Il giorno 31-12-2010, intorno alle 10-30 del mattino, alcuni
ignoti hanno dolosamente impiegato materiale esplosivo per
danneggiare l'ufficio all'interno del Campo-Rom, gestito dal
Settore Immigrazione dell'Ass. Il Pioppo, al fine di
garantire funzionalità e prossimità delle attività
previste dal Progetto finanziato dal Comune di Napoli,
ovvero la strutturazione di uno Sportello Legale, uno
Sportello Socio-Sanitario ed uno di Vigilanza Sociale.
L'esplosione ha provocato un buco del diametro di circa
mezzo metro e ha divelto una finestra, causando gravi danni
anche all'interno della struttura.
Riteniamo il fatto gravissimo, poiché quattro anni fa
avvenne la stessa cosa, come preludio alla distruzione
totale dell'ufficio.
Presumibilmente qualcuno non gradisce un servizio che
introduce, all'interno del Campo, un sistema di trasparenza
e di sostegno ai Rom interessati ad un affrancamento dai
circuiti della marginalità ed illegalità.
Un'intimidazione, dunque, un tentativo di allontanarci o per
lo meno indebolire la nostra presenza sul Campo.
Ovviamente non cederemo alle pressioni, neanche dal punto di
vista simbolico. Abbiamo immediatamente informato il Comune,
stiamo presidiando la struttura e l'aggiusteremo in tempi
rapidi, forti anche della solidarietà della maggior parte
dei Rom del Campo, consci dell'importanza del nostro
intervento, e che hanno anche provveduto, subito dopo
l'esplosione, a mettere in salvo il nostro materiale di
lavoro (prevenendo eventuali razzie...)
Chiediamo solidarietà a tutto il circuito della
Federazione Città Sociale.
Federazione che domattina sarà presente sul Campo col
Presidente della Federazione Dott. Salvatore Esposito, il
Presidente dell'Associazione Il Pioppo Dott. Nicola Balzano
ed il Presidente del CTS Antonio D'amore, per visionare e
offrire una testimonianza di solidarietà.
Gli operatori del Progetto Sportelli Rom
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martedì 4 gennaio 2011
martedì 15 giugno 2010
Intervento al seminario presso la FICS il 09-06-2010
Immigrazione - relazione per seminario del 09-06-2010
Franco Pittau, coordinatore del Rapporto Caritas Migrantes:"Gli immigrati sono poco più del 6% della popolazione e producono circa il 10% del Pil. Di fatto, ci pagano la pensione"
Pisanu, Ministro del Governo Berlusconi dal 2001 al 2006 ha scritto: "soltanto gli immigrati potranno salvarci. Il futuro benessere degli Italiani dipenderà dalla capacità di attrarre trecentomila lavoratori stranieri all'anno".
Addirittura, il CNR - nel 1994 - parlava di rischio estinzione per gli Italiani nel giro di poco più di 50 anni, a causa del progressivo invecchiare della nostra popolazione, a meno di un considerevole aumento del tasso di immigrazione nel nostro paese.
Come scrive Riccardo Staglianò, esiste una questione etica rispetto ai fenomeni migratori, che tuttavia possiamo anche mettere temporaneamente da parte, per parlare al "portafogli" degli Italiani. Perché sostenere che gli immigrati sono una manna per la nostra economia non è un'opinione, non è un'ipotesi di lavoro...è un fatto.
Inutile negare che il fenomeno migratorio, come tutte le profonde modificazioni sociali, conduca anche a delle criticità, a delle problematiche. Tuttavia, stiamo parlando di una risorsa per il nostro paese. Se gli immigrati fossero davvero in grado, come è successo in altri Stati, di organizzare uno sciopero generale, metterebbero in ginocchio il nostro paese.
Una risorsa, dunque, che andrebbe valorizzata. Tuttavia, l'attuale impianto normativo rema nella direzione opposta, producendo e favorendo clandestinità, condizione cui tra l'altro ha dato anche un profilo di reato.
Piuttosto che la tanto declamata lotta alla clandestinità, è in atto una lotta contro i clandestini...sono due cose completamente diverse.
Tuttavia non voglio porre questioni di carattere generale, che in molti potrebbero presentare con maggiore accuratezza ed efficacia. Preferisco presentare esempi concreti che emergono dal nostro lavoro quotidiano, e che raccontano storie completamente diverse da quelle cui siamo abituati.
Prendo il caso di una nostra utente, di etnia rom e cittadinanza macedone. In Italia da oltre 20 anni, regolare in virtù del lavoro del marito. Nel 2003, purtroppo, rimane vedova. Quindi perde il permesso di soggiorno, ed entra in una spirale perversa da cui solo oggi, con il nostro aiuto, sta cominciando ad uscire. Vedova, con 11 figli, tutti nati in Italia. Per ogni membro della famiglia, a cominciare da lei, ci sarebbe una storia da raccontare.
Lei, ripeto, rimasta vedova è anche priva di regolare titolo di soggiorno. Non ha più passaporto, poiché nel frattempo è decaduta la cittadinanza macedone. Tenta la strada del riconoscimento dello status di apolide; la pratica è - ad oggi - ancora ad un punto morto. Le pratiche per apolidia hanno tempi sempre più lunghi e, con l'istituzione del reato di clandestinità, diventa complicato anche iniziarle. Ma questo lo vedremo successivamente.
Le due figlie maggiorenni, nate in Italia (come del resto tutti gli altri), hanno frequentato le scuole italiane, non sono mai state in territorio macedone, hanno dei fidanzati italiani - presso cui vivono - e figli. Figli che sono cittadini italiani. Si tende ad immaginare che anche loro siano diventate cittadine italiane...e invece no. Anzi, sono addirittura prive di permesso di soggiorno. Teoricamente avrebbero tutti i requisiti per una coesione familiare. Ma sono prive di documenti validi. Niente passaporto, in quanto non hanno cittadinanza macedone . Niente documenti italiani, in quanto prive di permesso di soggiorno. Neanche la richiesta di apolidia è una possibilità reale, come abbiamo visto. Nate in Italia, cresciute in Italia, madri di Italiani...e invisibili. Assenti sullo Stato di Famiglia, prive di documenti, impossibilitate a sposarsi.
Ora, stiamo parlando di una famiglia esemplare, perfettamente integrata nel territorio - a dispetto dell'invisibilità legale - addirittura adottata dal territorio. Ma non sempre, lo sappiamo, le cose vanno in questo modo. Dove può condurre una legge che rende la regolarizzazione quasi un miraggio. In un paese che, abbiamo visto, ha bisogno di immigrati...in un paese dove la presenza dei migranti è ogni giorno più forte...magari lavorando in nero e senza permesso di soggiorno...a cosa può condurre una legge che rende la regolarizzazione così difficile...e soprattutto, fiore all'occhiello, che tira fuori il reato di clandestinità...
L'altro figlio maggiorenne, è in una situazione ancora più complessa, poiché - non avendo figli e quindi parenti italiani - non ha apparentemente appigli legali per regolarizzare la sua posizione,
Degli otto figli minorenni, cinque sono in affidamento presso famiglie di Italiani. Famiglie amiche. Il provvedimento del giudice dovrebbe sostituire il permesso di soggiorno. E invece si frappongono infiniti problemi burocratici. Non avendo alcuna cittadinanza, gli impiegati del Comune si rifiutano di iscriverli all'anagrafe. In molti non riconoscono il provvedimento del giudice come equivalente ad un permesso di soggiorno (anche in virtù di un vero e proprio vuoto legislativo). I ragazzi non percepiscono la questione anagrafica come la più grave, questo è un peso di cui si caricano le famiglie. Loro capiscono che vengono esclusi da gite scolastiche, o addirittura dalla partecipazione a gare sportive cui si sono qualificati. Nonostante tutti gli sforzi - davvero encomiabili - della comunità, crescono come degli esclusi.
Non parliamo di casi isolati. Nel campo Rom di Secondigliano, il 48% della popolazione è nata in Italia. Un paio d'anni, e saranno più del 50% [...]
Già oggi sono numerosi i casi di maggiorenni nati in Italia, cresciuti in Italia, irregolari. Che, in caso di espulsione, dovrebbero raggiungere lidi sconosciuti. Le alternative sono il carcere o una vita da clandestino. A volte la clandestinità appare come un destino sociale. E, ci tengo a ribadirlo...penalmente rilevante.
Sul reato di clandestinità vorrei dire giusto due parole:
Il diritto penale pre-moderno era caratterizzato da una peculiarità: per uno stesso reato, la pena poteva variare in base all’identità del reo e della vittima. In parole semplici: se un ricco ammazzava un povero, non subiva la stessa punizione di un povero che ammazzava un ricco.
Non il “fatto”, dunque, come elemento centrale del diritto, bensì il soggetto.
Oggi ci appare come un’aberrazione.
L’evoluzione del diritto penale, per fortuna, consegna agli uomini un principio di civiltà: La Legge è uguale per tutti.
Italia, 2008. Il governo Berlusconi applica una piccola modifica all’arti. 61 (comma 11 bis) del codice penale, ovvero “l’aggravante se il fatto [reato] è commesso da un soggetto che si trova illegalmente sul territorio italiano”.
L’attenzione - dal fatto - torna subdolamente a concentrarsi sui soggetti. Io e un clandestino possiamo commettere lo stesso e identico reato. Ma lui è clandestino…quindi è più grave.
Un anno dopo, entra in vigore il "reato di clandestinità".
Siamo tornati al diritto penale pre-moderno. Perché la mancata distinzione tra clandestino ed irregolare fa si che anche chi perde il lavoro, e non fa a tempo a trovarne un altro, si trovi in una condizione legalmente perseguibile. Persino le figlie della signora di cui abbiamo parlato prima. Non possono essere espulse, in quanto madri di Italiani. La loro condanna è l'invisibilità. Ma il fratello maggiorenne non ha figli.
E' troppo definire questa legge "criminogena"? Io non credo. Una legge che ti costringe a nasconderti, a vivere in una condizione penalmente rilevante anche quando non hai fatto nulla...
Prendiamo ad esempio quella fesseria dell'obbligo dei medici di denunciare i loro pazienti se clandestini.
Al di là dello schiaffo in faccia ad Ippocrate e al suo "Giuramento", e dunque alla deontologia professionale dei medici (art.3: "Dovere del medico è la tutela della vita, della salute fisica e psichica dell’Uomo e il sollievo dalla sofferenza nel rispetto della libertà e della dignità della persona umana, senza distinzioni di età, di sesso, di etnia, di religione, di nazionalità, di CONDIZIONE SOCIALE, di ideologia, in tempo di pace e in tempo di guerra, quali che siano le condizioni istituzionali e sociali nelle quali opera"), mi sembra che anche la nostra Costituzione dica qualcosa riguardo l'UNIVERSALITA' del diritto alla salute (art.32).
E al di là del fatto che, in generale, i medici si guardano bene dal prendere in considerazione di denunciare i propri pazienti...a cosa può mai condurre una legge del genere? Credo che a chiunque appaia evidente che non può essere considerato un valido strumento di lotta alla clandestinità. Soprattutto quando la clandestinità la crei tu...ma lasciamo stare. A cosa può servire un provvedimento del genere?
Vedo tre possibili conseguenze ad una soluzione del genere:
1) L'inaccessibilità delle cure mediche per molti immigrati clandestini (per i quali la malattia è preferibile al ritorno in patria)
2) Il capestro - il ricatto fondato sul primo dei beni (la salute) - per espellere i clandestini
3) Probabile: la nascita (o meglio il pauroso incremento, perché dubito non esista già almeno in forma embrionale) di una sanità clandestina. Anche questa mi sembra una prospettiva avvincente...
A cosa mira in realtà questo emendamento?
Ad indebolire ulteriormente la più questa categorie sociale? A soddisfare gli umori repressivi di un elettorato con la bava alla bocca? Mi auguro qualcuno non pensi sul serio che possa servire a diminuire il numero dei clandestini (a meno che non si punti a farli diminuire in virtù di qualche epidemia...); al massimo possiamo ridurli ad una condizione ancora più marginale, plasmandoli sempre più come ci piace immaginarli: brutti, sporchi, malati e cattivi...
Magari tra qualche anno si potrà fare propaganda spiegando che i clandestini "portano malattie". No, non le portano. E' un nostro gentile omaggio.
Comunque mi pare inutile citare la nostra costituzione. Ricordo bene dove la Lega voleva infilarsi il tricolore; facile pensare che ci sia un cantuccio libero anche per essa.
[...]
Abbiamo bisogno dei migranti almeno quanto loro hanno bisogno di noi. E' illogico, pericoloso, e diciamolo anche...immorale, una legge che sembra avere un unico scopo: renderli ancora più vulnerabili di quanto non siano.
A queste condizioni, qualcuno potrebbe pensare che non vale la pena. Vengo a lavorare, poi se mi licenziano e non trovo subito un altro impiego sono costretto ad andarmene, lasciando i miei contributi in Italia (è anche così che ci pagano la pensione) e se non vado via di corsa posso anche essere arrestato...e dove mi mettono, che tra l'altro in carcere non c'è più posto...allora a questo punto me ne vado...
E no! Andarsene non è mica così facile. Anche le Associazioni che si occupano di accompagnare il ritorno volontario in patria degli irregolari, sono in difficoltà. Per quella genialata del reato di clandestinità...se sei irregolare, devi essere processato e condannato. Quindi espulso a spese dello stato, con i tempi dello stato.
Noi abbiamo un progetto sui Rom si Secondigliano e Scampia. Ovviamente, i nostri servizi sono a favore di tutti i migranti che vogliano rivolgersi ai nostri sportelli. Di fronte a questa situazione, certamente non accettiamo proni lo status quo. Altrimenti l'unica sarebbe dire, a molti dei nostri utenti:"chiuditi in casa e non farti vedere da nessuno".
Cerchiamo soluzioni alternative e, spesso, le troviamo. In tutta franchezza, grazie alla sensibilità del vice-prefetto, e anche alla disponibilità del Questore. Assieme, riflettiamo sulle criticità di questi casi, ed elaboriamo interventi ad hoc.
Ovviamente, questa è una soluzione operativa, e quindi - necessariamente - di ripiego. La soluzione non può che essere politica. Non entro in questo ambito del discorso, non mi compete e non possiedo gli strumenti necessari.
Probabilmente ho frequentato ambienti intellettualmente oppressivi, poiché ho sempre il terrore di cadere nella retorica. Tuttavia correrò questo rischio citando, in conclusione, una frase di Don Lorenzo Milani:
"Se voi avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni sono la mia Patria, gli altri i miei stranieri"
Franco Pittau, coordinatore del Rapporto Caritas Migrantes:"Gli immigrati sono poco più del 6% della popolazione e producono circa il 10% del Pil. Di fatto, ci pagano la pensione"
Pisanu, Ministro del Governo Berlusconi dal 2001 al 2006 ha scritto: "soltanto gli immigrati potranno salvarci. Il futuro benessere degli Italiani dipenderà dalla capacità di attrarre trecentomila lavoratori stranieri all'anno".
Addirittura, il CNR - nel 1994 - parlava di rischio estinzione per gli Italiani nel giro di poco più di 50 anni, a causa del progressivo invecchiare della nostra popolazione, a meno di un considerevole aumento del tasso di immigrazione nel nostro paese.
Come scrive Riccardo Staglianò, esiste una questione etica rispetto ai fenomeni migratori, che tuttavia possiamo anche mettere temporaneamente da parte, per parlare al "portafogli" degli Italiani. Perché sostenere che gli immigrati sono una manna per la nostra economia non è un'opinione, non è un'ipotesi di lavoro...è un fatto.
Inutile negare che il fenomeno migratorio, come tutte le profonde modificazioni sociali, conduca anche a delle criticità, a delle problematiche. Tuttavia, stiamo parlando di una risorsa per il nostro paese. Se gli immigrati fossero davvero in grado, come è successo in altri Stati, di organizzare uno sciopero generale, metterebbero in ginocchio il nostro paese.
Una risorsa, dunque, che andrebbe valorizzata. Tuttavia, l'attuale impianto normativo rema nella direzione opposta, producendo e favorendo clandestinità, condizione cui tra l'altro ha dato anche un profilo di reato.
Piuttosto che la tanto declamata lotta alla clandestinità, è in atto una lotta contro i clandestini...sono due cose completamente diverse.
Tuttavia non voglio porre questioni di carattere generale, che in molti potrebbero presentare con maggiore accuratezza ed efficacia. Preferisco presentare esempi concreti che emergono dal nostro lavoro quotidiano, e che raccontano storie completamente diverse da quelle cui siamo abituati.
Prendo il caso di una nostra utente, di etnia rom e cittadinanza macedone. In Italia da oltre 20 anni, regolare in virtù del lavoro del marito. Nel 2003, purtroppo, rimane vedova. Quindi perde il permesso di soggiorno, ed entra in una spirale perversa da cui solo oggi, con il nostro aiuto, sta cominciando ad uscire. Vedova, con 11 figli, tutti nati in Italia. Per ogni membro della famiglia, a cominciare da lei, ci sarebbe una storia da raccontare.
