in difficoltà la difesa avversaria; purtroppo, però, Marco non era in una delle sue giornate migliori, e, complice anche il caldo afoso, sembrava piuttosto fermo sulle gambe. Alla mezz’ora, tuttavia, riuscì a controllare con uno stop da manuale un cross proveniente dalla sinistra; mise la palla a terra e dribblò subito un avversario, portandosi al vertice dell’aria piccola. Stava per tirare, ma un difensore lo strattonò per la maglia, impedendogli di battere a rete. Marco si voltò verso l’arbitro, e lo vide correre verso di lui indicando il dischetto: calcio di rigore! I compagni lo festeggiarono, ma Marco cercò di restare concentrato; toccava a lui battere. Era l’occasione per rifarsi della prestazione scadente, e per portare in vantaggio la squadra. Il mio amico sistemò lentamente la palla sul dischetto, poi fece qualche passo indietro per prendere la rincorsa. Evitò di guardare il portiere negli occhi; sapeva che avrebbe cercato di innervosirlo. Si concentrò sulla porta, partì lentamente, al trotto, ancora indeciso su dove tirare… poi vide un movimento del portiere, che si piegava verso la propria destra… allora colpì di collo pieno mirando nella direzione opposta e … goal! Marco urlò come un forsennato: “Goal! Goal! Goaalll!!”. Sollevò le braccia al cielo in segno di gioia e cominciò a correre verso gli spalti. Ma l’arbitro lo gelò:”annullato!”. Marco era incredulo; accennò ad una protesta, e cercò solidarietà nei compagni di squadra, ma tutti sembravano volerlo incenerire con lo sguardo. Marco non riusciva a capire cosa fosse successo; in un silenzio irreale, si avvicinò all’arbitro e biascicò:”ma…perché?”. Il direttore di gara lo squadrò da capo a piedi, poi gli rispose:”perché mi stai sulle palle!”. Marco non ebbe neanche il tempo di stupirsi, che all’improvviso tutto lo stadio scoppiò in una fragorosa risata; come facevano ad aver sentito? Entrambe le tifoserie cominciarono ad ingiuriarlo, e come dal nulla apparvero striscioni con su scritto “Marco sei un coglione”. Il mio amico fu preso dall’agitazione; era troppo reale per trattarsi di un sogno, troppo ben ingegnato per essere uno scherzo… che diavolo stava succedendo? I compagni cominciarono a non passargli la palla di proposito, e gli avversari lo irridevano continuamente senza che l’arbitro accennasse ad intervenire. Preso dal panico cominciò a correre a vuoto per tutta la lunghezza del campo, fino ad inciampare nell’erba, molto lontano dal pallone, ma l’arbitro fermò ugualmente il gioco ed estrasse il cartellino giallo. L’ilarità sugli spalti era ormai incontenibile. Oggetti di tutti i tipi cominciarono a volare sul campo, mirati a colpire il mio povero amico, immobile, accasciato sulle ginocchia, in mezzo al prato.
Marco non riusciva più a trattenere le lacrime. Guardò verso la panchina implorando con lo sguardo la sostituzione, ma l’allenatore lo degnò appena di uno sguardo e tornò subito a concentrarsi sulla partita. Marco, preso dalla disperazione, chiuse gli occhi, con una tale energia da sentire pulsare le tempie; desiderò di sparire, di essere risucchiato dal campo di gioco… e sparì. Improvvisamente, come un battito di ciglia, inghiottito dalla sua stessa vergogna. Ma la sua squadra, giocando con un uomo in meno per il resto dell’incontro, fu sconfitta per due reti a zero.
