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sabato 13 settembre 2008

Sartori e Canfora sulla democrazia: libera interpretazione

Nell’immaginario comune democrazia è sinonimo di “uguaglianza, giustizia, libertà”.
L’uso fraudolento del termine ne ha ovviamente snaturato il senso; e di questo senso snaturato si riempiono la bocca e le tasche politici e intellettuali, lasciando a pochi eretici l’ingrato compito di additare le nudità dell’Imperatore (v., ad es., “Sudditi”, di Massimo Fini).
Ma per la maggior parte degli attori in campo nella quotidiana bagarre politica, la democrazia non si discute. Piuttosto ognuno accusa l’avversario di oltraggiarla, svuotarla di senso, aggredirla. Ognuno pesca dal mazzo una figura retorica e la mette sul tavolo. La sinistra prende l’uguaglianza, il centro-centro sinistra la giustizia, la destra stringe la presa sulla libertà.
Non sempre nella storia questi concetti hanno avuto ed hanno la stessa fortuna e forza evocativa. Oggi l’uguaglianza tira poco. Anzi, di fronte allo “spavento” per i movimenti migratori, i Rom, gli stupri di gruppo e le truppe di indultati, appare quasi come una minaccia. La sinistra, infatti, è fuori dal Parlamento.
La giustizia è già più efficace…permette infatti all’elettorato “moderato” del centro-centro sinistra di rivendicarla sia per difendersi dai Rom che per attaccare Berlusconi, per dare un calcio in culo ai lavavetri e uno a Dell’Utri. Il problema è che sono in troppi oggi a voler indossare il mantello di giustiziere, e il centro-centro sinistra rischia continuamente di farselo strappare di mano dalle truppe dell’antipolitica, pronte ad usarlo con ancora maggior vigore.
La destra possiede in questo momento l’arma più efficace. La libertà è un’idea dalla forza retorica impareggiabile. Perché, detta così, non significa niente. E’ un concetto vuoto, così come “uguaglianza” e “giustizia”. La ricetta del consenso impone di evitare eccessi di zelo. La finzione ideologica prevede ideali fumosi, in modo da lasciare al singolo la possibilità di cucirseli addosso. La “libertà” è perfetta. Ogni cittadino potrà immaginarla come la “propria libertà”. E chi vorrebbe andare contro la propria libertà? L’uguaglianza è interesse di chi è dal lato sbagliato dell’equazione. Ma ora ci sono gli immigrati, che non votano…non conviene più l’uguaglianza. In soffitta. Oggi vestiamo di libertà. E siamo noi ad essere nudi, non l’Imperatore.
Ma torniamo alla democrazia. In particolare, a due libri di cui ho recentemente completato la lettura: “La democrazia in trenta lezioni” di Giovanni Sartori e “Critica della retorica democratica” di Luciano Canfora.
Il primo testo non ha grosse pretese, nonostante il titolo a carattere particolarmente didattico. E’ un’opera divulgativa, riadattamento di una serie di “pillole” somministrate dal celeberrimo Professore in un programma televisivo. Trenta capitoli, dunque, per illustrare i concetti chiave per comprendere la “democrazia”. E per difenderla, giacché Sartori si prodiga di dare spazio anche alle critiche degli oppositori del dogma democratico. Ma, com’è naturale che sia, lo fa attraverso la propria penna, e dunque non può risultargli particolarmente difficile liquidare le varie obiezioni con poco più di un’alzata di spalle.
Ma il testo è scorrevole, limpido, utile quindi ad alfabetizzare chi è a digiuno sull’argomento.