Lei, ripeto, rimasta vedova è anche priva di regolare titolo di soggiorno. Non ha più passaporto, poiché nel frattempo è decaduta la cittadinanza macedone. Tenta la strada del riconoscimento dello status di apolide; la pratica è - ad oggi - ancora ad un punto morto. Le pratiche per apolidia hanno tempi sempre più lunghi e, con l'istituzione del reato di clandestinità, diventa complicato anche iniziarle. Ma questo lo vedremo successivamente.
Le due figlie maggiorenni, nate in Italia (come del resto tutti gli altri), hanno frequentato le scuole italiane, non sono mai state in territorio macedone, hanno dei fidanzati italiani - presso cui vivono - e figli. Figli che sono cittadini italiani. Si tende ad immaginare che anche loro siano diventate cittadine italiane...e invece no. Anzi, sono addirittura prive di permesso di soggiorno. Teoricamente avrebbero tutti i requisiti per una coesione familiare. Ma sono prive di documenti validi. Niente passaporto, in quanto non hanno cittadinanza macedone . Niente documenti italiani, in quanto prive di permesso di soggiorno. Neanche la richiesta di apolidia è una possibilità reale, come abbiamo visto. Nate in Italia, cresciute in Italia, madri di Italiani...e invisibili. Assenti sullo Stato di Famiglia, prive di documenti, impossibilitate a sposarsi.
Ora, stiamo parlando di una famiglia esemplare, perfettamente integrata nel territorio - a dispetto dell'invisibilità legale - addirittura adottata dal territorio. Ma non sempre, lo sappiamo, le cose vanno in questo modo. Dove può condurre una legge che rende la regolarizzazione quasi un miraggio. In un paese che, abbiamo visto, ha bisogno di immigrati...in un paese dove la presenza dei migranti è ogni giorno più forte...magari lavorando in nero e senza permesso di soggiorno...a cosa può condurre una legge che rende la regolarizzazione così difficile...e soprattutto, fiore all'occhiello, che tira fuori il reato di clandestinità...
L'altro figlio maggiorenne, è in una situazione ancora più complessa, poiché - non avendo figli e quindi parenti italiani - non ha apparentemente appigli legali per regolarizzare la sua posizione,
Degli otto figli minorenni, cinque sono in affidamento presso famiglie di Italiani. Famiglie amiche. Il provvedimento del giudice dovrebbe sostituire il permesso di soggiorno. E invece si frappongono infiniti problemi burocratici. Non avendo alcuna cittadinanza, gli impiegati del Comune si rifiutano di iscriverli all'anagrafe. In molti non riconoscono il provvedimento del giudice come equivalente ad un permesso di soggiorno (anche in virtù di un vero e proprio vuoto legislativo). I ragazzi non percepiscono la questione anagrafica come la più grave, questo è un peso di cui si caricano le famiglie. Loro capiscono che vengono esclusi da gite scolastiche, o addirittura dalla partecipazione a gare sportive cui si sono qualificati. Nonostante tutti gli sforzi - davvero encomiabili - della comunità, crescono come degli esclusi.
Non parliamo di casi isolati. Nel campo Rom di Secondigliano, il 48% della popolazione è nata in Italia. Un paio d'anni, e saranno più del 50% [...]
Già oggi sono numerosi i casi di maggiorenni nati in Italia, cresciuti in Italia, irregolari. Che, in caso di espulsione, dovrebbero raggiungere lidi sconosciuti. Le alternative sono il carcere o una vita da clandestino. A volte la clandestinità appare come un destino sociale. E, ci tengo a ribadirlo...penalmente rilevante.
Sul reato di clandestinità vorrei dire giusto due parole:
Il diritto penale pre-moderno era caratterizzato da una peculiarità: per uno stesso reato, la pena poteva variare in base all’identità del reo e della vittima. In parole semplici: se un ricco ammazzava un povero, non subiva la stessa punizione di un povero che ammazzava un ricco.
Non il “fatto”, dunque, come elemento centrale del diritto, bensì il soggetto.
Oggi ci appare come un’aberrazione.
L’evoluzione del diritto penale, per fortuna, consegna agli uomini un principio di civiltà: La Legge è uguale per tutti.
Italia, 2008. Il governo Berlusconi applica una piccola modifica all’arti. 61 (comma 11 bis) del codice penale, ovvero “l’aggravante se il fatto [reato] è commesso da un soggetto che si trova illegalmente sul territorio italiano”.
L’attenzione - dal fatto - torna subdolamente a concentrarsi sui soggetti. Io e un clandestino possiamo commettere lo stesso e identico reato. Ma lui è clandestino…quindi è più grave.
Un anno dopo, entra in vigore il "reato di clandestinità".
Siamo tornati al diritto penale pre-moderno. Perché la mancata distinzione tra clandestino ed irregolare fa si che anche chi perde il lavoro, e non fa a tempo a trovarne un altro, si trovi in una condizione legalmente perseguibile. Persino le figlie della signora di cui abbiamo parlato prima. Non possono essere espulse, in quanto madri di Italiani. La loro condanna è l'invisibilità. Ma il fratello maggiorenne non ha figli.
E' troppo definire questa legge "criminogena"? Io non credo. Una legge che ti costringe a nasconderti, a vivere in una condizione penalmente rilevante anche quando non hai fatto nulla...
Prendiamo ad esempio quella fesseria dell'obbligo dei medici di denunciare i loro pazienti se clandestini.
Al di là dello schiaffo in faccia ad Ippocrate e al suo "Giuramento", e dunque alla deontologia professionale dei medici (art.3: "Dovere del medico è la tutela della vita, della salute fisica e psichica dell’Uomo e il sollievo dalla sofferenza nel rispetto della libertà e della dignità della persona umana, senza distinzioni di età, di sesso, di etnia, di religione, di nazionalità, di CONDIZIONE SOCIALE, di ideologia, in tempo di pace e in tempo di guerra, quali che siano le condizioni istituzionali e sociali nelle quali opera"), mi sembra che anche la nostra Costituzione dica qualcosa riguardo l'UNIVERSALITA' del diritto alla salute (art.32).
E al di là del fatto che, in generale, i medici si guardano bene dal prendere in considerazione di denunciare i propri pazienti...a cosa può mai condurre una legge del genere? Credo che a chiunque appaia evidente che non può essere considerato un valido strumento di lotta alla clandestinità. Soprattutto quando la clandestinità la crei tu...ma lasciamo stare. A cosa può servire un provvedimento del genere?
Vedo tre possibili conseguenze ad una soluzione del genere:
1) L'inaccessibilità delle cure mediche per molti immigrati clandestini (per i quali la malattia è preferibile al ritorno in patria)
2) Il capestro - il ricatto fondato sul primo dei beni (la salute) - per espellere i clandestini
3) Probabile: la nascita (o meglio il pauroso incremento, perché dubito non esista già almeno in forma embrionale) di una sanità clandestina. Anche questa mi sembra una prospettiva avvincente...
A cosa mira in realtà questo emendamento?
Ad indebolire ulteriormente la più questa categorie sociale? A soddisfare gli umori repressivi di un elettorato con la bava alla bocca? Mi auguro qualcuno non pensi sul serio che possa servire a diminuire il numero dei clandestini (a meno che non si punti a farli diminuire in virtù di qualche epidemia...); al massimo possiamo ridurli ad una condizione ancora più marginale, plasmandoli sempre più come ci piace immaginarli: brutti, sporchi, malati e cattivi...
Magari tra qualche anno si potrà fare propaganda spiegando che i clandestini "portano malattie". No, non le portano. E' un nostro gentile omaggio.
Comunque mi pare inutile citare la nostra costituzione. Ricordo bene dove la Lega voleva infilarsi il tricolore; facile pensare che ci sia un cantuccio libero anche per essa.
[...]
Abbiamo bisogno dei migranti almeno quanto loro hanno bisogno di noi. E' illogico, pericoloso, e diciamolo anche...immorale, una legge che sembra avere un unico scopo: renderli ancora più vulnerabili di quanto non siano.
A queste condizioni, qualcuno potrebbe pensare che non vale la pena. Vengo a lavorare, poi se mi licenziano e non trovo subito un altro impiego sono costretto ad andarmene, lasciando i miei contributi in Italia (è anche così che ci pagano la pensione) e se non vado via di corsa posso anche essere arrestato...e dove mi mettono, che tra l'altro in carcere non c'è più posto...allora a questo punto me ne vado...
E no! Andarsene non è mica così facile. Anche le Associazioni che si occupano di accompagnare il ritorno volontario in patria degli irregolari, sono in difficoltà. Per quella genialata del reato di clandestinità...se sei irregolare, devi essere processato e condannato. Quindi espulso a spese dello stato, con i tempi dello stato.
Noi abbiamo un progetto sui Rom si Secondigliano e Scampia. Ovviamente, i nostri servizi sono a favore di tutti i migranti che vogliano rivolgersi ai nostri sportelli. Di fronte a questa situazione, certamente non accettiamo proni lo status quo. Altrimenti l'unica sarebbe dire, a molti dei nostri utenti:"chiuditi in casa e non farti vedere da nessuno".
Cerchiamo soluzioni alternative e, spesso, le troviamo. In tutta franchezza, grazie alla sensibilità del vice-prefetto, e anche alla disponibilità del Questore. Assieme, riflettiamo sulle criticità di questi casi, ed elaboriamo interventi ad hoc.
Ovviamente, questa è una soluzione operativa, e quindi - necessariamente - di ripiego. La soluzione non può che essere politica. Non entro in questo ambito del discorso, non mi compete e non possiedo gli strumenti necessari.
Probabilmente ho frequentato ambienti intellettualmente oppressivi, poiché ho sempre il terrore di cadere nella retorica. Tuttavia correrò questo rischio citando, in conclusione, una frase di Don Lorenzo Milani:
"Se voi avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni sono la mia Patria, gli altri i miei stranieri"
martedì 18 maggio 2010
sabato 20 marzo 2010
Aldo Busi offende Papa e Cavaliere. Il Medioevo risponde...
Detto francamente, posso vivere senza Busi e le sue provocazioni. Non mi disturba una rai senza Busi. Non sarebbe per me gravosa una tv senza Busi. Non sarebbe per me un deserto, una libreria senza Busi.
Che mondo sarebbe, senza Busi? Non lo so. Ma per me sarebbe più difficile vivere in un mondo senza nutella.
Sempre che il buon Aldo avesse liberamente deciso di ritirarsi a vita privata, dedicandosi alla cura dell’orto e a buone letture.
Ma Busi è stato radiato da tutte le trasmissioni rai, da una tv pubblica sempre più ipocrita e medievale.
Radiato perché ha insultato il Santo Padre.
A parte il fatto che non si capisce perché si possono insultare ospiti in studio, politici, magistrati, artisti, tutti tranne il Santo Padre.
A parte il fatto che…siamo sicuri che il problema siano gli insulti al Papa? Non sarà la poco velata critica all’operato del Cavaliere?
Cavalieri e Papi non si toccano. Proprio come nel Medioevo…
Ma il problema, alle mie orecchie, suona diversamente: quale sarebbe l’insulto?
Busi ha detto che gli omofobi sono omosessuali repressi, e che il Papa deve smetterla di prendersela con gli omosessuali. Se identifichiamo la critica agli omosessuali con l’omofobia, il sillogismo è completo: il Papa è un omosessuale represso.
E’ un’opinione. Ma Busi non ha sostenuto che il Papa è uno stronzo, un criminale, un assassino. Al massimo, ha lasciato intendere che è un omosessuale represso.
Ora, quello che mi chiedo…da quando “omosessuale” è un insulto?
Capisco i baciapile, i centristi, bigotti di varia appartenenza.
Ma la Rai, il servizio pubblico, ha sposato la tesi per cui dare dell’omosessuale a qualcuno significa insultarlo.
Busi è stato addirittura radiato da tutti i programmi Rai…per quale ragione? Per la natura dell’insulto, o per il destinatario?
In entrambi i casi, è Medioevo.
Che mondo sarebbe, senza Busi? Non lo so. Ma per me sarebbe più difficile vivere in un mondo senza nutella.
Sempre che il buon Aldo avesse liberamente deciso di ritirarsi a vita privata, dedicandosi alla cura dell’orto e a buone letture.
Ma Busi è stato radiato da tutte le trasmissioni rai, da una tv pubblica sempre più ipocrita e medievale.
Radiato perché ha insultato il Santo Padre.
A parte il fatto che non si capisce perché si possono insultare ospiti in studio, politici, magistrati, artisti, tutti tranne il Santo Padre.
A parte il fatto che…siamo sicuri che il problema siano gli insulti al Papa? Non sarà la poco velata critica all’operato del Cavaliere?
Cavalieri e Papi non si toccano. Proprio come nel Medioevo…
Ma il problema, alle mie orecchie, suona diversamente: quale sarebbe l’insulto?
Busi ha detto che gli omofobi sono omosessuali repressi, e che il Papa deve smetterla di prendersela con gli omosessuali. Se identifichiamo la critica agli omosessuali con l’omofobia, il sillogismo è completo: il Papa è un omosessuale represso.
E’ un’opinione. Ma Busi non ha sostenuto che il Papa è uno stronzo, un criminale, un assassino. Al massimo, ha lasciato intendere che è un omosessuale represso.
Ora, quello che mi chiedo…da quando “omosessuale” è un insulto?
Capisco i baciapile, i centristi, bigotti di varia appartenenza.
Ma la Rai, il servizio pubblico, ha sposato la tesi per cui dare dell’omosessuale a qualcuno significa insultarlo.
Busi è stato addirittura radiato da tutti i programmi Rai…per quale ragione? Per la natura dell’insulto, o per il destinatario?
In entrambi i casi, è Medioevo.
mercoledì 16 dicembre 2009
Il Fatto
Ci ho provato di nuovo.
“Il Fatto” di MarcoTravaglio non è – come si poteva sospettare alla sua nascita - un quotidiano solo per Dipietristi e Grillini; sempre più spesso sbuca dalle sacche dove un tempo s’affacciavano Manifesto ed Unità; lo trovi sotto l’ascella pezzata di un passante, guancia a guancia con Repubblica; avvolge le percoche del fruttivendolo che un tempo era assiduo lettore di Liberazione.
“Il Fatto” si è imposto anche a sinistra, tra gli intellettuali di sinistra. Lo leggono persone di indiscutibile cultura ed intelligenza. Quello che mi chiedo è…perché?
Inutile avventurarsi in acrobatiche analisi politiche, che inevitabilmente mi condurrebbero in luoghi che ho frequentato tante di quelle volte da averne la nausea. I silenzi, i vuoti della sinistra…il Berlusconismo talmente dilagante da aver coinvolto i suoi avversati e detrattori. E basta…
Il problema che mi pongo stasera è un altro…come dall’incipit, ci ho provato di nuovo…e questo “Fatto” continua a sembrarmi un giornalaccio…
Ho tra le mani la copia di ieri. Amo dare giudizi sommari e sviluppare sani pregiudizi, ma in questo caso – proprio perché questo giornale è letto da persone di provata sapienza – ho voluto essere meno superficiale di quanto la mia periodica fiacchezza vorrebbe.
Pagine 1-2-3-4…5…..6!...cacchio…7! Sette pagine su diciotto si occupano del caso “souvenir sul volto del premier”. Ora dico…non è una notizia da nulla…ma oltre un terzo del giornale è dedicato a questo. Nessun approfondimento, nessuna analisi degna di tal nome…fondamentalmente, prese per il culo a Berlusconi.
Per fortuna, in prima pagina una geniale battuta del geniale Corrado Guzzanti, che non posso non riportare per intero:
“Ieri a Milano un matto, estraneo a qualunque organizzazione politica e in cura psichiatrica da 10 anni, ha colpito al volto il premier Silvio Berlusconi. E’ il frutto del clima violento scatenato dai magistrati, dai giornali e dalle televisioni, contro il governo. Oggi un altro matto si è versato un piatto di pastasciutta in testa: politica e istituzioni si uniscono unanimi a condannare anche questo episodio”. Questo significa essere un fuoriclasse.
Ma la vera perla è a pagina 5…”Il rebus Veronica”…ci si pone l’angustiante problema del “se Lady Veronica abbia chiamato Berlusconi”. Il premier dice di si, ma…attenzione! Palazzo Chigi smentisce! Nessuna chiamata dalla Lario…
Ma si può?
Da pagina otto a pagina 11 una panoramica su qualche notizia…il processo breve in primis, ovvio. Poi lo scandalo Wind, la monnezza a Palermo, un accenno al processo Spartacus. Qualità dell’approfondimento? “Leggo”, “City”…questo è il livello.
Pagina 12: pubblicità.
Pagina 13…toh! L’Iran…mezza pagina. Poi una pagina per la cultura, una per lo sport, due per la tv, una per l’economia. I quest’ultima, nel bel mezzo dell’articolo che tratta dell’economia asiatica…senza nessun senso, senza nessuna logica, appare un estratto di Enzo Biagi che prende per il culo Berlusconi….
Poi la posta, e stop…finito il giornale. Circa il 60% dello spazio dedicato alla politica, è occupato dal souvenir in faccia al Presidente del Consiglio. Ironie, prese di posizione, strumentali polemiche sulla qualità della sicurezza del premier…e qualche disperato tentativo di costruire un’analisi da parte di Oliviero Beha.