lunedì 13 agosto 2007
Il Colloquio
Era dunque con lo spirito afflitto dalla delusione e con i boxer che mi segavano l’inguine che mi apprestavo a sostenere l’ennesimo colloquio. Lessi ancora il nome dell’agenzia sulla lista che mi ero preparato la sera precedente: “Agenzia superyoung dynamic wonderful work: cerchiamo giovani dinamici, freschi, motivati per un lavoro agile e comodo. Corso di formazione, assunzione garantita, ottimi guadagni”. Qualcosa mi diceva che sarebbe stato un altro buco nell’acqua. Ad ogni modo, pensai, dovevo mostrarmi positivo, e cominciai a ripassare mentalmente tutte le tattiche che avevo imparato per impressionare i selezionatori. Armato di buona volontà e di un affilato pugnale per suicidarmi in caso di un ulteriore fallimento, varcai la soglia dell’ennesimo grattacielo, spinsi il dito sul pulsante dell’ascensore e raggiunsi il dodicesimo piano. Trovai la sede dell’agenzia e bussai con disinvoltura al campanello; una bruna tutta curve con un’abbronzatura perfetta mi aprì elargendomi un sorriso suadente e allungando la mano per salutarmi; strinsi energicamente la mano che mi veniva offerta ricordando che per non fare la figura del rammollito era necessario far sentire il proprio vigore anche attraverso quel semplice saluto. Quando lei emise un piccolo gemito di dolore mi resi conto che stavo esagerando e lasciai la presa; «mi scusi», mi giustificai, con un sorriso appena abbozzato da duro che non riesce a trattenere la propria incontenibile energia, ma dicendo la parola “scusi” lasciai partire un proiettile di saliva che si schiantò violentemente sul suo zigomo sinistro; facemmo entrambi finta di nulla, e mi fece accomodare in una piccola stanzetta che sembrava la sala d’attesa di un dentista. Cominciai a sfogliare distrattamente un’interessantissima rivista dove intervistavano alcuni giovani che “ce l’avevano fatta!” mentre posavano facendo il gesto di Fonzie, quando fui chiamato dalla signorina di prima che nel frattempo si era asciugata la guancia:«prego», disse, e mi indicò una porta alle sue spalle; dietro una scrivania, impegnato a sfogliare il curriculum che avevo consegnato alla segretaria, c’era un giovane più o meno della mia età, elegantemente vestito e con un taglio di capelli ripugnante che, non appena mi vide, si alzò e mi strinse la mano con un’energia tale che stavolta fui io a gemere di dolore; ovviamente per raggiungere una stretta del genere doveva aver passato molto tempo in palestra, oppure a stringere mani, o a masturbarsi, fatto sta che stavolta riuscii ad evitare di sputare e sorridendo come solo un giovane dinamico e vincente può fare mi sedetti di fronte a lui. Il selezionatore riprese tra le mani il mio curriculum e cominciò:«Allora Dario» - esordì, passando improvvisamente al “tu” - «come mai una laurea in filosofia?» - ormai sapevo quale risposta dare a questo tipo di domanda - «mi piacciono le sfide!» - il manichino mi guardò con soddisfazione - «vedo che hai lavorato nel terzo settore, ti piace aiutare gli altri?» - «mi piace vederli soffrire» - scherzai, ma ammiccando leggermente; il selezionatore mi lanciò un’occhiatina complice e proseguì - «parliamo di te; come ti definiresti? Polemico, accomodante, indipendente…» - «accomodante!» - risposi secco - «con tendenza all’ottusità…» - «cosa significa per te avere successo?» - continuò - «preferisci uno stipendio sicuro o un lavoro dinamico?» - «ovviamente un lavoro dinamico, lo stipendio fisso è una tale noia!» - «bene Dario» - concluse - «penso che noi due andremo molto d’accordo. Il colloquio è stato molto positivo, penso che da lunedì potremmo partire con una settimana di prova…» - sembrava fatta, ma a quel punto commisi un errore fatale; mi alzai e, al culmine della felicità, allungai la mano per ringraziarlo. Un errore imperdonabile! Avevo ormai imparato che non bisogna mai dare l’impressione di aver bisogno di un lavoro, ma di accettarlo come una prospettiva interessante; l’esperto osservatore se ne avvide subito e aggrottò la fronte:«come mai tanto entusiasmo?» - chiese - «hai forse bisogno di questo lavoro?» - «no!» - sparai subito - «per me è solo un interessante possibilità» - il manichino mi guardò sospettoso - «la tua reazione sembra confermare i miei dubbi. Ammettilo, Dario, tu hai bisogno di lavorare» - sentii che una goccia di sudore cominciava a scivolarmi lungo la fronte - «le assicuro, a me di questo lavoro