Prima di andare a votare, perché alla fine ci andrò, faccio una riflessione sul voto.
Innanzitutto, vorrei precisare che il richiamo al voto utile è un vero e proprio inganno logico e mediatico, un’arma di propaganda che sia Berlusconi sia Veltroni usano con molta disinvoltura. Il voto del singolo cittadino, diversamente dalla politica attiva e dai movimenti d’opinione, è assolutamente ininfluente e, ai fini degli equilibri politici, del tutto inutile.
Il voto ha una valenza fondamentalmente etica, che facilmente metabolizza anche obiezioni di matrice kantiana del tipo “se tutti facessero così…”. Proprio in quest’ottica, votare per un partito del 37%, per uno dello 0,5% o non votare affatto, ha la stessa utilità/inutilità.
Il voto singolo, avulso da un contesto di pratica politica e culturale attiva, è una scelta morale e basta.
Quindi il non votare, o votare partiti piccoli, non è meno utile o dignitoso che dare il proprio assenso a quelli più grandi.
Tuttavia, seguendo un po’ i vari dibattiti, non posso fare a meno di notare una cosa:
I piccoli partiti fanno campagna elettorale come se dovessero davvero aspirare al governo. Questo gli consente di spararle grossissime (tanto non dovranno mai provare ciò che asseriscono), di rosicchiare qualche voto di opinione facendo leva su retorica e populismo, e soprattutto di non dire nulla su ciò che effettivamente faranno. Chi se ne frega dei loro programmi di governo? Sarebbe utile invece sapere cosa intendono proporre, in virtù di una più ragionevole previsione di consenso. Invece quando qualche giornalista fa domande riconducibili a tale questioni, scattano le olimpiadi di arrampicata sugli specchi (queste non le boicotta nessuno?).
giovedì 27 marzo 2008
lunedì 17 marzo 2008
Articolo di Roberto Saviano
Se un voto si compra con cinquanta euro
Scritto da Roberto Saviano da la Repubblica, 15-03-2008 08:26
Nessuno vincerà le elezioni in Italia. Nessuno. Perché finora tutti sembrano ignorare una questione fondamentale che si chiama "organizzazioni criminali" e ancor più "economia criminale". Non molto tempo fa il rapporto di Confesercenti valutò il fatturato delle mafie intorno a 90 miliardi di euro, pari al 7 per cento del Pil, l´equivalente di cinque manovre finanziarie. Il titolo "La mafia s.p.a. è la più grande impresa italiana" fece il giro di tutti i giornali del mondo, eppure in campagna elettorale nessuno ne ha parlato ancora. E nessuna parte politica sino a oggi è riuscita a prescindere dalla relazione con il potere economico dei clan. Mettersi contro di loro significa non solo perdere consenso e voti, ma anche avere difficoltà a realizzare opere pubbliche.
Non le vincerà nessuno, queste elezioni. Perché se non si affronta subito la questione delle mafie le vinceranno sempre loro. Indipendentemente da quale schieramento governerà il paese. Sono già pronte, hanno già individuato con quali politici accordarsi, in entrambi i schieramenti. Non c´è elezione in Italia che non si vinca attraverso il voto di scambio, un´arma formidabile al sud dove la disoccupazione è alta e dopo decenni ricompare persino l´emigrazione verso l´estero. E´ cosa risaputa ma che nessuno osa affrontare. Quando ero ragazzino il voto di scambio era più redditizio. Un voto: un posto di lavoro. Alle poste, ai ministeri, ma anche a scuola, negli ospedali, negli uffici comunali. Mentre crescevo il voto è stato venduto per molto meno. Bollette del telefono e della luce pagate per i due mesi precedenti alle elezioni e per il mese successivo. Nelle penultime la novità era il cellulare. Ti regalavano un telefonino modificato per fotografare la scheda in cabina senza far sentire il click. Solo i più fortunati ottenevano un lavoro a tempo determinato. Alle ultime elezioni il valore del voto era sceso a 50 euro. Quasi come al tempo di Achille Lauro, l´imprenditore sindaco di Napoli che negli anni cinquanta regalava pacchi di pasta e la scarpa sinistra di un paio nuovo di zecca, mentre la destra veniva recapitata dopo la vittoria. Oggi si ottengono voti per poco, per pochissimo. La disperazione del meridione che arriva a svendere il proprio voto per 50 euro sembra inversamente proporzionale alla potenza della più grande impresa italiana che lo domina. Mai come in questi anni la politica in Italia viene