O non capisco davvero nulla – e quindi tanto vale che lasci perdere i giornali e mi dia alle percoche - o questo è il giornale meno berlusconiano, ma più berlusconista in circolazione.
giovedì 11 giugno 2009
Fino alla fine...e la fine si avvicina sempre più...
La sinistra è malata di snobismo, c’è poco da fare.
Cesaro ha vinto le elezioni e giù una pioggia di commenti: non sa parlare, è un ignorante, è un analfabeta.
E sulle cosiddette veline che Berlusconi avrebbe dovuto portare all’eurodisney, o all’europarlamento, in ogni caso a divertirsi. Il problema non è che i candidati siano calati dall’alto come lo Spirito Santo, ma che sono delle idiote…senza cultura…delle oche giulive.
E anche quando non sono oche, sono state scelte solo perché bone o vicine, molto vicine al Presidente.
Mah…
Cesaro sarà uno sgrammaticato. E allora? Non siamo nella Repubblica di Platone, al governo non devono andare i migliori, siamo in democrazia. Ovvero, devono essere rappresentate tutte le fasce sociali, tutti i cittadini. Con questa logica, gli ignoranti neanche dovrebbero votare.
Ci saranno altre ragioni per lagnarsi di Cesaro, si vedrà, ma mi rode sentire ‘ste menate sulla cultura.
Sarebbe auspicabile una classe politica più colta? Certo, perché sarebbe auspicabile una società più colta. Ma per un branco di asini, è meglio essere rappresentati da un altro asino che da un purosangue.
E il caso veline…certo non è un bell’affare. Ma non lo è stato neanche, per me, trovarmi in lista con Sinistra e Libertà il solito Francesco Caruso, cui non darei un voto neanche sottotortura. Dove non ci sono le primarie, e non ci sono – neanche a sinistra, poche chiacchiere – le liste vengono scelte dagli alti papaveri. Era meglio Di Pietro che candidò De Gregorio? O Casini che h candidato Emanuele Filiberto? Oppure il nostro Caruso?
Le candidature vengono selezionate in base a logiche di potere, nepotismo, clientele varie, popolarità, appetibilità dei nomi. Il Presidente del Consiglio è molto più viscerale nelle sue scelte…per orientarsi nelle decisioni si affida alla sua personale bussola, il cui ago (almeno così vuole far credere) indica sempre il nord.
Cesaro ha vinto le elezioni e giù una pioggia di commenti: non sa parlare, è un ignorante, è un analfabeta.
E sulle cosiddette veline che Berlusconi avrebbe dovuto portare all’eurodisney, o all’europarlamento, in ogni caso a divertirsi. Il problema non è che i candidati siano calati dall’alto come lo Spirito Santo, ma che sono delle idiote…senza cultura…delle oche giulive.
E anche quando non sono oche, sono state scelte solo perché bone o vicine, molto vicine al Presidente.
Mah…
Cesaro sarà uno sgrammaticato. E allora? Non siamo nella Repubblica di Platone, al governo non devono andare i migliori, siamo in democrazia. Ovvero, devono essere rappresentate tutte le fasce sociali, tutti i cittadini. Con questa logica, gli ignoranti neanche dovrebbero votare.
Ci saranno altre ragioni per lagnarsi di Cesaro, si vedrà, ma mi rode sentire ‘ste menate sulla cultura.
Sarebbe auspicabile una classe politica più colta? Certo, perché sarebbe auspicabile una società più colta. Ma per un branco di asini, è meglio essere rappresentati da un altro asino che da un purosangue.
E il caso veline…certo non è un bell’affare. Ma non lo è stato neanche, per me, trovarmi in lista con Sinistra e Libertà il solito Francesco Caruso, cui non darei un voto neanche sottotortura. Dove non ci sono le primarie, e non ci sono – neanche a sinistra, poche chiacchiere – le liste vengono scelte dagli alti papaveri. Era meglio Di Pietro che candidò De Gregorio? O Casini che h candidato Emanuele Filiberto? Oppure il nostro Caruso?
Le candidature vengono selezionate in base a logiche di potere, nepotismo, clientele varie, popolarità, appetibilità dei nomi. Il Presidente del Consiglio è molto più viscerale nelle sue scelte…per orientarsi nelle decisioni si affida alla sua personale bussola, il cui ago (almeno così vuole far credere) indica sempre il nord.
mercoledì 25 marzo 2009
Onorevole Ronchi
Qualche settimana fa, l'Onorevole Ronchi - ospite di Porta a Porta - urlando e sputacchiando all'indirizzo della povera Rosibindi - dichiarava con il consueto orgoglio postfascista, parlando di romeni accusati di stupro:"non sono uomini ma bestie". E alle proteste della Rosy, ribadiva in maniera ancora più convincente: "SONO BESTIE!".
Ovviamente l'espressione, presa alla lettera, è semplicemente errata. Sono esseri umani a tutti gli effetti, da un punto di vista scientifico, antropologico ecc. ecc.
Il senso dell'assioma ronchiano ovviamente era un altro: la bassezza morale, l'abiezione del gesto, ha degradato questi individui da uomini a bestie.
Altrettanto ovviamente è un discorso - come si suol dire - di pancia. Un'abitudine perdonabile al popolo (non giustificabile...perdonabile) ma non ad un ministro. Il fatto che sia rappresentante del popolo non vuol dire che debba rappresentarne i malumori anche quando sono espressione della rabbia più...posso dire bestiale?
Responsabilità di un uomo di governo sarebbe quella di abbassare i toni, non cavalcare il fiume di bile fino a rischiare uno straripamento. In sostanza, un ministro dovrebbe usare il cervello, non la pancia. Il cervello produce ragionamenti, analisi, proposte. La pancia si esprime a peti.
Ragionamenti, ministro Ronchi...analisi...non peti!
Perchè se un uomo, in virtù di un atto abietto, può essere degradato a bestia, allora è lecito ritenere che non abbia più i diritti che normalmente riconosciamo agli esseri umani.
Un ministro non dovrebbe neanche osare esprimersi in questo modo.
Anche il sostenitore delle politiche più severe, più repressive, dovrebbe ricordare in ogni momento:"stiamo parlando di esseri umani".
Poi...una riflessione a margine. I due romeni accusati dello stupro della Caffarella sono stai riconosciuti innocenti. Il popolo li aveva già condannati (per non parlare delle voraci e ottuse comunità di facebook), se avessero potuto li avrebbero linciati.
Razzisti.
Nessuno si ferma a riflettere su un fatto gravissimo: uno dei due accusati, nonostante fosse innocente, aveva confessato. Perchè? La prima ipotesi: è stato costretto. La seconda ipotesi (ancora peggiore): ha avuto paura di uscire...
Ci stiamo riducendo ad una "democrazia" in cui un innocente deve aver paura di dichiararsi tale per paura di un'opinione pubblica che lo ha già condannato?
In ogni caso, erano innocenti. Ahi...e ora che si fa?
Poi hanno trovato i colpevoli, sono pur sempre due romeni. I conti - finalmente - tornano.
R-A-Z-Z-I-S-T-I.
Ovviamente l'espressione, presa alla lettera, è semplicemente errata. Sono esseri umani a tutti gli effetti, da un punto di vista scientifico, antropologico ecc. ecc.
Il senso dell'assioma ronchiano ovviamente era un altro: la bassezza morale, l'abiezione del gesto, ha degradato questi individui da uomini a bestie.
Altrettanto ovviamente è un discorso - come si suol dire - di pancia. Un'abitudine perdonabile al popolo (non giustificabile...perdonabile) ma non ad un ministro. Il fatto che sia rappresentante del popolo non vuol dire che debba rappresentarne i malumori anche quando sono espressione della rabbia più...posso dire bestiale?
Responsabilità di un uomo di governo sarebbe quella di abbassare i toni, non cavalcare il fiume di bile fino a rischiare uno straripamento. In sostanza, un ministro dovrebbe usare il cervello, non la pancia. Il cervello produce ragionamenti, analisi, proposte. La pancia si esprime a peti.
Ragionamenti, ministro Ronchi...analisi...non peti!
Perchè se un uomo, in virtù di un atto abietto, può essere degradato a bestia, allora è lecito ritenere che non abbia più i diritti che normalmente riconosciamo agli esseri umani.
Un ministro non dovrebbe neanche osare esprimersi in questo modo.
Anche il sostenitore delle politiche più severe, più repressive, dovrebbe ricordare in ogni momento:"stiamo parlando di esseri umani".
Poi...una riflessione a margine. I due romeni accusati dello stupro della Caffarella sono stai riconosciuti innocenti. Il popolo li aveva già condannati (per non parlare delle voraci e ottuse comunità di facebook), se avessero potuto li avrebbero linciati.
Razzisti.
Nessuno si ferma a riflettere su un fatto gravissimo: uno dei due accusati, nonostante fosse innocente, aveva confessato. Perchè? La prima ipotesi: è stato costretto. La seconda ipotesi (ancora peggiore): ha avuto paura di uscire...
Ci stiamo riducendo ad una "democrazia" in cui un innocente deve aver paura di dichiararsi tale per paura di un'opinione pubblica che lo ha già condannato?
In ogni caso, erano innocenti. Ahi...e ora che si fa?
Poi hanno trovato i colpevoli, sono pur sempre due romeni. I conti - finalmente - tornano.
R-A-Z-Z-I-S-T-I.
giovedì 5 febbraio 2009
Involuzione silenziosa
Il diritto penale pre-moderno era caratterizzato da una peculiarità: per uno stesso reato, la pena poteva variare in base all’identità del reo e della vittima. In parole semplici: se un ricco ammazzava un povero, non subiva la stessa punizione di un povero che ammazzava un ricco.
Non il “fatto”, dunque, come elemento centrale del diritto, bensì il soggetto.
Oggi ci appare come un’aberrazione.
L’evoluzione del diritto penale, per fortuna, consegna agli uomini un principio di civiltà: La Legge è uguale per tutti.
Italia, 2008. Il governo Berlusconi applica una piccola modifica all’arti. 61 (comma 11 bis) del codice penale, ovvero “l’aggravante se il fatto [reato] è commesso da un soggetto che si trova illegalmente sul territorio italiano”.
L’attenzione - dal fatto - torna subdolamente a concentrarsi sui soggetti. Io e un clandestino possiamo commettere lo stesso e identico reato. Ma lui è clandestino…quindi è più grave.
Il veleno a piccole dosi quasi non si sente, si insinua nell’organismo e circola liberamente, inquinando giorno dopo giorno il nostro sangue.
Siamo presbiti. Riusciamo a vedere con chiarezza solo ciò che è distante; distante nello spazio e nel tempo.
E così, ciò che ieri era un’aberrazione, oggi non ci appare come tale.
Non il “fatto”, dunque, come elemento centrale del diritto, bensì il soggetto.
Oggi ci appare come un’aberrazione.
L’evoluzione del diritto penale, per fortuna, consegna agli uomini un principio di civiltà: La Legge è uguale per tutti.
Italia, 2008. Il governo Berlusconi applica una piccola modifica all’arti. 61 (comma 11 bis) del codice penale, ovvero “l’aggravante se il fatto [reato] è commesso da un soggetto che si trova illegalmente sul territorio italiano”.
L’attenzione - dal fatto - torna subdolamente a concentrarsi sui soggetti. Io e un clandestino possiamo commettere lo stesso e identico reato. Ma lui è clandestino…quindi è più grave.
Il veleno a piccole dosi quasi non si sente, si insinua nell’organismo e circola liberamente, inquinando giorno dopo giorno il nostro sangue.
Siamo presbiti. Riusciamo a vedere con chiarezza solo ciò che è distante; distante nello spazio e nel tempo.
E così, ciò che ieri era un’aberrazione, oggi non ci appare come tale.
domenica 25 gennaio 2009
Esigenze Cautelari
La violenza sulle donne è un tema che ogni tanto torna di attualità. In realtà è probabilmente il problema più antico del mondo, coincidente con il momento stesso in cui l'uomo si è reso conto di essere più forte fisicamente.
In questi giorni, le cronache nazionali hanno duramente provato le nostre sensibilità attraverso una serie di episodi di rara drammaticità. Primavalle, Guidonia, Fiera di Roma...sono stati teatri di aberranti suprusi, che al di là dell'immediata reazione viscerale, spingono a qualche riflessione più approfondita.
In particolare, il caso di Davide Franceschini, l'ITALIANO (visto che lo precisiamo per gli stranieri, facciamolo con tutti...) di 22 anni che, alla Fiera di Roma, la notte di Capodanno - forse terrorizzato dal proverbio che impone attività sessuale proprio l'ultimo giorno dell'anno per eludere 12 mesi di forzata astinenza - ha stuprato una coetanea in un bagno chimico e, quando il cerchio attorno a lui cominciava a stringersi, ha deciso di costituirsi.
Ora, per l'applicazione di una misura cautelare, è agli arresti domiciliari.
E l'Italia si ribella.
Premessa: spesso la pubblica opinione - ma anche i media, dolosamente o colposamente che sia -confondono misure cautelari e condanna definitiva. Allora ci si scandalizza, presumendo magari che un ubriaco che ha investito e ucciso tot persone sia stato condannato semplicemente ai domiciliari. In realtà, finchè non si è consumato un processo l'imputato è innocente (non lo dico io, ma la Costituzione). Tuttavia, fino all'eventuale condanna definitiva, può essere sottoposto a misure cautelari (in casi estremi, anche alla custodia in carcere).
E' un principio di civiltà, non è possibile sbattere in cella qualcuno prima che ne sia stata appurata la colpevolezza.
Però vorrei dire una cosa sulle misure cautelari.
Queste vengono applicate se e solo se si verificano determinati presupposti, i quali consistono i tre peculiari condizioni:
1) Gravità del delitto; non è possibile, ad esempio, applicare una misura cautelare per un calcio in culo ad un passante (almeno spero...). Per lo stupro, ovviamente, si
2) Gravi indizi di colpevolezza; in questo caso, parliamo di reo confesso, quindi non ci sono dubbi
3) Esigenze cautelari; ovvero, deve sussistere almeno una delle esigenze cautelari, che sono: pericolo di inquinamento o dispersione delle prove - pericolo di fuga - pericolo di reiterazione di reati.
Esistono vari tipi di misura cautelare; tra quelle coercitive personali, la più grave è ovviamente la custodia in carcere. Qual'è la discriminante per cui si decide di applicare la custodia in carcere anzichè gli arresti domiciliari?
Sfogliamo il codice di procedura penale, libro IV art. 275 (criteri di scelta):
"Nel disporre le misure, il giudice tiene conto della specifica idoneità di ciascuna in relazione alla natura e al grado delle esigenze cautelari da soddisfare nel caso concreto"
Ok...andiamo al comma 3:
"La custodia cautelare in carcere può essere disposta soltanto quando ogni altra misura risulti inadeguata. Quando sussistono gravi indizi di colpevolezza in ordine ai delitti di cui all'articolo 416 bis del codice penale o ai delitti commessi avvalendosi delle condizioni previste dal predetto articolo 416 bis ovvero al fine di agevolare l'attività delle associazioni previste dallo stesso articolo è applicata la custodia cautelare in carcere, salvo che siano acquisiti elementi dai quali risulti che non sussistono esigenze cautelari"
Quando parliamo di 416 bis parliamo di associazioni di stampo mafioso.
In linea teorica, il giudice ha applicato la legge. Il giovane Davide Franceschini non risulta essere un mafioso, esistono a suo carico gravi indizi di colpevolezza relativi ad un reato grave, e sussistono esigenze cautelari: arresti domiciliari.
Io però non sono d'accordo. Si parla tanto di sicurezza, pacchetti sicurezza, pacchi veri e propri, soldati da tutte le parti...a volte piccoli accorgimenti potrebbero essere molto più efficaci.
Io ad esempio applicherei una piccola modifica alla legge, anche per ridurre la discrezionalità del giudice: la custodia cautelare in carcere si applica quando, oltre a sussistere gravi indizi di colpevolezza, esigenze cautelari ecc..., la libertà dell'imputato possa essere di pregiudizio alla serenità della vittima.
Questi due abitano nella stessa città...
Qualcuno potrà obiettare: ma gli arresti domiciliari non significano libertà, i due comunque non potranno incontrarsi.
Sbagliato. "Arresti domiciliari" significa che se lasci la tua abitazione ti beccano e trascinano in carcere. Ma intanto sei uscito, non c'è un controllo! In questo caso la vittima ha diritto o no di sapere che non rischierà più di incontrare il suo aggressore, a meno che non venga riconosciuto innocente o abbia scontato la pena?
Magari sono in errore. Mi piacerebbe sentire qualche altra opinione (niente "tagliamogli le palle" o "la ragazza se l'è cercata", please...)
In questi giorni, le cronache nazionali hanno duramente provato le nostre sensibilità attraverso una serie di episodi di rara drammaticità. Primavalle, Guidonia, Fiera di Roma...sono stati teatri di aberranti suprusi, che al di là dell'immediata reazione viscerale, spingono a qualche riflessione più approfondita.