non me ne frega niente!» - «tu vuoi lavorare! Vuoi i nostri soldi!» - «no! I soldi mi interessano ancora meno! Le giuro che sono venuto solo per perdere il mio tempo!» - il selezionatore non sembrava convinto - «anzi» - proseguii ormai in un bagno di sudore - «questo lavoro mi fa proprio schifo! Le giuro! Cosa devo fare per dimostrarglielo?» - «lo rifiuti!» - «Allora lo rifiuto! Non voglio questo lavoro». Il manichino sembrò tranquillizzarsi a queste parole - «forse stai dicendo la verità. Vediamo…quanto vorresti guadagnare?» - «non credo spetti al dipendente scegliere quanto guadagnare» - un lieve sorriso mi fece intuire che avevo riacquistato qualche possibilità - «bene, forse ti avevo giudicato male, sei un giovane in gamba!» - ormai ero talmente sudato che il deodorante cominciava a scivolarmi lungo la schiena. Ancora una volta, lo sguardo severo del selezionatore si posò su di me:«agitato? Come mai? Un po’ d’insicurezza? Emozionato forse?» - «chi io? Sono troppo ottuso per emozionarmi!» - «eh, no!» - rispose il dannato - «a me sembra proprio in preda ad una forte emozione» - sentivo che dovevo cavarmela in qualche modo - «forse do questa impressione» - biascicai, cercando di apparire più insulso possibile - «ma le assicuro che io non mi emoziono mai, sono quasi un vegetale!» - «un vegetale eh? Non è un po’ presuntuoso?» - «no! Cioè, forse…non lo so, ma gli amici mi chiamano “barbabietola”!» - «giuri!» - «giuro! A volte anche “sedano”» - forse esagerai un po’, perché mi accorsi dalla sua espressione che l’avevo sparata troppo grossa; per fortuna, riuscii a correggere subito il tiro:«ma i miei amici mi vogliono molto bene!». Ancora una volta sentii di aver recuperato in zona Cesarini. Mi accorsi di avere un aspetto disgustoso specchiandomi nella pozzanghera di sudore che si era formata ai miei piedi; non vedevo l’ora di andarmene, ero al limite della tensione nervosa. Ma il selezionatore doveva sospettare ancora qualcosa, perché non si decideva a lasciarmi andare; continuava a giocherellare con la penna facendola rotolare aritmicamente lungo la scrivania, pensando a una domanda risolutiva, che avrebbe chiarito definitivamente se io fossi adatto o meno a quel lavoro. Maledetto! Non dimenticherò mai quel momento; mi guardò dritto negli occhi e mi chiese con la massima serietà:«Bene Dario. Ho deciso che sei adatto allo scopo; ora abbiamo due possibilità: un posto come segretario, con un contratto a tempo indeterminato e paga sindacale, o un bel contratto di collaborazione coordinata e continuativa, con mansioni di senior - public - sensational operator, con ottime possibilità di carriera… verso cosa sei orientato?». Pensai subito all’ennesimo test, e sapevo anche cosa avrei dovuto rispondere; tuttavia, il suo sorriso rassicurante mi fece pensare che forse era una proposta autentica; e in tal caso, avrei senz’altro optato per la prima ipotesi. Ma se fosse stata una prova? A questo punto non avevo più liquidi in corpo, e cominciai a sudare sangue come in un’apparizione mariana… alla fine presi la mia decisione, rischiare il tutto per tutto: prova o meno, se c’era anche una vaga possibilità di ottenere il posto fisso, io dovevo rischiare: «sarei orientato verso il segretariato…» - «lo sapevo!» - balzò letteralmente dalla sedia - «tu hai bisogno di lavorare!» - quest’ennesima aggressione ebbe il potere di farmi saltare i nervi - «e va bene! Si! Ho bisogno di lavorare, e voglio un cazzo di stipendio!» - «Fuori!» - urlò il manichino rosso dalla rabbia - «Fuori di qui!» - la bellissima ragazza di poco prima si precipitò nella stanza digrignando i denti e mi intimò di imboccare l’uscita. Cercai di guadagnare tempo per dire altre due paroline al manichino, ma la ragazza, cercando di fermarmi, scivolò nella pozzanghera di sudore e sangue; allungai subito la mano per aiutarla, ma lei continuava a fissare quella pozza di liquido informe senza rispondere; quando finalmente si voltò verso di me, con lo sguardo furente, riuscii a biascicare appena un:«mi scusi…». E ancora una volta, mi lasciai sfuggire un proiettile di saliva che stavolta si schiantò sullo zigomo destro della ragazza…
Poco dopo, ero di nuovo in giro per il centro direzionale, un po’ più malconcio e più magro di prima, con i boxer che ormai erano penetrati nella carne, e cercando di attingere ad una nuova carica di ottimismo lessi il nome della prossima agenzia da visitare.