Sartori prova subito a spaventare l’ignaro lettore, presentando con disinvoltura i paradossi della democrazia. Bobbio illustrava benissimo la duplice natura della democrazia come “mezzo” e “fine” allo stesso tempo. Sartori evidenzia come la democrazia sia contemporaneamente “governo del popolo” e “governo sul popolo”. Il potere è infatti una relazione, per cui un individuo x ha potere su un individuo y. Il professor Chiodi esprime attraverso una formuletta (D/S) la necessità di questa relazione: uno spazio per il Detentore del potere (D), uno per chi il potere lo subisce (S) e uno per i mezzi di esercizio e controllo del potere (/). A meno di non pensare ingenuamente che la democrazia rappresenti il superamento di questo rapporto, e quindi una totale coincidenza di D ed S (autogoverno del popolo), la spiegazione ci viene suggerita dal Professor Sartori: trasmissione rappresentativa del potere.
Quindi mettiamo in cassaforte la prima conquista: la democrazia, in una società complessa, è - e non può non essere - “rappresentativa”. Il popolo non governa dunque nella sua interezza, ma sceglie dei rappresentanti, i quali andranno ad occupare lo spazio “D”. Maliziosamente si potrebbe insinuare che in questo modo il popolo sceglie soltanto chi dovrà comandarli; ma la dialettica democratica è più complessa. I rappresentanti del popolo hanno un tempo a disposizione per esercitare il loro mandato, e convincere gli elettori a rinnovare loro la fiducia. Questa dipendenza del potere dalla legittimazione popolare, è uno degli elementi di garanzia del cittadino. Non oso intervenire sulla formula del Professor Chiodi, ma forse potremmo aggiungere un ulteriore spazio, quello attraverso il quale i “sudditi” condizionano il “potere”. Attraverso il voto e le altre forme di partecipazione che garantisce il sistema democratico. O, più semplicemente, lo spazio “/” andrebbe inteso in senso più dialettico, come luogo di esercizio del potere sia del Detentore che dei Sudditi.
Si evince da quanto detto, il ruolo fondamentale, all’interno di un sistema democratico, dell’opinione pubblica. Va da sé che l’opinione pubblica ha un senso se “libera”.
E’ una questione pregnante, invisa ai sostenitori della democrazia quando gradita ai suoi detrattori.
Ma prioritario, sia nel lavoro di Sartori quanto in quello di Canfora, è individuare chi occupi realmente lo spazio del Detentore. Qual è in confine tra democrazia e oligarchia?
Sartori esplora rapidamente il pensiero di grandi autori come Mosca, Dahl, Schumpeter, fino a sintetizzare il proprio in poche parole: la democrazia è effettivo governo della maggioranza se si sottopone alla regola maggioritaria. Un fatto di ingegneria politica, dunque, la capacità di organizzare il sistema delle decisioni intorno alla regola ereditata da John Locke.
Non vi è dunque un’oligarchia, bensì, come sostiene Dahl, una poliarchia, dove diversi gruppi di potere si alternano nel decidere delle “questioni fondamentali”, e la loro alternanza è la garanzia della partecipazione di tutta la cittadinanza, attraverso i suoi rappresentanti, alle decisioni importanti.
Il quadro che ne emerge non è troppo diverso da quello di un mercato, dove ognuno può acquistare, attraverso il voto, la propria quota di partecipazione. Purtroppo, una singola quota non serve a niente. All’imbonitore farà comodo venderne il più possibile, ma i singoli acquirenti non si ritroveranno un bel niente tra le mani.
Purtroppo molti parolai, e quasi nessun matematico si occupa di democrazia.
La democrazia in cui ogni voto “conta” è una favola per bambini; il voto, per avere peso, deve essere organizzato. La mia partecipazione passa inevitabilmente attraverso l’adesione a gruppi di pressione, così come richiede la dialettica interna ad una poliarchia.
Il testo di Canfora si presenta, sin dal titolo, con un approccio radicalmente opposto:”Critica della retorica democratica”. Si tratta di un testo agile, scorrevole, ma incisivo nell’aggredire i luoghi comuni su cui si fonda la cantilena democratica.