In particolare, il caso di Davide Franceschini, l'ITALIANO (visto che lo precisiamo per gli stranieri, facciamolo con tutti...) di 22 anni che, alla Fiera di Roma, la notte di Capodanno - forse terrorizzato dal proverbio che impone attività sessuale proprio l'ultimo giorno dell'anno per eludere 12 mesi di forzata astinenza - ha stuprato una coetanea in un bagno chimico e, quando il cerchio attorno a lui cominciava a stringersi, ha deciso di costituirsi.
Ora, per l'applicazione di una misura cautelare, è agli arresti domiciliari.
E l'Italia si ribella.
Premessa: spesso la pubblica opinione - ma anche i media, dolosamente o colposamente che sia -confondono misure cautelari e condanna definitiva. Allora ci si scandalizza, presumendo magari che un ubriaco che ha investito e ucciso tot persone sia stato condannato semplicemente ai domiciliari. In realtà, finchè non si è consumato un processo l'imputato è innocente (non lo dico io, ma la Costituzione). Tuttavia, fino all'eventuale condanna definitiva, può essere sottoposto a misure cautelari (in casi estremi, anche alla custodia in carcere).
E' un principio di civiltà, non è possibile sbattere in cella qualcuno prima che ne sia stata appurata la colpevolezza.
Però vorrei dire una cosa sulle misure cautelari.
Queste vengono applicate se e solo se si verificano determinati presupposti, i quali consistono i tre peculiari condizioni:
1) Gravità del delitto; non è possibile, ad esempio, applicare una misura cautelare per un calcio in culo ad un passante (almeno spero...). Per lo stupro, ovviamente, si
2) Gravi indizi di colpevolezza; in questo caso, parliamo di reo confesso, quindi non ci sono dubbi
3) Esigenze cautelari; ovvero, deve sussistere almeno una delle esigenze cautelari, che sono: pericolo di inquinamento o dispersione delle prove - pericolo di fuga - pericolo di reiterazione di reati.
Esistono vari tipi di misura cautelare; tra quelle coercitive personali, la più grave è ovviamente la custodia in carcere. Qual'è la discriminante per cui si decide di applicare la custodia in carcere anzichè gli arresti domiciliari?
Sfogliamo il codice di procedura penale, libro IV art. 275 (criteri di scelta):
"Nel disporre le misure, il giudice tiene conto della specifica idoneità di ciascuna in relazione alla natura e al grado delle esigenze cautelari da soddisfare nel caso concreto"
Ok...andiamo al comma 3:
"La custodia cautelare in carcere può essere disposta soltanto quando ogni altra misura risulti inadeguata. Quando sussistono gravi indizi di colpevolezza in ordine ai delitti di cui all'articolo 416 bis del codice penale o ai delitti commessi avvalendosi delle condizioni previste dal predetto articolo 416 bis ovvero al fine di agevolare l'attività delle associazioni previste dallo stesso articolo è applicata la custodia cautelare in carcere, salvo che siano acquisiti elementi dai quali risulti che non sussistono esigenze cautelari"
Quando parliamo di 416 bis parliamo di associazioni di stampo mafioso.
In linea teorica, il giudice ha applicato la legge. Il giovane Davide Franceschini non risulta essere un mafioso, esistono a suo carico gravi indizi di colpevolezza relativi ad un reato grave, e sussistono esigenze cautelari: arresti domiciliari.
Io però non sono d'accordo. Si parla tanto di sicurezza, pacchetti sicurezza, pacchi veri e propri, soldati da tutte le parti...a volte piccoli accorgimenti potrebbero essere molto più efficaci.
Io ad esempio applicherei una piccola modifica alla legge, anche per ridurre la discrezionalità del giudice: la custodia cautelare in carcere si applica quando, oltre a sussistere gravi indizi di colpevolezza, esigenze cautelari ecc..., la libertà dell'imputato possa essere di pregiudizio alla serenità della vittima.
Questi due abitano nella stessa città...
Qualcuno potrà obiettare: ma gli arresti domiciliari non significano libertà, i due comunque non potranno incontrarsi.
Sbagliato. "Arresti domiciliari" significa che se lasci la tua abitazione ti beccano e trascinano in carcere. Ma intanto sei uscito, non c'è un controllo! In questo caso la vittima ha diritto o no di sapere che non rischierà più di incontrare il suo aggressore, a meno che non venga riconosciuto innocente o abbia scontato la pena?
Magari sono in errore. Mi piacerebbe sentire qualche altra opinione (niente "tagliamogli le palle" o "la ragazza se l'è cercata", please...)
domenica 28 dicembre 2008
Emendamento capestro
Per chi non ne fosse informato, c'è un emendamento della Lega al pacchetto sicurezza del governo: i medici saranno obbligati a denunciare i propri pazienti se clandestini.
Al di là dello schiaffo in faccia ad Ippocrate e al suo "Giuramento", e dunque alla deontologia professionale dei medici (art.3: "Dovere del medico è la tutela della vita, della salute fisica e psichica dell’Uomo e il sollievo dalla sofferenza nel rispetto della libertà e della dignità della persona umana, senza distinzioni di età, di sesso, di etnia, di religione, di nazionalità, di CONDIZIONE SOCIALE, di ideologia, in tempo di pace e in tempo di guerra, quali che siano le condizioni istituzionali e sociali nelle quali opera"), mi sembra che anche la nostra Costituzione dica qualcosa riguardo l'UNIVERSALITA' del diritto alla salute (art.32).
Vedo tre possibili conseguenze ad una soluzione del genere:
1) L'inaccessibilità delle cure mediche per molti immigrati clandestini (per i quali la malattia è preferibile al ritorno in patria)
2) Il capestro - il ricatto fondato sul primo dei beni (la salute) - per espellere i clandestini
3) Probabile: la nascita (o meglio il pauroso incremento, perchè dubito non esista già almeno in forma embrionale) di una sanità clandestina. Anche questa mi sembra una prospettiva avvincente...
A cosa mira in realtà questo emendamento?
Ad indebolire ulteriormente la più stracciata delle categorie sociali? A soddisfare gli umori repressivi di un elettorato con la bava alla bocca? Mi auguro qualcuno non pensi sul serio che possa servire a diminuire il numero dei clandestini (a meno che non si punti a farli diminuire in virtù di qualche epidemia...); al massimo possiamo ridurli ad una condizione ancora più marginale, plasmandoli sempre più come ci piace immaginarli: brutti, sporchi, malati e cattivi...
Magari tra qualche anno si potrà fare propaganda spiegando che i clandestini "portano malattie". No, non le portano. E' un nostro gentile omaggio.
Comunque mi pare inutile citare la nostra costituzione. Ricordo bene dove la Lega voleva infilarsi il tricolore; facile pensare che ci sia un cantuccio libero anche per essa.
Al di là dello schiaffo in faccia ad Ippocrate e al suo "Giuramento", e dunque alla deontologia professionale dei medici (art.3: "Dovere del medico è la tutela della vita, della salute fisica e psichica dell’Uomo e il sollievo dalla sofferenza nel rispetto della libertà e della dignità della persona umana, senza distinzioni di età, di sesso, di etnia, di religione, di nazionalità, di CONDIZIONE SOCIALE, di ideologia, in tempo di pace e in tempo di guerra, quali che siano le condizioni istituzionali e sociali nelle quali opera"), mi sembra che anche la nostra Costituzione dica qualcosa riguardo l'UNIVERSALITA' del diritto alla salute (art.32).
Vedo tre possibili conseguenze ad una soluzione del genere:
1) L'inaccessibilità delle cure mediche per molti immigrati clandestini (per i quali la malattia è preferibile al ritorno in patria)
2) Il capestro - il ricatto fondato sul primo dei beni (la salute) - per espellere i clandestini
3) Probabile: la nascita (o meglio il pauroso incremento, perchè dubito non esista già almeno in forma embrionale) di una sanità clandestina. Anche questa mi sembra una prospettiva avvincente...
A cosa mira in realtà questo emendamento?
Ad indebolire ulteriormente la più stracciata delle categorie sociali? A soddisfare gli umori repressivi di un elettorato con la bava alla bocca? Mi auguro qualcuno non pensi sul serio che possa servire a diminuire il numero dei clandestini (a meno che non si punti a farli diminuire in virtù di qualche epidemia...); al massimo possiamo ridurli ad una condizione ancora più marginale, plasmandoli sempre più come ci piace immaginarli: brutti, sporchi, malati e cattivi...
Magari tra qualche anno si potrà fare propaganda spiegando che i clandestini "portano malattie". No, non le portano. E' un nostro gentile omaggio.
Comunque mi pare inutile citare la nostra costituzione. Ricordo bene dove la Lega voleva infilarsi il tricolore; facile pensare che ci sia un cantuccio libero anche per essa.
venerdì 5 dicembre 2008
Sono stato molto indeciso in questi giorni se spendere qualche parola sull'oscena posizione della Chiesa riguardo la questione "depenalizzazione del reato di omosessualità".
Ovviamente la Chiesa non si è espressa a favore della pena di morte per i "diversi".
Quella dei barbagianni ecclesiastici è una scelta politica: sostenere la depenalizzazione dell'omosessualità potrebbe significare - di contro - favorire pressioni nei confronti degli Stati (tra cui il nostro) nei quali gli omosessuali non hanno tutti i diritti civili degli etero.
Il ragionamento è semplice: noi non vogliamo essere rotti le scatole sui diritti degli omosessuali...quindi, preferiamo avallare in qualche modo il reato di omosessualità (punito, in alcune nazioni, con la morte) piuttosto che rishiare di farli sposare.
Questa è la Chiesa. E questi i suoi valori di riferimento.
Poi, un piccolo ringhio del Pasore Tedesco (come ebbe a suo dire, con lungimiranza, "Il Manifesto"), e il governo fa marcia indietro sui tagli alle scuole private...cattoliche.
Ma perchè dobbiamo finanziare le scuole dei preti? Proprio mentre sono in atto tagli alla scuola pubblica.
Allora, se davvero vogliamo la libertà di educazione (concetto sparato davvero "a cazzo"), perchè non cominciamo a ragionare di scuole islamiche parificate? No, eh? Addirittura qualcuno vorrebbe chiudere anche le moschee, figuriamoci le scuole...
Non è una questione marginale, perchè diavolo la Chiesa deve godere di un appalto su una questione essenziale come l'educazione?
Ovviamente la Chiesa non si è espressa a favore della pena di morte per i "diversi".
Quella dei barbagianni ecclesiastici è una scelta politica: sostenere la depenalizzazione dell'omosessualità potrebbe significare - di contro - favorire pressioni nei confronti degli Stati (tra cui il nostro) nei quali gli omosessuali non hanno tutti i diritti civili degli etero.
Il ragionamento è semplice: noi non vogliamo essere rotti le scatole sui diritti degli omosessuali...quindi, preferiamo avallare in qualche modo il reato di omosessualità (punito, in alcune nazioni, con la morte) piuttosto che rishiare di farli sposare.
Questa è la Chiesa. E questi i suoi valori di riferimento.
Poi, un piccolo ringhio del Pasore Tedesco (come ebbe a suo dire, con lungimiranza, "Il Manifesto"), e il governo fa marcia indietro sui tagli alle scuole private...cattoliche.
Ma perchè dobbiamo finanziare le scuole dei preti? Proprio mentre sono in atto tagli alla scuola pubblica.
Allora, se davvero vogliamo la libertà di educazione (concetto sparato davvero "a cazzo"), perchè non cominciamo a ragionare di scuole islamiche parificate? No, eh? Addirittura qualcuno vorrebbe chiudere anche le moschee, figuriamoci le scuole...
Non è una questione marginale, perchè diavolo la Chiesa deve godere di un appalto su una questione essenziale come l'educazione?
sabato 22 novembre 2008
La mission culturale per una nuova forza di sinistra
Il progetto di una nuova costituente per la sinistra si colloca in una fase emergenziale, conseguente all’esito disastroso delle ultime elezioni che hanno relegato – per la prima volta dalla fine della seconda guerra mondiale – la sinistra comunista fuori dal Parlamento.
Inevitabile, dunque, nel patrimonio genetico di una nuova forza di sinistra, la riflessione profonda sulle regioni di una sconfitta storica, esito di un progressivo scollamento dalle forze sociali, dalla cittadinanza, dai luoghi di vita e lavoro. Soprattutto, dai luoghi del disagio.
Tuttavia, la disfatta dell’Arcobaleno è soltanto la punta di un iceberg, la parte visibile di una ferita apertasi nel 1989. Idealmente, è dai cocci del muro che si deve ricominciare a costruire.
Ciò di cui abbiamo bisogno è una sinistra con un progetto politico e culturale riconoscibile, non asservito agli umori del ceto medio o alle malinconie di irriducibili rivoluzionari.
Una sinistra in grado di proporsi attivamente nel dibattito culturale, di fronteggiare il pensiero unico e proporre una diversa e più scientifica lettura delle dinamiche sociali.
Una sinistra in grado di stare tra le persone, di crescere partendo dal basso, di rappresentare il disagio delle fasce più deboli di popolazione.
Nuova deve essere l’energia, la voglia di essere motore propulsore delle dinamiche di cambiamento, nuovo il desiderio di protagonismo politico e sociale.
Nuove devono essere le modalità di incontro con la cittadinanza, la qualità dell’impegno e della comunicazione.
Nuovi dovrebbero essere i volti, i nomi.
Nuove le parole d’ordine e, forse, i simboli.
Ciò che non deve cambiare, invece, è ciò che rende tale una forza di sinistra: le istanze progressiste, la matrice culturale, l’orizzonte etico, la scelta operativa.
Personalmente, individuo nel lessico utilizzato a suo tempo da Pizzorno, ovvero la dicotomia concettuale di “inclusione/esclusione”, la bussola ideale per l’orizzonte etico di una nuova sinistra.
Sinistra è inclusione, estensione della cittadinanza, partecipazione, articolo 3 della nostra Costituzione, universalità dei diritti, dignità sociale.
La storia della sinistra è soprattutto rivoluzione culturale; non quella di Mao, bensì quella del “rovesciamento” dei paradigmi. Quella che ha insegnato agli operai che non dovevano ringraziare i padroni per il fatto di lavorare.
Il coraggio, dunque, di un pensiero di rottura, che non asseconda gli umori dell’elettorato ma – se necessario – lo traumatizza.
Rovesciare i paradigmi culturali dominanti orientati all’esclusione sociale: questa deve essere la mission culturale di una nuova sinistra.
Prendiamo l’esempio delle “classi ponte”, la proposta leghista di separare i percorsi scolastici dei bambini extracomunitari da quelli italiani, fino all’acquisizione di un livello di conoscenza della lingua italiana tale da rendere possibile l’integrazione scolastica (traduzione: tale da non far perdere tempo ai nostri ragazzi).
Non ci siamo risparmiati nel contestare in ogni modo questo irricevibile e goffo tentativo di far passare una scelta di esclusione sociale per un tentativo di favorire l’integrazione degli studenti extracomunitari. Si è più volte ribadito come sia l’integrazione a favorire la conoscenza della lingua e non il contrario; come una scelta del genere sul lungo periodo produrrebbe antagonismo sociale e dunque maggiore insicurezza ecc…
Tuttavia, una forza di sinistra deve avere il coraggio di capovolgere radicalmente il punto di vista, in un’ottica decisa di inclusione sociale: anche i nostri ragazzi, in verità, hanno bisogno di imparare a integrarsi con gli immigrati. Le classi ponte rappresentano una discriminazione nei confronti degli extracomunitari, ma anche la privazione di un’opportunità di crescita intellettuale e morale per i nostri figli.
Non c’è nulla di scandaloso in questo concetto, è un’ottica di inclusione sociale, crescita morale, ciò che dovrebbe essere patrimonio irrinunciabile di una forza di sinistra.
Ovviamente, non sfugge la complessità delle dinamiche sociali, in particolare per quanto riguarda i fenomeni migratori. Il pensiero critico deve dunque svilupparsi su un duplice binario: da un lato, l’aggressione ai paradigmi culturali dell’intolleranza e dell’esclusione sociale; dall’altro, il confronto – non più procrastinabile – con i tabù della sinistra.
E’ necessario mostrare la possibilità di un modo diverso di pensare e osservare gli eventi e le dinamiche sociali, attraverso la pratica costante e l’assiduo lavoro di aggressione al pensiero unico.
Quante volte abbiamo ascoltato genitori preoccupati perché il proprio figlio è vittima di atti di bullismo. Ma quante poche volte abbiamo sentito genitori preoccupati perché il proprio figlio è un bullo!
E’ nelle piccole dinamiche sociali che si annida il germe patogeno dell’intolleranza, dell’indifferenza ai valori morali.
Quanto avvenuto il mese di maggio a Ponticelli - il pogrom, l’attacco incendiario, il saccheggio di un campo nomadi, ma soprattutto la disarmante solidarietà popolare con i carnefici anziché con le vittime di un’aggressione barbarica - non è il semplice risultato di una vergognosa campagna mediatica (che pure c’è stata), ma l’esito di un lungo processo in cui la cultura dell’esclusione sociale ha trovato tempo e modo di sedimentarsi, conquistare uno spazio e una dignità sociale.