unanimemente disprezzata. Dagli italiani è percepita come prosecuzione di affari privati nella sfera pubblica. Ha perso la sua vocazione primaria: creare progetti, stabilire obiettivi, mettere mano con determinazione alla risoluzione dei problemi. Nessuno pretende che possa rigenerarsi nell´arco di una campagna elettorale. Ma nel vuoto di potere in cui si è fatta serva di maneggi e interessate miopie prevalgono poteri incompatibili con una democrazia avanzata. E´ una democrazia avanzata quella in cui 172 amministrazioni comunali negli ultimi anni sono stati sciolti per infiltrazione mafiosa? O dove dal ´92 a oggi, le organizzazioni hanno ucciso più di 3.100 persone? Più che a Beirut? Se vuole essere davvero nuovo, il Partito Democratico di Walter Veltroni non abbia paura di cambiare. Non scenda a compromessi per paura di perdere. Il governo Prodi è caduto in terra di camorra. Ha forse sottovalutato non tanto Clemente Mastella, il leader del piccolo partito Udeur, ma i rischi che comportava l´inserimento nelle liste di una parte dei suoi uomini. Personaggi sconosciuti all´opinione pubblica, ma che negli atti di alcuni magistrati vengono descritti come cerniera tra pubblica amministrazione e criminalità organizzata. Nel frattempo il governo ha permesso al governatore della Campania Bassolino di galleggiare nonostante il suo fallimento nella gestione dell´emergenza rifiuti. E non ha capito che quella situazione rappresenta solo l´esempio più clamoroso di quel che può accadere quando il cedimento anche solo passivo della politica ad interessi criminali porta allo scacco. Tutto questo mentre il centrodestra guidato da Silvio Berlusconi assisteva muto o giustificatorio ai festeggiamenti del governatore della Sicilia Cuffaro per una condanna che confermava i suoi favori a vantaggio di un boss, limitandosi a scagionarlo dall´accusa di essere lui stesso un mafioso vero e proprio. La questione della trasparenza tocca tutti i partiti e il paese intero. Inoltre molta militanza antimafiosa si forma nei gruppi di giovani cattolici i cui voti non sempre vanno al centrosinistra. Anche questi elettori dovrebbero pretendere che non siano candidate soubrette o personaggi capaci solo di difendere il proprio interesse. Pretendano gli elettori di centrodestra che non ci siano solo soubrette e a sud esponenti di consorterie imprenditoriali. E mi vengono in mente le parole che Giovanni Paolo II il 9 maggio del 1993 rivolse dalla collina di Agrigento alla Sicilia e all´Italia ferita dalle stragi di mafia: «Questo popolo… talmente attaccato alla vita, che ama la vita, che dà la vita, non può vivere sempre sotto la pressione di una civiltà contraria, civiltà della morte… Mi rivolgo ai responsabili... Un giorno verrà il giudizio di Dio». Parole che avrebbero dovuto crescere nelle coscienze. È tempo di rendersi conto che la richiesta di candidati non compromessi va ben oltre la questione morale. Strappare la politica al suo connubio con la criminalità organizzata non è una scelta etica, ma una necessità di vitale autodifesa. Io non entrerò in politica. Il mio mestiere è quello di scrittore. E fin quando riuscirò a scrivere, continuerò a considerare questo lo strumento di impegno più forte che possiedo. Racconto il potere, ma non riuscirei a gestirlo. Non si tratta di rinunciare ad assumersi la propria responsabilità, ma considerarla parte del proprio lavoro. Tentare di impedire che il chiasso delle polemiche distolga l´attenzione verso problemi che meno fanno rumore, più fanno danno. O che le disquisizioni morali coprano le scelte concrete a cui sono chiamati tutti i partiti. È questo il compito che a mio avviso resta nelle mani di un intellettuale. Credo sia giunto il momento di non permettere più che un voto sia comprabile con pochi spiccioli. Che futuri ministri, assessori, sindaci, consiglieri comunali possano ottenere consenso promettendo qualche misero favore. Forse è arrivato il momento di non accontentarci. Nel 1793 la Costituzione francese aveva previsto il diritto all´insurrezione: forse è il momento di far valere in Italia il diritto alla non sopportazione. A non svendere il proprio voto. A dare ancora un senso alla scelta democratica, scegliendo di non barattare il proprio destino con un cellulare o la luce pagata per qualche mese.