L’oggetto d’analisi è più ampio, rispetto al libro di Sartori; l’indagine si spinge fino alle ragioni storiche e attuali della crisi della sinistra, lasciando trasparire tuttavia ottimismo, fiducia in quel cambiamento che non potrà non avvenire.
Non si tratta dell’altro ritornello, ovvero quello della rivoluzione proletaria. Canfora sfugge con intelligenza e invidiabile leggerezza a luoghi comuni e pregiudizi ideologici.
Sin dalle prime pagine, l’autore segnala la doppiezza delle democrazie occidentali:
innanzitutto, l’ambiguità ideologica. Se le democrazie sono tali al loro interno, sostengono fascismo e dittatura un po’ ovunque per il mondo, rivelando una natura tutt’altro che refrattaria al ricorso alla violenza e all’oppressione. Come saggiamente osservava Thomas Mann, la reale identità di un sistema politico andrebbe misurata su scala planetaria, non nazionale.
In secondo luogo, Canfora svela l’ipocrisia dell’ideologia del consenso. L’elettore infatti non sceglie in assoluto, ma tra una serie di opzioni, soprattutto se ha interesse ad esprimere un “voto utile”. E il voto utile, in tutte le democrazie occidentali, converge verso il centro.
Dunque, viviamo in un “sistema misto”, formato da democrazia (poca) e oligarchia (molta). Questo sistema, infatti, combina il principio elettorale (istanza democratica) con la realtà, opportunamente garantita, della prevalenza dei ceti medio-alti.
E’ sufficiente guardare un po’ in casa nostra. Basti pensare alla censura; i personaggi più temuti non sono gli estremisti, ma quelli in grado di “aggredire” culturalmente il centro. Coloro che possono influenzare il vero ago della bilancia.
Il risultato è l’emarginazione dei ceti meno competitivi e il drastico ridimensionamento della loro rappresentanza.
La democrazia, dunque, non può essere analizzata “in abstracto”, ma nelle sue declinazioni storiche, nella sua concretezza. Le democrazie occidentali sono un sistema di governo che prevede l’alternarsi al potere di rappresentanti del ceto medio. Cambiano dunque i gestori del potere, ma non gli interessi.
Si tratta di poliarchia, come vuole Sartori (o meglio Dahl…), se guardiamo ai “gruppi di potere”. Parliamo invece di oligarchia, come più correttamente – a mio avviso – sostiene Canfora, se guardiamo agli interessi.
La democrazia, a differenza di tutte le forme di governo che l’hanno preceduta, prevede – almeno sul piano teorico - un’assoluta coincidenza dei fini cui ambisce, e i mezzi attraverso cui intende perseguirli. Un cerchio perfetto, un assoluto, in cui il cambiamento è ridotto a mero assestamento. La democrazia, apparentemente, non può essere superata.
E probabilmente, da un punto di vista politico, è davvero così. Canfora affida la speranza nel cambiamento alla cultura, alle intelligenze.
Ma la democrazia è un Leviatano che fagocita qualunque cosa, anche il dissenso, anche la produzione culturale dei suoi “nemici”. Il capitalista pubblica i libri dei suoi detrattori, ed entrambi si arricchiscono. L’interesse, come dicevamo, è lo stesso…nulla cambia all’interno della struttura del Leviatano. Al massimo, come già scritto, è possibile parlare di “assestamento”.
Ma la cultura cui fa riferimento Canfora è un’altra cosa; lo scrittore rivolge la speranza a quelle opere che sono in grado di realizzare rivoluzioni copernicane, di cambiare il modo in cui l’uomo guarda al mondo. Opere come “Il Capitale” di Marx o “L’evoluzione della specie” di Darwin, che hanno segnato un punto di non ritorno nella storia culturale dell’umanità.
Pensieri di forza e capacità rivoluzionaria immensa, in grado di rovesciare lo stomaco dell’ingordo Leviatano.
Pensieri in grado di intervenire nello spazio “/”, e offrire una nuova difesa contro il più potente degli strumenti di dominio della demo-oligarchia: la finzione ideologica.