A un punto tale, che oggi è possibile che un politico possa permettersi di parlare (anzi scrivere…e scripta manent!) – sempre a proposito delle classi ponte - di discriminazione transitoria positiva a favore dei minori immigrati.
E questo processo si è svolto sotto la spinta dei gutturali slogan della destra più becera, trovando solo la debole resistenza di una sinistra balbettante.
Una rinascita culturale, dunque. Che non è l’oziosa attività politica degli intellettuali, ma forza di rinnovamento, di cambiamento.
Sarebbe sufficiente valutare l’impatto, la forza trainante del lavoro di Roberto Saviano.
Luciano Canfora, nell’opera Critica della Retorica Democratica, scrive:
E’ il ceto intellettuale quello che fa funzionare i centri nevralgici del mondo egemone. E’ quel ceto che va conquistato alla critica. Urge una nuova critica dell’economia che spieghi ai ceti decisivi del primo mondo che sono anch’essi degli sfruttati. E che lo sono in primo luogo in quello che è da considerarsi il massimo dei beni: l’intelligenza. E’ dal cuore del sistema che verrà la nuova crisi: in un tempo lunghissimo e dopo una lunga ricerca. Non è importante esserci, è importante saperlo.
E’ dunque prioritario per una nuova forza di sinistra, produrre e contribuire a diffondere una cultura dell’inclusione sociale. “Cultura” nel senso più ampio, comprensivo di pensiero e prassi. Una cultura dell’intervento, della presenza, che si esprima attraverso l’azione sul territorio, il sostegno alle fasce più deboli della popolazione, in grado di radicarsi dove sembra non poter crescere nulla.
Tempo fa un mio collega, Nicola Albanese, faceva notare come nell’uso comune sia stato distorto il significato del termine “esclusivo”, stravolgendone la semantica al punto da attribuirgli una valenza positiva. Un locale esclusivo, ad esempio, è un locale di livello, frequentato soltanto dalla “gente migliore.
Noi pretendiamo, al contrario, di proporre e difendere una cultura dell’inclusione.
Noi vogliamo il rovesciamento delle categorie culturali dominanti: non ci importa niente – ma proprio niente! – di quanto impieghi il primo arrivato a tagliare il traguardo. A noi interessa in quanti riescono a raggiungerlo.
Inevitabile, dunque, nel patrimonio genetico di una nuova forza di sinistra, la riflessione profonda sulle regioni di una sconfitta storica, esito di un progressivo scollamento dalle forze sociali, dalla cittadinanza, dai luoghi di vita e lavoro. Soprattutto, dai luoghi del disagio.
Tuttavia, la disfatta dell’Arcobaleno è soltanto la punta di un iceberg, la parte visibile di una ferita apertasi nel 1989. Idealmente, è dai cocci del muro che si deve ricominciare a costruire.
Ciò di cui abbiamo bisogno è una sinistra con un progetto politico e culturale riconoscibile, non asservito agli umori del ceto medio o alle malinconie di irriducibili rivoluzionari.
Una sinistra in grado di proporsi attivamente nel dibattito culturale, di fronteggiare il pensiero unico e proporre una diversa e più scientifica lettura delle dinamiche sociali.
Una sinistra in grado di stare tra le persone, di crescere partendo dal basso, di rappresentare il disagio delle fasce più deboli di popolazione.
Nuova deve essere l’energia, la voglia di essere motore propulsore delle dinamiche di cambiamento, nuovo il desiderio di protagonismo politico e sociale.
Nuove devono essere le modalità di incontro con la cittadinanza, la qualità dell’impegno e della comunicazione.
Nuovi dovrebbero essere i volti, i nomi.
Nuove le parole d’ordine e, forse, i simboli.
Ciò che non deve cambiare, invece, è ciò che rende tale una forza di sinistra: le istanze progressiste, la matrice culturale, l’orizzonte etico, la scelta operativa.
Personalmente, individuo nel lessico utilizzato a suo tempo da Pizzorno, ovvero la dicotomia concettuale di “inclusione/esclusione”, la bussola ideale per l’orizzonte etico di una nuova sinistra.
Sinistra è inclusione, estensione della cittadinanza, partecipazione, articolo 3 della nostra Costituzione, universalità dei diritti, dignità sociale.
La storia della sinistra è soprattutto rivoluzione culturale; non quella di Mao, bensì quella del “rovesciamento” dei paradigmi. Quella che ha insegnato agli operai che non dovevano ringraziare i padroni per il fatto di lavorare.
Il coraggio, dunque, di un pensiero di rottura, che non asseconda gli umori dell’elettorato ma – se necessario – lo traumatizza.
Rovesciare i paradigmi culturali dominanti orientati all’esclusione sociale: questa deve essere la mission culturale di una nuova sinistra.
Prendiamo l’esempio delle “classi ponte”, la proposta leghista di separare i percorsi scolastici dei bambini extracomunitari da quelli italiani, fino all’acquisizione di un livello di conoscenza della lingua italiana tale da rendere possibile l’integrazione scolastica (traduzione: tale da non far perdere tempo ai nostri ragazzi).
Non ci siamo risparmiati nel contestare in ogni modo questo irricevibile e goffo tentativo di far passare una scelta di esclusione sociale per un tentativo di favorire l’integrazione degli studenti extracomunitari. Si è più volte ribadito come sia l’integrazione a favorire la conoscenza della lingua e non il contrario; come una scelta del genere sul lungo periodo produrrebbe antagonismo sociale e dunque maggiore insicurezza ecc…
Tuttavia, una forza di sinistra deve avere il coraggio di capovolgere radicalmente il punto di vista, in un’ottica decisa di inclusione sociale: anche i nostri ragazzi, in verità, hanno bisogno di imparare a integrarsi con gli immigrati. Le classi ponte rappresentano una discriminazione nei confronti degli extracomunitari, ma anche la privazione di un’opportunità di crescita intellettuale e morale per i nostri figli.
Non c’è nulla di scandaloso in questo concetto, è un’ottica di inclusione sociale, crescita morale, ciò che dovrebbe essere patrimonio irrinunciabile di una forza di sinistra.
Ovviamente, non sfugge la complessità delle dinamiche sociali, in particolare per quanto riguarda i fenomeni migratori. Il pensiero critico deve dunque svilupparsi su un duplice binario: da un lato, l’aggressione ai paradigmi culturali dell’intolleranza e dell’esclusione sociale; dall’altro, il confronto – non più procrastinabile – con i tabù della sinistra.
E’ necessario mostrare la possibilità di un modo diverso di pensare e osservare gli eventi e le dinamiche sociali, attraverso la pratica costante e l’assiduo lavoro di aggressione al pensiero unico.
Quante volte abbiamo ascoltato genitori preoccupati perché il proprio figlio è vittima di atti di bullismo. Ma quante poche volte abbiamo sentito genitori preoccupati perché il proprio figlio è un bullo!
E’ nelle piccole dinamiche sociali che si annida il germe patogeno dell’intolleranza, dell’indifferenza ai valori morali.
Quanto avvenuto il mese di maggio a Ponticelli - il pogrom, l’attacco incendiario, il saccheggio di un campo nomadi, ma soprattutto la disarmante solidarietà popolare con i carnefici anziché con le vittime di un’aggressione barbarica - non è il semplice risultato di una vergognosa campagna mediatica (che pure c’è stata), ma l’esito di un lungo processo in cui la cultura dell’esclusione sociale ha trovato tempo e modo di sedimentarsi, conquistare uno spazio e una dignità sociale.
A un punto tale, che oggi è possibile che un politico possa permettersi di parlare (anzi scrivere…e scripta manent!) – sempre a proposito delle classi ponte - di discriminazione transitoria positiva a favore dei minori immigrati.
E questo processo si è svolto sotto la spinta dei gutturali slogan della destra più becera, trovando solo la debole resistenza di una sinistra balbettante.
Una rinascita culturale, dunque. Che non è l’oziosa attività politica degli intellettuali, ma forza di rinnovamento, di cambiamento.
Sarebbe sufficiente valutare l’impatto, la forza trainante del lavoro di Roberto Saviano.
Luciano Canfora, nell’opera Critica della Retorica Democratica, scrive:
E’ il ceto intellettuale quello che fa funzionare i centri nevralgici del mondo egemone. E’ quel ceto che va conquistato alla critica. Urge una nuova critica dell’economia che spieghi ai ceti decisivi del primo mondo che sono anch’essi degli sfruttati. E che lo sono in primo luogo in quello che è da considerarsi il massimo dei beni: l’intelligenza. E’ dal cuore del sistema che verrà la nuova crisi: in un tempo lunghissimo e dopo una lunga ricerca. Non è importante esserci, è importante saperlo.
E’ dunque prioritario per una nuova forza di sinistra, produrre e contribuire a diffondere una cultura dell’inclusione sociale. “Cultura” nel senso più ampio, comprensivo di pensiero e prassi. Una cultura dell’intervento, della presenza, che si esprima attraverso l’azione sul territorio, il sostegno alle fasce più deboli della popolazione, in grado di radicarsi dove sembra non poter crescere nulla.
Tempo fa un mio collega, Nicola Albanese, faceva notare come nell’uso comune sia stato distorto il significato del termine “esclusivo”, stravolgendone la semantica al punto da attribuirgli una valenza positiva. Un locale esclusivo, ad esempio, è un locale di livello, frequentato soltanto dalla “gente migliore.
Noi pretendiamo, al contrario, di proporre e difendere una cultura dell’inclusione.
Noi vogliamo il rovesciamento delle categorie culturali dominanti: non ci importa niente – ma proprio niente! – di quanto impieghi il primo arrivato a tagliare il traguardo. A noi interessa in quanti riescono a raggiungerlo.
venerdì 21 novembre 2008
Sit-In Educatori Penitenziari
Allego la mia personalissima ricostruzione del Sit-In tenutosi il 13-11-2008 davanti a Camera dei Deputati e Senato, al fine di evidenziare la paradossale situazione dei 397 educatori penitenziari vincitori di un concorso bandito nel 2003.
Per ulteriori dettagli, visitare il sito: http://www.educatoripenitenziari.it/index.php
Sit In
Il 13 novembre 2008, il comitato “I Nuovi Educatori Penitenziari” realizza un sit-in di protesta davanti a Camera dei Deputati e Senato.
La causa è sacrosanta: siamo vincitori e idonei di un concorso bandito nel 2003, conclusosi soltanto nel giugno del corrente anno, e senza ancora nessuna certezza sui tempi di assunzione.
Si parla di essere chiamati “a scaglioni”, parte nel 2009 e parte nel 2010.
Insomma, nella migliore delle ipotesi, il conto complessivo sarà di 7 anni di attesa. Qualcuno deve aver rotto uno specchio…
Il comitato si è costituito poichè si è ritenuto che anche un anno in più possa fare la differenza; e poi – diciamolo pure – perché sulla scadenza del 2010 neanche metteremmo la mano sul fuoco…
Prosaicamente, qualcuno di noi fa riferimento ad una Legge di Murphy: “Se qualcosa può andar male, lo farà”.
E poi, questi benedetti fondi per assumerci ci sono. C’è la cassa delle ammende. Potremmo usare quelli, e poi tornare a riempirla con i fondi delle nostre assunzioni quando arriveranno (tanto al massimo si tratta del 2010, giusto?).
E allora…si va!
La mia giornata parte benissimo. Neanche esco di casa che vengo travolto da un’onda anomala e raggiungo la stazione centrale assieme ad un cumulo di detriti. Impresentabile, salgo sul treno ansioso di raggiungere i miei futuri colleghi.
A Roma, invece, splende il sole. Decido quindi di raggiungere a piedi Piazza Montecitorio, trotterellando allegramente per le vie del centro. Quando raggiungo il sit-in, riconosco subito la mia amica Laura. Provo a farle un gesto di saluto sollevando il braccio, ma è un attimo…il cielo si rannuvola, un tuono rompe il silenzio, la pioggia scroscia violentemente…devo averlo rotto io, quel famoso specchio, nel 2003. Ad ogni modo, abbasso rapidamente il braccio prima di essere accusato di aver comandato la pioggia.
Il sit-in è stato organizzato benissimo. C’è il gazebo con il materiale informativo, cartelli, striscioni, volantini, palloncini per attirare l’attenzione, la cassa delle ammende…; saluto Federico, venuto giù da Torino, e finalmente conosco di persona la nostra Presidentessa. Lina mi saluta con una stretta di mano vigorosa, mi riassume rapidamente quanto avvenuto fino a quel momento, con gli occhi che fanno scintille e promettono battaglia. Soprattutto, promettono e mantengono.
Finalmente incontro Marianna, Viviana, e altre persone che fino a qualche ora prima conoscevo soltanto come nick. E poi ci sono i mariti e fidanzati…venuti a dare man forte, a sostenere la battaglia.
Non siamo numerosi, ma non siamo per niente male.
C’è anche qualcuno che fa parte di un altro gruppo, quello che generosamente definiamo “l’altro comitato”. Viene recando seco un ramoscello d’ulivo, parla dell’importanza del nostro sit-in, del fatto che dovremmo essere tutti uniti, che l’unione fa la forza…tutto condivisibile. Che il ramoscello sia autentico o no, lo accettiamo: noi non abbiamo nulla da nascondere, e ben venga – sempre – chi condivide ciò che facciamo e vuole offrire un contributo.
Vuol dire che, nella città dei Figli della Lupa, accoglieremo un Figlio del Leopardo.
Il sit-in si svolge come una prova di resistenza: la pioggia comincia ad infliggere i primi danni al morale dei futuri educatori. Federico si arma di megafono e sfida intemperie e deputati, restituendo il sorriso e la forza a tutto il gruppo.
Arriva l’Onorevole Di Pietro. Anche lui sfida la pioggia armato di un miserrimo ombrellino.
Di Pietro parla e ascolta, circondato da un gruppo di educatori che quasi lo soffoca. Non tanto per lui, quanto per trovare riparo sotto il gazebo. L’onorevole fa un bagno di folla, chi è rimasto dietro un bagno e basta.
L’onorevole si trattiene a lungo assieme a noi, e promette di portare la questione in Parlamento. Ci invita a non demordere. Poi guarda la nostra Presidentessa e capisce che si tratta di una raccomandazione inutile.
Poco dopo, mentre io e il marito di Lina veniamo brutalmente buttati fuori da alcuni portoni in cui abbiamo cercato rifugio, arriva anche la Senatrice Baio.
Il pomeriggio, i superstiti si trasferiscono di fronte al senato. Una spesa rapida per mangiare qualcosa, un the per riscaldare le ossa, ed eccoci di nuovo in piena forma.
Ingaggio una lotta personale con il mio sigaro: zuppo d’acqua, non vuol saperne di accendersi. Ma non me la prendo: i medici mi hanno assicurato che respirare l’aria di Roma equivale a fumarsi un paio di sigari.
Veniamo a sapere dell’intervento della Baio, della solidarietà di Schifani…le notizie che porta Antonio mettono di buonumore.
Nessuno si aspettava di arrivare lì, e tornare a casa con il contratto di assunzione. Abbiamo in ogni caso ottenuto molto. Le cose si conquistano un passo alla volta, e questo è stato indiscutibilmente un passo avanti.
Ci salutiamo contenti di esserci stati, di esserci conosciuti e di esserci bagnati assieme…un onore!
Anche perché, come direbbe Federico:”siamo bagnati…non dei conigli bagnati!”
Per ulteriori dettagli, visitare il sito: http://www.educatoripenitenziari.it/index.php
Sit In
Il 13 novembre 2008, il comitato “I Nuovi Educatori Penitenziari” realizza un sit-in di protesta davanti a Camera dei Deputati e Senato.
La causa è sacrosanta: siamo vincitori e idonei di un concorso bandito nel 2003, conclusosi soltanto nel giugno del corrente anno, e senza ancora nessuna certezza sui tempi di assunzione.
Si parla di essere chiamati “a scaglioni”, parte nel 2009 e parte nel 2010.
Insomma, nella migliore delle ipotesi, il conto complessivo sarà di 7 anni di attesa. Qualcuno deve aver rotto uno specchio…
Il comitato si è costituito poichè si è ritenuto che anche un anno in più possa fare la differenza; e poi – diciamolo pure – perché sulla scadenza del 2010 neanche metteremmo la mano sul fuoco…
Prosaicamente, qualcuno di noi fa riferimento ad una Legge di Murphy: “Se qualcosa può andar male, lo farà”.
E poi, questi benedetti fondi per assumerci ci sono. C’è la cassa delle ammende. Potremmo usare quelli, e poi tornare a riempirla con i fondi delle nostre assunzioni quando arriveranno (tanto al massimo si tratta del 2010, giusto?).
E allora…si va!
La mia giornata parte benissimo. Neanche esco di casa che vengo travolto da un’onda anomala e raggiungo la stazione centrale assieme ad un cumulo di detriti. Impresentabile, salgo sul treno ansioso di raggiungere i miei futuri colleghi.
A Roma, invece, splende il sole. Decido quindi di raggiungere a piedi Piazza Montecitorio, trotterellando allegramente per le vie del centro. Quando raggiungo il sit-in, riconosco subito la mia amica Laura. Provo a farle un gesto di saluto sollevando il braccio, ma è un attimo…il cielo si rannuvola, un tuono rompe il silenzio, la pioggia scroscia violentemente…devo averlo rotto io, quel famoso specchio, nel 2003. Ad ogni modo, abbasso rapidamente il braccio prima di essere accusato di aver comandato la pioggia.
Il sit-in è stato organizzato benissimo. C’è il gazebo con il materiale informativo, cartelli, striscioni, volantini, palloncini per attirare l’attenzione, la cassa delle ammende…; saluto Federico, venuto giù da Torino, e finalmente conosco di persona la nostra Presidentessa. Lina mi saluta con una stretta di mano vigorosa, mi riassume rapidamente quanto avvenuto fino a quel momento, con gli occhi che fanno scintille e promettono battaglia. Soprattutto, promettono e mantengono.
Finalmente incontro Marianna, Viviana, e altre persone che fino a qualche ora prima conoscevo soltanto come nick. E poi ci sono i mariti e fidanzati…venuti a dare man forte, a sostenere la battaglia.
Non siamo numerosi, ma non siamo per niente male.
C’è anche qualcuno che fa parte di un altro gruppo, quello che generosamente definiamo “l’altro comitato”. Viene recando seco un ramoscello d’ulivo, parla dell’importanza del nostro sit-in, del fatto che dovremmo essere tutti uniti, che l’unione fa la forza…tutto condivisibile. Che il ramoscello sia autentico o no, lo accettiamo: noi non abbiamo nulla da nascondere, e ben venga – sempre – chi condivide ciò che facciamo e vuole offrire un contributo.
Vuol dire che, nella città dei Figli della Lupa, accoglieremo un Figlio del Leopardo.
Il sit-in si svolge come una prova di resistenza: la pioggia comincia ad infliggere i primi danni al morale dei futuri educatori. Federico si arma di megafono e sfida intemperie e deputati, restituendo il sorriso e la forza a tutto il gruppo.
Arriva l’Onorevole Di Pietro. Anche lui sfida la pioggia armato di un miserrimo ombrellino.
Di Pietro parla e ascolta, circondato da un gruppo di educatori che quasi lo soffoca. Non tanto per lui, quanto per trovare riparo sotto il gazebo. L’onorevole fa un bagno di folla, chi è rimasto dietro un bagno e basta.
L’onorevole si trattiene a lungo assieme a noi, e promette di portare la questione in Parlamento. Ci invita a non demordere. Poi guarda la nostra Presidentessa e capisce che si tratta di una raccomandazione inutile.
Poco dopo, mentre io e il marito di Lina veniamo brutalmente buttati fuori da alcuni portoni in cui abbiamo cercato rifugio, arriva anche la Senatrice Baio.
Il pomeriggio, i superstiti si trasferiscono di fronte al senato. Una spesa rapida per mangiare qualcosa, un the per riscaldare le ossa, ed eccoci di nuovo in piena forma.
Ingaggio una lotta personale con il mio sigaro: zuppo d’acqua, non vuol saperne di accendersi. Ma non me la prendo: i medici mi hanno assicurato che respirare l’aria di Roma equivale a fumarsi un paio di sigari.
Veniamo a sapere dell’intervento della Baio, della solidarietà di Schifani…le notizie che porta Antonio mettono di buonumore.
Nessuno si aspettava di arrivare lì, e tornare a casa con il contratto di assunzione. Abbiamo in ogni caso ottenuto molto. Le cose si conquistano un passo alla volta, e questo è stato indiscutibilmente un passo avanti.
Ci salutiamo contenti di esserci stati, di esserci conosciuti e di esserci bagnati assieme…un onore!
Anche perché, come direbbe Federico:”siamo bagnati…non dei conigli bagnati!”
giovedì 20 novembre 2008
Isteria politica
Ricordo bene le critiche impietose mosse all'impianto della Legge Gozzini, accusata di essere troppo elastica, distante dalle esigenze di sicurezza dei cittadini.
Ricordo bene anche gli strali contro l'indulto.
Ora, il Ministro Alfano propone di evitare del tutto il carcere, agli incensurati, per i reati per cui è prevista la reclusione fino a 4 anni.
Altro che Gozzini...altro che indulto!
Si può anche discutere nel merito questa proposta (che prevede lavori socialmente utili e messa alla prova e che, ad occhio e croce, riterrei accettabile per reati fino a due anni di condanna).
Quello che mi interessa evidenziare, tuttavia, è come - al di là degli slogan da caserma - quella carceraria sia una questione esplosiva che non può assolutamente essere risolta sparando idiozie. Con le idiozie si può arrivare al governo, non governare.
E poi...carcere per i clandestini...carcere per i clienti delle prostitute...carcere per chi butta per strada rifiuti ingombranti...ma niente carcere per reati fino a quattro anni.,.se non è isteria questa...
Ricordo bene anche gli strali contro l'indulto.
Ora, il Ministro Alfano propone di evitare del tutto il carcere, agli incensurati, per i reati per cui è prevista la reclusione fino a 4 anni.
Altro che Gozzini...altro che indulto!
Si può anche discutere nel merito questa proposta (che prevede lavori socialmente utili e messa alla prova e che, ad occhio e croce, riterrei accettabile per reati fino a due anni di condanna).
Quello che mi interessa evidenziare, tuttavia, è come - al di là degli slogan da caserma - quella carceraria sia una questione esplosiva che non può assolutamente essere risolta sparando idiozie. Con le idiozie si può arrivare al governo, non governare.
E poi...carcere per i clandestini...carcere per i clienti delle prostitute...carcere per chi butta per strada rifiuti ingombranti...ma niente carcere per reati fino a quattro anni.,.se non è isteria questa...
domenica 19 ottobre 2008
Classi per stranieri...
Riporto la mia risposta ad un intervento della Maestra Elvia, sul blog di Marco Rossi Doria (Link:
http://marcorossidoria.blogspot.com/2008/10/grazie-elvia.html):
E' vero, è un intervento emozionante. Ma soprattutto è lucido...logico...frutto di un pensiero maturo. Ma è inutile inseguire il governo sulle false piste che disegna per noi. Come, nel caso della Gelmini, si cerca di far passare una brutale operazione di "tagli" per una "riforma" - allo stesso modo - vogliono presentarci una piccola Apartheid per un'efficace azione finalizzata all'integrazione degli stranieri...Genitori egoisti (e ignoranti) da sempre si preoccupano che la presenza di disabili nelle aule rallenti il percorso di apprendimento dei propri figli. Figuriamoci poi degli stranieri che neanche conoscono la lingua...Magari, invece, 'sti ragazzi imparassero LORO a stare con disabili e immigrati...perchè siamo noi, in primis, ad avere qualche problema di "integrazione".
http://marcorossidoria.blogspot.com/2008/10/grazie-elvia.html):
E' vero, è un intervento emozionante. Ma soprattutto è lucido...logico...frutto di un pensiero maturo. Ma è inutile inseguire il governo sulle false piste che disegna per noi. Come, nel caso della Gelmini, si cerca di far passare una brutale operazione di "tagli" per una "riforma" - allo stesso modo - vogliono presentarci una piccola Apartheid per un'efficace azione finalizzata all'integrazione degli stranieri...Genitori egoisti (e ignoranti) da sempre si preoccupano che la presenza di disabili nelle aule rallenti il percorso di apprendimento dei propri figli. Figuriamoci poi degli stranieri che neanche conoscono la lingua...Magari, invece, 'sti ragazzi imparassero LORO a stare con disabili e immigrati...perchè siamo noi, in primis, ad avere qualche problema di "integrazione".
giovedì 16 ottobre 2008
Saviano

Piena solidarietà a questo eroe della scrittura; uno dei pochissimi casi in cui la penna si è davvero rivelata più potente della spada.
Ieri sera a Matrix la Meloni ha quasi voluto stigmatizzare la scelta di Saviano di lasciare l’Italia. Perché – diceva – i nostri ragazzi hanno bisogno di esempi; perché potrebbe dare il senso di una sconfitta, vedere che Saviano è costretto ad andare via…
Sciocchezze. Saviano è già un eroe (che gli piaccia o meno), non c’è alcuna necessità che si trasformi in un martire.
Non si può pretendere di avere un popolo di “Saviano”; io non avrei mai avuto il coraggio di sfidare le mafie come ha fatto lui.
Ma niente chiacchiere, non ho voglia di fare predicozzi o incensare questo autore.
Per quanto insignificante possa essere, voglio solo esprimere la mia solidarietà a Roberto Saviano.
Ieri sera a Matrix la Meloni ha quasi voluto stigmatizzare la scelta di Saviano di lasciare l’Italia. Perché – diceva – i nostri ragazzi hanno bisogno di esempi; perché potrebbe dare il senso di una sconfitta, vedere che Saviano è costretto ad andare via…
Sciocchezze. Saviano è già un eroe (che gli piaccia o meno), non c’è alcuna necessità che si trasformi in un martire.
Non si può pretendere di avere un popolo di “Saviano”; io non avrei mai avuto il coraggio di sfidare le mafie come ha fatto lui.
Ma niente chiacchiere, non ho voglia di fare predicozzi o incensare questo autore.
Per quanto insignificante possa essere, voglio solo esprimere la mia solidarietà a Roberto Saviano.
La Scienza del Papa...
Il Papa ha asserito che la Scienza non è in grado di elaborare principi etici.
Perché?
Forse perché la Scienza è conoscenza, e la conoscenza evidentemente non è in grado di elaborare principi etici.
La religione è “Rivelazione”, dunque i principi etici possono solo essere “rivelati”.
La Scienza è laica; dunque il laicismo non è in grado di elaborare principi etici.
Detto per inteso, la penso alla maniera opposta: la religione (intesa in senso confessionale) non è in grado di elaborare principi etici; la scienza si.
Ma non è la mia opinione ad essere motivo di interesse: io non sono il Papa, se mi affaccio ad una finestra a pontificare mi tirano ortaggi; se mi vesto con un lenzuolo bianco i bambini per le strade mi prendono a scozzettoni; se parlo male dei preservativi è solo perché quando li uso non sento niente.
E’ l’opinione del Papa, Benedetto XVI, ad essere motivo di interesse, poiché sottende ciò che da anni imputo alla Chiesa: la pretesa di avere il monopolio dell’etica, di poter stabilire ciò che è bene e ciò che è male. In sostanza: ciò che deve essere fatto, e ciò che non deve essere fatto.
Va bene la ricerca scientifica, va bene l’arte, va bene la filosofia…ma entro determinati limiti – limiti etici – stabiliti dall’unica entità deputata a “elaborare principi etici”: la Chiesa.
Perché?
Forse perché la Scienza è conoscenza, e la conoscenza evidentemente non è in grado di elaborare principi etici.
La religione è “Rivelazione”, dunque i principi etici possono solo essere “rivelati”.
La Scienza è laica; dunque il laicismo non è in grado di elaborare principi etici.
Detto per inteso, la penso alla maniera opposta: la religione (intesa in senso confessionale) non è in grado di elaborare principi etici; la scienza si.
Ma non è la mia opinione ad essere motivo di interesse: io non sono il Papa, se mi affaccio ad una finestra a pontificare mi tirano ortaggi; se mi vesto con un lenzuolo bianco i bambini per le strade mi prendono a scozzettoni; se parlo male dei preservativi è solo perché quando li uso non sento niente.
E’ l’opinione del Papa, Benedetto XVI, ad essere motivo di interesse, poiché sottende ciò che da anni imputo alla Chiesa: la pretesa di avere il monopolio dell’etica, di poter stabilire ciò che è bene e ciò che è male. In sostanza: ciò che deve essere fatto, e ciò che non deve essere fatto.
Va bene la ricerca scientifica, va bene l’arte, va bene la filosofia…ma entro determinati limiti – limiti etici – stabiliti dall’unica entità deputata a “elaborare principi etici”: la Chiesa.
mercoledì 27 agosto 2008
Giustizia: finiamola con questa truffa della "realtà percepita"
di Domenico De Masi
Corriere della Sera, 26 agosto 2008
Questa faccenda della sicurezza rappresenta un argomento con il quale siamo stati presi in giro - da destra e da sinistra - molto più di quanto avremmo dovuto tollerare. Chi sta all’opposizione, sostiene che viviamo in un turbine di crescente violenza; chi sta al potere, sostiene che godiamo della massima tranquillità.
Appena l’opposizione diventa maggioranza, subito i pareri spudoratamente si rovesciano. Sia per la destra che per la sinistra, i dati reali non contano: conta la capacità di creare artatamente sensazioni diffuse e infondate, come se fossimo un popolo di imbecilli.
In effetti è sorprendente che questo popolo più studia e viaggia, più diventa vulnerabile alla manipolazione. Questi politici - personcine alle quali, negli anni di De Gasperi e di La Malfa (quello vero) non si sarebbe affidata neppure la portineria del Palazzo - ora dal Palazzo decidono il nostro futuro non in base a fatti accertati, e ce lo impongono per mezzo di supporti mediatici che consentono loro di contrabbandare il nero per bianco e, il giorno successivo, il bianco per nero.
Nel caso della sicurezza, non gli è bastato manipolare smaccatamente i dati: hanno anche inventato di sana pianta la categoria della "realtà percepita", secondo cui non conta quante persone vengono realmente stuprate e da chi. Quel che conta è la quantità di paura collettiva che, in base a quel determinato stupro, si riesce a indurre nelle masse.
Stessa cosa vale per la crisi economica. Andate a Cortina o in Costa Smeralda, dove si raggruma il fior fiore dei miliardari: dai loro discorsi ricaverete che essi "si percepiscono" come pezzenti, appezzentiti dalle tasse esose e dallo Stato invadente.
Più di due secoli fa, proprio per combattere la pericolosissima categoria della "realtà percepita", contrapponendole la realtà scientificamente accertata, Diderot e Voltaire elaborarono il paradigma illuminista. Di che cosa si tratta? Secondo Kant, si tratta della "uscita dell’uomo dalla minorità che va imputata a lui stesso. Minorità è l’incapacità di servirsi del proprio intelletto senza la guida di un altro. Pigrizia e viltà sono le cause per le quali una gran parte degli uomini di buon grado rimangono minorenni per il resto della propria vita; per questo è così facile ad altri erigersi a loro tutori".
Basta, dunque, con questa truffa della "realtà percepita". È ora di liberarsi - criticamente e razionalmente - dai pregiudizi indotti e dai dogmi imposti.
Corriere della Sera, 26 agosto 2008
Questa faccenda della sicurezza rappresenta un argomento con il quale siamo stati presi in giro - da destra e da sinistra - molto più di quanto avremmo dovuto tollerare. Chi sta all’opposizione, sostiene che viviamo in un turbine di crescente violenza; chi sta al potere, sostiene che godiamo della massima tranquillità.
Appena l’opposizione diventa maggioranza, subito i pareri spudoratamente si rovesciano. Sia per la destra che per la sinistra, i dati reali non contano: conta la capacità di creare artatamente sensazioni diffuse e infondate, come se fossimo un popolo di imbecilli.
In effetti è sorprendente che questo popolo più studia e viaggia, più diventa vulnerabile alla manipolazione. Questi politici - personcine alle quali, negli anni di De Gasperi e di La Malfa (quello vero) non si sarebbe affidata neppure la portineria del Palazzo - ora dal Palazzo decidono il nostro futuro non in base a fatti accertati, e ce lo impongono per mezzo di supporti mediatici che consentono loro di contrabbandare il nero per bianco e, il giorno successivo, il bianco per nero.
Nel caso della sicurezza, non gli è bastato manipolare smaccatamente i dati: hanno anche inventato di sana pianta la categoria della "realtà percepita", secondo cui non conta quante persone vengono realmente stuprate e da chi. Quel che conta è la quantità di paura collettiva che, in base a quel determinato stupro, si riesce a indurre nelle masse.
Stessa cosa vale per la crisi economica. Andate a Cortina o in Costa Smeralda, dove si raggruma il fior fiore dei miliardari: dai loro discorsi ricaverete che essi "si percepiscono" come pezzenti, appezzentiti dalle tasse esose e dallo Stato invadente.
Più di due secoli fa, proprio per combattere la pericolosissima categoria della "realtà percepita", contrapponendole la realtà scientificamente accertata, Diderot e Voltaire elaborarono il paradigma illuminista. Di che cosa si tratta? Secondo Kant, si tratta della "uscita dell’uomo dalla minorità che va imputata a lui stesso. Minorità è l’incapacità di servirsi del proprio intelletto senza la guida di un altro. Pigrizia e viltà sono le cause per le quali una gran parte degli uomini di buon grado rimangono minorenni per il resto della propria vita; per questo è così facile ad altri erigersi a loro tutori".