lunedì 4 febbraio 2008

Recensione: "Come Ragioniamo"

Frixione, Marcello, Come ragioniamo, Bari, Edizioni Laterza, 2007, pp. 170, € 12,00, IBSN 978-88-420-8312-2
Recensione di Dario Scognamiglio, 18/11/2007
Logica

Il testo Come Ragioniamo di Marcello Frixione è un'opera agile e scorrevole il cui oggetto, come desumibile dal titolo, è il ragionamento nelle sue modalità di sviluppo e procedura logica. Non si tratta di un manuale, di cui non ha e non pretende di avere la completezza, ma di un'opera a carattere fondamentalmente divulgativo che tratta con straordinaria limpidezza espositiva temi di rilevante complessità concettuale, dalla logica formale nelle sue varie declinazioni al calcolo delle probabilità.
È un libro appassionante. Adopero questa definizione poco usuale per un testo di logica, ma il volume di Frixione riesce a tenere incollato il lettore, accompagnandolo capitolo dopo capitolo come tra le pagine di un romanzo. Presupponendo l'interesse per la materia, due sono le ragioni di questa peculiare appetibilità del libro: in primis la pulizia della scrittura di Frixione, la chiarezza lessicale e la linearità espositiva. In secondo luogo, la capacità di riportare sempre, in ogni passaggio di maggiore complessità concettuale, l'astratta struttura delle forme logiche e degli schemi di ragionamento alla loro concretezza, evidenziandone la costante presenza nel nostro pensare quotidiano.
L'opera è strutturata in 4 capitoli.
Il primo capitolo funge da introduzione, presentando all'attenzione del lettore alcuni concetti fondamentali per procedere nella comprensione del testo. In particolare, alcuni elementi basilari di logica formale (logica degli enunciati e logica dei predicati) come i connettivi argomentali e le tavole di verità.
Il secondo capitolo inerisce più direttamente la problematica oggetto del libro - ovvero il ragionamento - partendo dalle fallacie, che l'autore stesso definisce come argomentazioni errate che tuttavia, a un primo esame, possono apparire persuasive. L'autore espone numerosi e intriganti esempi, svelando al lettore le sue convinzioni ingenue, gli errori grossolani del suo modo di inferire e, talvolta, persino di percepire.
Il terzo capitolo è a mio avviso il più interessante; è capitato a tutti di confrontarsi con problemi di “categorizzazione”, scoprendo in maniera quasi ludica un vuoto della nostra logica, le colonne d'Ercole oltre le quali non è possibile inoltrarsi, neanche con la mente. L'esempio classico, proposto anche dall'autore, è quello dell'uomo calvo. Con uno, due, tre capelli continua a essere calvo; quand'è che può considerarsi scomparsa la calvizie? Esiste un numero n, per cui con n capelli è possibile essere definiti calvi, e con n+1 capelli, al contrario, non calvi? Marcello Frixione presenta ai novizi della materia la logica fuzzy, e concetti di indubbio interesse come i predicati sfumati e il sorite, ovvero un paradosso che deriva proprio dall'impiego di predicati sfumati. Quello dell'uomo calvo è un tipico esempio di sorite. Sarà dunque interessante scoprire come esistano valori di verità intermedi tra il vero e il falso, in apparente antitesi con il principio di non-contraddizione di aristotelica memoria. È un argomento molto complesso, esposto con molta chiarezza nel testo ma, come ovvio, non completamente sviluppato.
Sempre nel terzo capitolo, l'autore guida il lettore nella comprensione del ragionamento deduttivo e induttivo. In particolare, l'attenzione è focalizzata su questa seconda modalità di ragionamento, che poi è alla base della costruzione del sapere scientifico; sfiorando elegantemente anche problematiche di tipo epistemologico, l'autore mostra le possibilità ma anche i limiti insiti a questo modo di inferire, che non è impeccabile, da un punto di vista prettamente logico, come il ragionamento deduttivo.
Dopo il quarto e ultimo capitolo, di più ampio respiro rispetto ai precedenti, in cui l'oggetto “ragionamento” è analizzato anche alla luce degli studi sull'intelligenza artificiale, l'autore fornisce diverse preziose indicazioni bibliografiche, strettamente ed esaurientemente correlate agli argomenti trattati nel libro.
Complessivamente si tratta di una lettura gradevole e stimolante, in grado di incontrare il lettore a digiuno di nozione logiche, ma anche di intrigare e sorprendere, talvolta, chi invece padroneggia la materia.



domenica 14 ottobre 2007

Recensione: Piccolo manuale di autodifesa intellettuale


Baillargeon, Normand, Piccolo manuale di autodifesa intellettuale.