Basta, dunque, con questa truffa della "realtà percepita". È ora di liberarsi - criticamente e razionalmente - dai pregiudizi indotti e dai dogmi imposti.
sabato 9 agosto 2008
Quelli che "creano insicurezza". Non siamo solo delinquenti dell'Est
La colpa più grave, che noi delinquenti stranieri abbiamo, è quella di spingere un intero popolo, quello italiano, a trovare rifugio in governi autoritari che non riescono tanto a combattere noi, quanto a togliere diritti e libertà ai loro stessi elettori
di Elton Kalica
Discutere oggi in Italia con chi chiede più espulsioni per gli stranieri pare difficile, dato che sono più o meno d’accordo in tanti. Da ogni parte provengono posizioni intransigenti che a molti stranieri e anche a molti cittadini italiani incutono paura, perché fanno pensare a un ritorno agli anni bui del razzismo. Ma io credo che si possa cercare sempre di ragionare, e far ragionare: basta riuscire a mettere per un attimo da parte questo provvedimento così “drastico e irreparabile” che è l’espulsione.
La strada più semplice sembra ovviamente quella di eliminare il problema, e cioè richiudere i confini e bloccare la circolazione delle persone che vengono dai paesi dell’Est europeo. Però, anche ammettendo che questa sia una soluzione che funzioni, e cioè che riesca a bloccare i flussi dei delinquenti provenienti da quei paesi, bisogna tenere sempre in mente che quelle persone, se non vedranno cambiare le condizioni in cui vivono a casa loro, se non si creeranno per loro prospettive di miglioramento, continueranno a voler scappare e a venire in Italia, anche con la prospettiva di restare ingabbiati nella clandestinità: una condizione di vita questa che, sappiamo, porta a vivere alla giornata e spesso spinge a delinquere.
Io sono albanese e nel 1995, all’età di diciannove anni, sono emigrato in Italia seguendo alcuni miei coetanei che scappavano non solo perché convinti che qui ci fosse una gigantesca Hollywood, ma soprattutto perché, in quei primi anni di transizione da un regime comunista a un sistema liberista, le riforme economiche e la rapida privatizzazione avevano portato al licenziamento dei nostri genitori, che non riuscivano più a garantirci nemmeno i pasti quotidiani. Ma oggi la situazione non è tanto diversa nel mio Paese, e non c’è da stare tranquilli.
Sono più di dieci anni che sono in carcere e per questo non so come si vive fuori. Tuttavia mi basta ritornare con la memoria agli anni in cui io stesso vivevo clandestinamente per immaginare il clima. E qui devo aprire un altro capitolo, che è quello della criminalità straniera, sempre più colpevole del malessere dei cittadini italiani, dell’odio e della paura in cui sono costretti a vivere gli italiani: ma la colpa più grave che noi delinquenti stranieri abbiamo è quella di spingere un intero popolo a trovare rifugio in governi autoritari che non riescono tanto a combattere noi, quanto a togliere diritti e libertà ai loro stessi elettori.
Io sostengo che la criminalità straniera non è assolutamente più crudele di quella italiana, però ho sempre saputo che è capace di fare più danni, nel senso che il delinquente italiano dedito ai furti e agli scippi, o al traffico di droga, è spesso un “cacciatore” molto attento, che ruba il necessario per non lasciarci lo zampino, e quando ha svaligiato un appartamento o fatto una rapina, per lui la giornata di “lavoro” è finita. Porta il guadagno a casa e rimane con i propri figli. In questi anni ho conosciuto parecchi criminali italiani e dai loro racconti di malavita ho capito che loro per lo più non sono ingordi, anzi, spesso conducono una seconda vita “regolare”, tranquilla, senza mai eccedere. Mentre gli stranieri, che vivono di furti o scippi, nella maggior parte dei casi non hanno un ambito familiare che li tenga sotto controllo, obbligando ad una facciata di normalità anche il più grande delinquente, e hanno invece una specie di voracità che ha origine anche nella storia dei loro Paesi.
Quindi spesso gli stranieri, anche se svaligiano un appartamento e il colpo si rivela cospicuo, oppure se scippano un anziano che ha appena ritirato la pensione, non hanno una famiglia tranquilla da cui ritornare alla sera, quindi ritornano in strada a trovare un’altra casa con la luce spenta da svuotare, oppure una anziana da scippare. E non si fermano, ma vanno avanti per settimane, per mesi. Ecco perché ci sono sempre più reati di questo tipo, è in ragione di questa voracità che la maggior parte di loro finisce in carcere con una montagna di anni di galera da fare.
Non si può parlare di criminalità dell’Est dimenticandosi di come si vive oggi in quei Paesi
In Italia è diventata ormai una convinzione generale quella che i Paesi dell’Est, con l’Albania in testa, producano continuamente delinquenti. Quando parlo di legalità racconto spesso del primo bar privato aperto a Tirana, che il padrone ha chiamato “Bar Berlusconi”. Faccio questo perché ho visto come passare così bruscamente dai modelli marxisti-leninisti ai dogmi berlusconiani sulla libertà ha confuso molti adulti in quegli anni, ma soprattutto questo cambiamento ha scombussolato i più giovani. Il modello economico adottato oggi dall’Albania, nell’illusione che la transizione all’economia di mercato possa essere eseguita d’un colpo, ha portato al disfacimento dell’apparato statale e conseguentemente alla distruzione della coesione sociale, alla perdita di ogni senso di legalità da parte di molti cittadini, alla radicalizzazione dell’ineguaglianza e alla discriminazione delle persone, che all’improvviso hanno perso anche quei diritti precedentemente garantiti. E l’Occidente ha le sue responsabilità rispetto a questo disastro.
La realtà è che oggi l’Europa si trova a dover gestire flussi di persone che sono cresciute in un clima di cambiamento, dove veniva esaltato il dio denaro e il mondo continuava ad essere descritto come una giungla dove non c’è amore per il prossimo, ma sopravvive chi è furbo e individualista. Io ho finito il liceo nel 1994 e ricordo che in quel periodo, se qualche secchione parlava ancora di uguaglianza, di solidarietà, di pacifismo, di diritti sociali e culturali, veniva zittito e accusato di essere un comunista o uno stalinista.
Non sono un nostalgico del passato, però non si può parlare di criminalità dell’Est dimenticandosi di come si vive oggi in quei Paesi. Se oggi l’Occidente deve affrontare la pazzia della criminalità dell’Est, non sta facendo altro che raccogliere i frutti prodotti dall’albero delle menzogne che così astutamente ha piantato per cinquant’anni, utilizzando i media e ogni altro mezzo di comunicazione per convincere chi viveva nei paesi socialisti che solo il liberismo portava benessere. Invece, un liberismo sfrenato e una specie di democrazia introdotta a una velocità vertiginosa di fatto hanno causato una massiccia disoccupazione, con una conseguente emigrazione di massa, nonché una catena di effetti disastrosi sulla ridistribuzione del reddito e della ricchezza.
Al giorno d’oggi, nessuno sa più cosa dire alle persone che vengono qui in Italia sicure di trovare il paradiso proiettato nel loro immaginario dalla televisione, fatto di ville con piscina, di macchine costose e di belle donne. Chi ha sostenuto per anni che i comunisti mangiavano i bambini, oggi non sa come spiegare ai romeni e agli albanesi che in Italia ci sono sì delle leggi da rispettare, ma le leggi non valgono più quando devi andare a lavorare per dieci ore, in nero, magari sotto un padrone che viaggia in Ferrari e va a prostitute straniere. Nessuno sa come far capire agli immigrati confusi che qui si è liberi di sperare, di parlare, ma per mangiare, per vestirsi e per avere una casa ci vogliono i soldi. E se poi qualcuno, per avere la Ferrari, la villa e le donne viste in televisione, decide di andare a rubare o a sfruttare, non basta che lo mettano subito in galera, gli devono far prendere anche condanne spaventosamente alte, e poi, quando ha finito la pena, lo espellono dall’Unione europea per dieci anni.
La parola “espulsione” ricorda a tutti che non viviamo affatto in un grande villaggio globale
Se da un lato ci sono alcuni stranieri idioti che vengono in Italia e pretendono di vivere una vita da film, dall’altra parte ci sono anche dei “bravi” politici, degli “ingenui” giornalisti e degli “indignati” delinquenti locali che non solo non sanno fare un ragionamento responsabile su questo, ma vogliono usare questo fenomeno per coprire altri problemi più grandi, vogliono diffondere paura nelle persone in modo che la gente, spaventata, si dimentichi della povertà in cui vive e dica magari: “Chi se ne frega di quel che succede dei miei risparmi, dei prezzi alti e degli sprechi! proteggetemi dagli stranieri”.
È assurdo come le vittime del crollo del socialismo reale non siamo stati soltanto noi, poiché ho l’impressione che gli stessi furbi che prima hanno ingannato noi dicendo che qui era tutto Beverly Hills, adesso ingannano voi dicendo che noi siamo tutti tagliagole. E allora, diffondendo paura e odio, la frase che echeggia ovunque è “ci vuole il pugno duro”, che poi si risolve nella richiesta di espulsioni immediate e massicce.
“Espulsione” però è una brutta parola, che fa male non solo a noi ma a tutti, perché ricorda alle persone che esiste un confine nazionale e che non viviamo in un grande villaggio globale, ma che gli italiani hanno delle grandi mura che delimitano il proprio Paese. Espulsione è una parola che non indica solo l’atto di prendere una persona per l’orecchio e allontanarla dal Paese, ma che tratteggia con minuziosità anche una linea di confine che separa gli italiani dal resto del mondo, e da lì il passo è breve per arrivare a pensare che qualsiasi cosa venga da fuori non può essere che il Male. Mi domando soltanto se sia un bene per gli italiani tornare a costruire confini e a erigere muri. Mi domando se poter dare liberamente la caccia agli stranieri non significhi invece ritornare ad aumentare anche il controllo sui cittadini italiani stessi. Mi domando se questi confini, invece di difendere dagli stranieri, non diventino delle gabbie per gli italiani stessi.
Intanto, oggi tutti discutono sull’argomento “espulsioni”, e per fortuna c’è ancora una contrapposizione tra chi è d’accordo e chi no. Ma io intravedo una cosa molto grave in ciò che questo dibattito produce: nessuno si accorge che si sta radicando nella mentalità di una nazione intera l’esistenza di una linea separatrice, di un confine ideale che divide il dentro dal fuori: “dentro” ci sono quelli buoni, quelli civili, quelli ricchi, quelli vincenti, una razza superiore, mentre fuori si sono i cattivi, i barbari, i poveri, i perdenti, una razza inferiore. Ed è una cosa che non si può prendere alla leggera, perché questo atteggiamento potrebbe continuare a radicarsi nelle menti e nelle coscienze di tutte le persone, anche nelle generazioni future, se non si comincia a pensare a soluzioni diverse, che non discriminino e che non facciano dello straniero il male assoluto che si cura soltanto con l’espulsione.
Dunque io penso che da un lato bisogna avere fiducia nell’Unione europea, che con i suoi parametri e con le condizioni che pone ai Paesi membri, dovrebbe spingere anche i Paesi dell’Est ad un livello di benessere comparabile a quello presente nel resto dell’Europa, e allora saranno sempre meno i delinquenti romeni o slavi che verranno in Italia, se non altro perché avranno da rubare a casa loro.
Mi rendo conto però che, per quanto riguarda la reale e giustificata paura che c’è oggi in Italia, purtroppo è difficile porvi rimedio ed è chiaro che, finché ci sono persone che scappano di casa alla ricerca di un posto migliore in cui vivere, ci saranno anche quelli che, così come è successo a me, si lasceranno irretire dalla delinquenza, anche se sono cresciuti in una famiglia dai valori sani. Ma non dare loro nessuna possibilità, puntare solo alla loro esclusione, forse è una scelta che alla lunga non paga.
di Elton Kalica
Discutere oggi in Italia con chi chiede più espulsioni per gli stranieri pare difficile, dato che sono più o meno d’accordo in tanti. Da ogni parte provengono posizioni intransigenti che a molti stranieri e anche a molti cittadini italiani incutono paura, perché fanno pensare a un ritorno agli anni bui del razzismo. Ma io credo che si possa cercare sempre di ragionare, e far ragionare: basta riuscire a mettere per un attimo da parte questo provvedimento così “drastico e irreparabile” che è l’espulsione.
La strada più semplice sembra ovviamente quella di eliminare il problema, e cioè richiudere i confini e bloccare la circolazione delle persone che vengono dai paesi dell’Est europeo. Però, anche ammettendo che questa sia una soluzione che funzioni, e cioè che riesca a bloccare i flussi dei delinquenti provenienti da quei paesi, bisogna tenere sempre in mente che quelle persone, se non vedranno cambiare le condizioni in cui vivono a casa loro, se non si creeranno per loro prospettive di miglioramento, continueranno a voler scappare e a venire in Italia, anche con la prospettiva di restare ingabbiati nella clandestinità: una condizione di vita questa che, sappiamo, porta a vivere alla giornata e spesso spinge a delinquere.
Io sono albanese e nel 1995, all’età di diciannove anni, sono emigrato in Italia seguendo alcuni miei coetanei che scappavano non solo perché convinti che qui ci fosse una gigantesca Hollywood, ma soprattutto perché, in quei primi anni di transizione da un regime comunista a un sistema liberista, le riforme economiche e la rapida privatizzazione avevano portato al licenziamento dei nostri genitori, che non riuscivano più a garantirci nemmeno i pasti quotidiani. Ma oggi la situazione non è tanto diversa nel mio Paese, e non c’è da stare tranquilli.
Sono più di dieci anni che sono in carcere e per questo non so come si vive fuori. Tuttavia mi basta ritornare con la memoria agli anni in cui io stesso vivevo clandestinamente per immaginare il clima. E qui devo aprire un altro capitolo, che è quello della criminalità straniera, sempre più colpevole del malessere dei cittadini italiani, dell’odio e della paura in cui sono costretti a vivere gli italiani: ma la colpa più grave che noi delinquenti stranieri abbiamo è quella di spingere un intero popolo a trovare rifugio in governi autoritari che non riescono tanto a combattere noi, quanto a togliere diritti e libertà ai loro stessi elettori.
Io sostengo che la criminalità straniera non è assolutamente più crudele di quella italiana, però ho sempre saputo che è capace di fare più danni, nel senso che il delinquente italiano dedito ai furti e agli scippi, o al traffico di droga, è spesso un “cacciatore” molto attento, che ruba il necessario per non lasciarci lo zampino, e quando ha svaligiato un appartamento o fatto una rapina, per lui la giornata di “lavoro” è finita. Porta il guadagno a casa e rimane con i propri figli. In questi anni ho conosciuto parecchi criminali italiani e dai loro racconti di malavita ho capito che loro per lo più non sono ingordi, anzi, spesso conducono una seconda vita “regolare”, tranquilla, senza mai eccedere. Mentre gli stranieri, che vivono di furti o scippi, nella maggior parte dei casi non hanno un ambito familiare che li tenga sotto controllo, obbligando ad una facciata di normalità anche il più grande delinquente, e hanno invece una specie di voracità che ha origine anche nella storia dei loro Paesi.
Quindi spesso gli stranieri, anche se svaligiano un appartamento e il colpo si rivela cospicuo, oppure se scippano un anziano che ha appena ritirato la pensione, non hanno una famiglia tranquilla da cui ritornare alla sera, quindi ritornano in strada a trovare un’altra casa con la luce spenta da svuotare, oppure una anziana da scippare. E non si fermano, ma vanno avanti per settimane, per mesi. Ecco perché ci sono sempre più reati di questo tipo, è in ragione di questa voracità che la maggior parte di loro finisce in carcere con una montagna di anni di galera da fare.
Non si può parlare di criminalità dell’Est dimenticandosi di come si vive oggi in quei Paesi
In Italia è diventata ormai una convinzione generale quella che i Paesi dell’Est, con l’Albania in testa, producano continuamente delinquenti. Quando parlo di legalità racconto spesso del primo bar privato aperto a Tirana, che il padrone ha chiamato “Bar Berlusconi”. Faccio questo perché ho visto come passare così bruscamente dai modelli marxisti-leninisti ai dogmi berlusconiani sulla libertà ha confuso molti adulti in quegli anni, ma soprattutto questo cambiamento ha scombussolato i più giovani. Il modello economico adottato oggi dall’Albania, nell’illusione che la transizione all’economia di mercato possa essere eseguita d’un colpo, ha portato al disfacimento dell’apparato statale e conseguentemente alla distruzione della coesione sociale, alla perdita di ogni senso di legalità da parte di molti cittadini, alla radicalizzazione dell’ineguaglianza e alla discriminazione delle persone, che all’improvviso hanno perso anche quei diritti precedentemente garantiti. E l’Occidente ha le sue responsabilità rispetto a questo disastro.
La realtà è che oggi l’Europa si trova a dover gestire flussi di persone che sono cresciute in un clima di cambiamento, dove veniva esaltato il dio denaro e il mondo continuava ad essere descritto come una giungla dove non c’è amore per il prossimo, ma sopravvive chi è furbo e individualista. Io ho finito il liceo nel 1994 e ricordo che in quel periodo, se qualche secchione parlava ancora di uguaglianza, di solidarietà, di pacifismo, di diritti sociali e culturali, veniva zittito e accusato di essere un comunista o uno stalinista.
Non sono un nostalgico del passato, però non si può parlare di criminalità dell’Est dimenticandosi di come si vive oggi in quei Paesi. Se oggi l’Occidente deve affrontare la pazzia della criminalità dell’Est, non sta facendo altro che raccogliere i frutti prodotti dall’albero delle menzogne che così astutamente ha piantato per cinquant’anni, utilizzando i media e ogni altro mezzo di comunicazione per convincere chi viveva nei paesi socialisti che solo il liberismo portava benessere. Invece, un liberismo sfrenato e una specie di democrazia introdotta a una velocità vertiginosa di fatto hanno causato una massiccia disoccupazione, con una conseguente emigrazione di massa, nonché una catena di effetti disastrosi sulla ridistribuzione del reddito e della ricchezza.
Al giorno d’oggi, nessuno sa più cosa dire alle persone che vengono qui in Italia sicure di trovare il paradiso proiettato nel loro immaginario dalla televisione, fatto di ville con piscina, di macchine costose e di belle donne. Chi ha sostenuto per anni che i comunisti mangiavano i bambini, oggi non sa come spiegare ai romeni e agli albanesi che in Italia ci sono sì delle leggi da rispettare, ma le leggi non valgono più quando devi andare a lavorare per dieci ore, in nero, magari sotto un padrone che viaggia in Ferrari e va a prostitute straniere. Nessuno sa come far capire agli immigrati confusi che qui si è liberi di sperare, di parlare, ma per mangiare, per vestirsi e per avere una casa ci vogliono i soldi. E se poi qualcuno, per avere la Ferrari, la villa e le donne viste in televisione, decide di andare a rubare o a sfruttare, non basta che lo mettano subito in galera, gli devono far prendere anche condanne spaventosamente alte, e poi, quando ha finito la pena, lo espellono dall’Unione europea per dieci anni.
La parola “espulsione” ricorda a tutti che non viviamo affatto in un grande villaggio globale
Se da un lato ci sono alcuni stranieri idioti che vengono in Italia e pretendono di vivere una vita da film, dall’altra parte ci sono anche dei “bravi” politici, degli “ingenui” giornalisti e degli “indignati” delinquenti locali che non solo non sanno fare un ragionamento responsabile su questo, ma vogliono usare questo fenomeno per coprire altri problemi più grandi, vogliono diffondere paura nelle persone in modo che la gente, spaventata, si dimentichi della povertà in cui vive e dica magari: “Chi se ne frega di quel che succede dei miei risparmi, dei prezzi alti e degli sprechi! proteggetemi dagli stranieri”.
È assurdo come le vittime del crollo del socialismo reale non siamo stati soltanto noi, poiché ho l’impressione che gli stessi furbi che prima hanno ingannato noi dicendo che qui era tutto Beverly Hills, adesso ingannano voi dicendo che noi siamo tutti tagliagole. E allora, diffondendo paura e odio, la frase che echeggia ovunque è “ci vuole il pugno duro”, che poi si risolve nella richiesta di espulsioni immediate e massicce.
“Espulsione” però è una brutta parola, che fa male non solo a noi ma a tutti, perché ricorda alle persone che esiste un confine nazionale e che non viviamo in un grande villaggio globale, ma che gli italiani hanno delle grandi mura che delimitano il proprio Paese. Espulsione è una parola che non indica solo l’atto di prendere una persona per l’orecchio e allontanarla dal Paese, ma che tratteggia con minuziosità anche una linea di confine che separa gli italiani dal resto del mondo, e da lì il passo è breve per arrivare a pensare che qualsiasi cosa venga da fuori non può essere che il Male. Mi domando soltanto se sia un bene per gli italiani tornare a costruire confini e a erigere muri. Mi domando se poter dare liberamente la caccia agli stranieri non significhi invece ritornare ad aumentare anche il controllo sui cittadini italiani stessi. Mi domando se questi confini, invece di difendere dagli stranieri, non diventino delle gabbie per gli italiani stessi.
Intanto, oggi tutti discutono sull’argomento “espulsioni”, e per fortuna c’è ancora una contrapposizione tra chi è d’accordo e chi no. Ma io intravedo una cosa molto grave in ciò che questo dibattito produce: nessuno si accorge che si sta radicando nella mentalità di una nazione intera l’esistenza di una linea separatrice, di un confine ideale che divide il dentro dal fuori: “dentro” ci sono quelli buoni, quelli civili, quelli ricchi, quelli vincenti, una razza superiore, mentre fuori si sono i cattivi, i barbari, i poveri, i perdenti, una razza inferiore. Ed è una cosa che non si può prendere alla leggera, perché questo atteggiamento potrebbe continuare a radicarsi nelle menti e nelle coscienze di tutte le persone, anche nelle generazioni future, se non si comincia a pensare a soluzioni diverse, che non discriminino e che non facciano dello straniero il male assoluto che si cura soltanto con l’espulsione.
Dunque io penso che da un lato bisogna avere fiducia nell’Unione europea, che con i suoi parametri e con le condizioni che pone ai Paesi membri, dovrebbe spingere anche i Paesi dell’Est ad un livello di benessere comparabile a quello presente nel resto dell’Europa, e allora saranno sempre meno i delinquenti romeni o slavi che verranno in Italia, se non altro perché avranno da rubare a casa loro.
Mi rendo conto però che, per quanto riguarda la reale e giustificata paura che c’è oggi in Italia, purtroppo è difficile porvi rimedio ed è chiaro che, finché ci sono persone che scappano di casa alla ricerca di un posto migliore in cui vivere, ci saranno anche quelli che, così come è successo a me, si lasceranno irretire dalla delinquenza, anche se sono cresciuti in una famiglia dai valori sani. Ma non dare loro nessuna possibilità, puntare solo alla loro esclusione, forse è una scelta che alla lunga non paga.
mercoledì 2 luglio 2008
Etica in appalto
Ultimamente ho poco tempo per scrivere, ma abbastanza per leggere. Ho trovato interessante questo intervento di Michele Serra su Repubblica. L'argomento è più o meno sempre lo stesso (parliamo pur sempre di Serra e di Repubblica) ma si tratta di un'analisi leggera e a mio avviso sapiente ed efficace.
L'etica in appalto
di MICHELE SERRADEI MILLE "casi" italiani, pochi come quello dell'alto dirigente Rai Agostino Saccà ci aiutano a capire lo spaventoso carico di lavoro che la nostra comunità, per sua ormai conclamata inettitudine etica, ha scaricato sulle spalle della magistratura. Convogliando nell'eterna lite "sulla giustizia" questioni la cui soluzione avrebbe dovuto e potuto precedere, e di molto, il loro acido e limaccioso sbocco giudiziario: di qui (anche) l'abnorme peso che il dibattito sulla giustizia ha via via assunto, fino a (quasi) soffocare tutto il resto. Questa volta è toccato al pretore del Lavoro occuparsi di un contenzioso che, di suo, non presenta soverchi misteri. Saccà, a capo di uno dei settori nevralgici dell'azienda televisiva pubblica, ha parlato ripetutamente dei suoi progetti con il proprietario dell'azienda concorrente. Trattando questioni vuoi infime vuoi importanti, e comunque tali, per loro natura, da non potere essere oggetto di colloquio con il competitore industriale. Tanto basterebbe a qualunque azienda, in qualunque Paese dove il mercato ha qualche regola e una sua anche lasca moralità interna, per essere costretta ad allontanare il suo dirigente colto in così grave fallo. Di più: tanto dovrebbe bastare a quel dirigente per considerare inappellabilmente tradita la fiducia dell'azienda, deontologicamente illecito il suo comportamento, urgenti seppure dolorose le sue dimissioni. Invece. Si è lungamente discusso delle riconosciute capacità professionali di Saccà: come se c'entrassero qualcosa. Lo si è difeso oppure attaccato a seconda della sua collocazione politica: come se c'entrasse qualcosa. Si è discettato su toni e esiti dei colloqui con Berlusconi: come se c'entrassero qualcosa. E mano a mano che la vicenda sprofondava nel suo ambiguo, causidico contesto (la Rai, il suo assoggettamento ai politici, il conflitto di interessi), è andata via via sfumando, come sempre più spesso capita, la sostanza del contendere: può un dirigente dell'azienda X trattare di cose aziendali con il proprietario dell'azienda Y (per giunta presidente del Consiglio: ma questa, nel caso in questione, è solo una grottesca variante)? Se la risposta è no, il caso è drasticamente chiuso. Ma la risposta, evidentemente, non è stata no, o perlomeno non lo è stata per tutti. Neanche in Rai, dove Saccà ha molti e loquaci difensori, di ogni parte politica.
La risposta, per dirla tutta, manca. Manca nelle coscienze di molti. Manca nelle abitudini e nei costumi del cosiddetto Palazzo (dove si tratta con tutti e su tutto, senza che mai echeggi la salvifica frase "mi scusi, ma di queste cose non posso parlare con lei"). Manca nel costume sociale, dove il favore, l'amicizia, la protezione, la raccomandazione sono da tempo la solida prassi che supplisce al totale relativismo della teoria. E manca, evidentemente, anche la domanda: questo comportamento è lecito o illecito? È giusto o sbagliato? Tecnicamente, questo e solo questo è l'etica: domandarsi se un atto, specie se compiuto da noi stessi, è giusto o sbagliato. Poiché questo genere di domande precede la nascita del caso giudiziario, e magari lo disinnesca prima che esploda, è facile capire che il gigantesco viluppo di carte bollate, cause, procedimenti, ricorsi che ammorba il paese, è causato dalla quasi totale assenza di quel sano, utilissimo momento pre-giudiziario che è l'etica. E se nessuno osa sperare di vivere in una comunità semi-santificata, nella quale la magistratura debba intervenire solo in rari e gravissimi casi, tutti dobbiamo però sentirci atterriti dalla spaventosa, crescente "giudiziarizzazione" di tutto ciò che giace irrisolto a causa della impressionante assenza di un'etica condivisa, di domande e risposte che surclassino, nella coscienza collettiva, le opinioni politiche, e perfino le sentenze della magistratura. Tanto è vero che metà del Paese vive nell'attesa messianica, e giustamente frustrata, di una qualche carta da bollo che arrivi a decapitare il padre di tutti gli arbitrii, che è il conflitto di interessi. E l'altra metà è convinta che le carte della giustizia siano solo una subdola, sordida arma politica. A tanto si può arrivare quando il corpo sociale nel suo complesso non possiede più un giudizio proprio sulle cose pubbliche e pure private (vedasi i sorrisetti compiaciuti che fanno corona al disgustoso casting di amichette-attricette). È in fondo a questo vuoto morale, è al termine di questa mancata tutela di se stessi e dei propri atti, che il giudice, di ogni ordine e grado, si ritrova così spesso nel poco salubre, poco sereno ruolo del supplente morale e peggio del fiancheggiatore politico, quasi spodestato della sua rassicurante aura tecnica, della sua professione di interprete delle leggi, per finire scaraventato in una faida che, partendo dal cuore politico del Paese, sta risalendo anzi è già risalito fino alle venuzze periferiche del favore sessuale, del maneggio professionale, dell'inciucio aziendale. Agostino Saccà è un eccellente dirigente televisivo. Ma ha gravemente sbagliato. Ora questo errore, come tante altre cose, è diventato trafila giudiziaria, guerra di ricorsi, duello di sentenze. Cioè non è più un errore. È un oggetto giuridico, è materia che la nostra collettività non è più in grado di maneggiare con qualche serenità, con qualche buon senso. È una domanda, è una risposta che sono state appaltate alla magistratura come ennesimo segno di impotenza a fare da noi, a regolarci tra noi. Povero il Paese che non è capace di risolvere più niente, decidere più niente, e soprattutto giudicare più niente fuori dalle aule di giustizia. (2 luglio 2008)
L'etica in appalto
di MICHELE SERRADEI MILLE "casi" italiani, pochi come quello dell'alto dirigente Rai Agostino Saccà ci aiutano a capire lo spaventoso carico di lavoro che la nostra comunità, per sua ormai conclamata inettitudine etica, ha scaricato sulle spalle della magistratura. Convogliando nell'eterna lite "sulla giustizia" questioni la cui soluzione avrebbe dovuto e potuto precedere, e di molto, il loro acido e limaccioso sbocco giudiziario: di qui (anche) l'abnorme peso che il dibattito sulla giustizia ha via via assunto, fino a (quasi) soffocare tutto il resto. Questa volta è toccato al pretore del Lavoro occuparsi di un contenzioso che, di suo, non presenta soverchi misteri. Saccà, a capo di uno dei settori nevralgici dell'azienda televisiva pubblica, ha parlato ripetutamente dei suoi progetti con il proprietario dell'azienda concorrente. Trattando questioni vuoi infime vuoi importanti, e comunque tali, per loro natura, da non potere essere oggetto di colloquio con il competitore industriale. Tanto basterebbe a qualunque azienda, in qualunque Paese dove il mercato ha qualche regola e una sua anche lasca moralità interna, per essere costretta ad allontanare il suo dirigente colto in così grave fallo. Di più: tanto dovrebbe bastare a quel dirigente per considerare inappellabilmente tradita la fiducia dell'azienda, deontologicamente illecito il suo comportamento, urgenti seppure dolorose le sue dimissioni. Invece. Si è lungamente discusso delle riconosciute capacità professionali di Saccà: come se c'entrassero qualcosa. Lo si è difeso oppure attaccato a seconda della sua collocazione politica: come se c'entrasse qualcosa. Si è discettato su toni e esiti dei colloqui con Berlusconi: come se c'entrassero qualcosa. E mano a mano che la vicenda sprofondava nel suo ambiguo, causidico contesto (la Rai, il suo assoggettamento ai politici, il conflitto di interessi), è andata via via sfumando, come sempre più spesso capita, la sostanza del contendere: può un dirigente dell'azienda X trattare di cose aziendali con il proprietario dell'azienda Y (per giunta presidente del Consiglio: ma questa, nel caso in questione, è solo una grottesca variante)? Se la risposta è no, il caso è drasticamente chiuso. Ma la risposta, evidentemente, non è stata no, o perlomeno non lo è stata per tutti. Neanche in Rai, dove Saccà ha molti e loquaci difensori, di ogni parte politica.
La risposta, per dirla tutta, manca. Manca nelle coscienze di molti. Manca nelle abitudini e nei costumi del cosiddetto Palazzo (dove si tratta con tutti e su tutto, senza che mai echeggi la salvifica frase "mi scusi, ma di queste cose non posso parlare con lei"). Manca nel costume sociale, dove il favore, l'amicizia, la protezione, la raccomandazione sono da tempo la solida prassi che supplisce al totale relativismo della teoria. E manca, evidentemente, anche la domanda: questo comportamento è lecito o illecito? È giusto o sbagliato? Tecnicamente, questo e solo questo è l'etica: domandarsi se un atto, specie se compiuto da noi stessi, è giusto o sbagliato. Poiché questo genere di domande precede la nascita del caso giudiziario, e magari lo disinnesca prima che esploda, è facile capire che il gigantesco viluppo di carte bollate, cause, procedimenti, ricorsi che ammorba il paese, è causato dalla quasi totale assenza di quel sano, utilissimo momento pre-giudiziario che è l'etica. E se nessuno osa sperare di vivere in una comunità semi-santificata, nella quale la magistratura debba intervenire solo in rari e gravissimi casi, tutti dobbiamo però sentirci atterriti dalla spaventosa, crescente "giudiziarizzazione" di tutto ciò che giace irrisolto a causa della impressionante assenza di un'etica condivisa, di domande e risposte che surclassino, nella coscienza collettiva, le opinioni politiche, e perfino le sentenze della magistratura. Tanto è vero che metà del Paese vive nell'attesa messianica, e giustamente frustrata, di una qualche carta da bollo che arrivi a decapitare il padre di tutti gli arbitrii, che è il conflitto di interessi. E l'altra metà è convinta che le carte della giustizia siano solo una subdola, sordida arma politica. A tanto si può arrivare quando il corpo sociale nel suo complesso non possiede più un giudizio proprio sulle cose pubbliche e pure private (vedasi i sorrisetti compiaciuti che fanno corona al disgustoso casting di amichette-attricette). È in fondo a questo vuoto morale, è al termine di questa mancata tutela di se stessi e dei propri atti, che il giudice, di ogni ordine e grado, si ritrova così spesso nel poco salubre, poco sereno ruolo del supplente morale e peggio del fiancheggiatore politico, quasi spodestato della sua rassicurante aura tecnica, della sua professione di interprete delle leggi, per finire scaraventato in una faida che, partendo dal cuore politico del Paese, sta risalendo anzi è già risalito fino alle venuzze periferiche del favore sessuale, del maneggio professionale, dell'inciucio aziendale. Agostino Saccà è un eccellente dirigente televisivo. Ma ha gravemente sbagliato. Ora questo errore, come tante altre cose, è diventato trafila giudiziaria, guerra di ricorsi, duello di sentenze. Cioè non è più un errore. È un oggetto giuridico, è materia che la nostra collettività non è più in grado di maneggiare con qualche serenità, con qualche buon senso. È una domanda, è una risposta che sono state appaltate alla magistratura come ennesimo segno di impotenza a fare da noi, a regolarci tra noi. Povero il Paese che non è capace di risolvere più niente, decidere più niente, e soprattutto giudicare più niente fuori dalle aule di giustizia. (2 luglio 2008)
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