Nell’era delle grandi democrazie e dello strapotere comunicativo dei media, la cosiddetta “finzione ideologica” sostituisce in gran parte la coercizione e la violenza come strumento di gestione (o contenimento) del dissenso. L’arma della persuasione si rivela più efficace e subdola della prova muscolare, soprattutto perché ancora non abbiamo imparato a usare efficacemente il pensiero critico, unica qualità che può offrirci una difesa intellettuale, per essere cittadini attivi nella dialettica democratica.
L’autore di questo Piccolo manuale di autodifesa intellettuale si propone di fornire gli strumenti atti a sviluppare e affinare il pensiero critico, per difendersi dalle strategie comunicative, le ciarlatanerie, gli inganni. A ogni livello e in ogni forma, dalla comunicazione quotidiana a quella politica e dei grandi sistemi d’informazione, dagli illusionismi alle filosofie e culture di natura esoterica, attraverso i labirinti del linguaggio, dei numeri, delle immagini.
La prima parte del volume definisce alcuni “indispensabili strumenti del pensiero critico”, attraverso un affascinante viaggio nel mondo della logica formale e matematica. Dai paradossi ai paralogismi, fino a elementi di calcolo delle probabilità, è la parte più tecnica e probabilmente più ostica del testo. È interessante lasciarsi condurre dall’autore, scoprendo come il linguaggio quotidiano nasconda delle insidie, come la nella comunicazione quotidiana delle semplici ipotesi diventino “necessità logiche” in virtù di un uso ingenuo (o malizioso) del linguaggio. Ed è anche piacevole stupirsi, nello scoprire con quanta (colpevole?) innocenza ci lasciamo suggestionare dai numeri. Il testo si rivela comunque adatto tanto a chi non è digiuno di logica quanto a chi ne ignora finanche le basi, poiché si tratta di una carrellata piuttosto sommaria di concetti anche molto elaborati, ma il cui fine reale sembra fondamentalmente svelare agli occhi del lettore una serie di autentici strumenti d’attacco, ma anche di difesa. Strumenti che dobbiamo imparare a padroneggiare per difenderci da chi invece ne fa un uso disinvolto, quando non addirittura fraudolento.
La seconda parte del volume entra invece “nel vivo della battaglia”, esplorando i campi dove siamo più inermi, dove più che in altri sarebbe necessario praticare la difesa intellettuale: dalla scienza all’astrologia, dalla politica ai media. L’autore ci mostra le trappole della comunicazione e soprattutto quelle in cui cadiamo grazie alla nostra complicità. Particolarmente interessante in questo senso è il terzo capitolo, quello relativo all’“esperienza quotidiana”, dove Baillargeon evidenzia alcune attitudini grossolane del nostro modo di giudicare, in virtù dei quali siamo noi i primi a dover essere smascherati attraverso gli strumenti della difesa intellettuale. Dal noto effetto Pigmalione all’effetto Forer, l’autore illustra le nostre cattive abitudini mentali, le scorciatoie del pensiero che portano soltanto ad allontanarci dalla verità. Se una verità c’è, poiché il leitmotiv del testo è il primo comandamento della difesa intellettuale: diffidare. E quindi, come Baillargeon maliziosamente sottolinea in conclusione, diffidare anche dello stesso autore che ci sta dicendo di diffidare. Un paradosso, senz’altro, come quelli che s’incontrano nella prima parte del volume. Sembra quasi che, al termine di questo viaggio, l’autore voglia salutarci con un pizzico d’ironia, come nel geniale Brian di Nazareth dei Monty Python, dove l’involontario profeta Brian urla alla folla in delirio che lui non è il loro leader, e devono pensare con la propria testa; e la folla sempre più delirante accoglie questo nuovo comandamento perché “l’ha detto Brian!”. Ma non c’è in realtà ragione di sentirsi irrisi; l’autore ha giocato con i suoi lettori dalla prima all’ultima pagina, e conclude in maniera assolutamente coerente, con un lungo elenco di siti, riviste e video di varia tendenza politica e ideologica, dov’è possibile ottenere un’informazione “alternativa”.
In sostanza, il libro è un “pungolo”, la cui lettura stimola a cambiare qualcosa, attraverso la scoperta di strumenti che forse non conoscevamo e il desiderio di imparare a usarli. Se questo era l’obiettivo dell’autore, lo scopo può considerarsi raggiunto. Anche in virtù di uno stile ironico e fluente, con continui richiami all’attualità e alla quotidianità. Chi tuttavia immaginasse di impadronirsi, attraverso questa lettura, degli “strumenti di difesa intellettuale” di cui si tratta, resterebbe deluso. Solo la studio e l’impegno costante (in alcuni casi, addirittura attraverso esercitazioni pratiche che l’autore non manca di suggerire) possono metterci in condizione di padroneggiare le strategie utili ad affinare il nostro pensiero critico.