Scritto da Roberto Saviano da la Repubblica, 15-03-2008 08:26
Nessuno vincerà le elezioni in Italia. Nessuno. Perché finora tutti sembrano ignorare una questione fondamentale che si chiama "organizzazioni criminali" e ancor più "economia criminale". Non molto tempo fa il rapporto di Confesercenti valutò il fatturato delle mafie intorno a 90 miliardi di euro, pari al 7 per cento del Pil, l´equivalente di cinque manovre finanziarie. Il titolo "La mafia s.p.a. è la più grande impresa italiana" fece il giro di tutti i giornali del mondo, eppure in campagna elettorale nessuno ne ha parlato ancora. E nessuna parte politica sino a oggi è riuscita a prescindere dalla relazione con il potere economico dei clan. Mettersi contro di loro significa non solo perdere consenso e voti, ma anche avere difficoltà a realizzare opere pubbliche.
Non le vincerà nessuno, queste elezioni. Perché se non si affronta subito la questione delle mafie le vinceranno sempre loro. Indipendentemente da quale schieramento governerà il paese. Sono già pronte, hanno già individuato con quali politici accordarsi, in entrambi i schieramenti. Non c´è elezione in Italia che non si vinca attraverso il voto di scambio, un´arma formidabile al sud dove la disoccupazione è alta e dopo decenni ricompare persino l´emigrazione verso l´estero. E´ cosa risaputa ma che nessuno osa affrontare. Quando ero ragazzino il voto di scambio era più redditizio. Un voto: un posto di lavoro. Alle poste, ai ministeri, ma anche a scuola, negli ospedali, negli uffici comunali. Mentre crescevo il voto è stato venduto per molto meno. Bollette del telefono e della luce pagate per i due mesi precedenti alle elezioni e per il mese successivo. Nelle penultime la novità era il cellulare. Ti regalavano un telefonino modificato per fotografare la scheda in cabina senza far sentire il click. Solo i più fortunati ottenevano un lavoro a tempo determinato. Alle ultime elezioni il valore del voto era sceso a 50 euro. Quasi come al tempo di Achille Lauro, l´imprenditore sindaco di Napoli che negli anni cinquanta regalava pacchi di pasta e la scarpa sinistra di un paio nuovo di zecca, mentre la destra veniva recapitata dopo la vittoria. Oggi si ottengono voti per poco, per pochissimo. La disperazione del meridione che arriva a svendere il proprio voto per 50 euro sembra inversamente proporzionale alla potenza della più grande impresa italiana che lo domina. Mai come in questi anni la politica in Italia viene unanimemente disprezzata. Dagli italiani è percepita come prosecuzione di affari privati nella sfera pubblica. Ha perso la sua vocazione primaria: creare progetti, stabilire obiettivi, mettere mano con determinazione alla risoluzione dei problemi. Nessuno pretende che possa rigenerarsi nell´arco di una campagna elettorale. Ma nel vuoto di potere in cui si è fatta serva di maneggi e interessate miopie prevalgono poteri incompatibili con una democrazia avanzata. E´ una democrazia avanzata quella in cui 172 amministrazioni comunali negli ultimi anni sono stati sciolti per infiltrazione mafiosa? O dove dal ´92 a oggi, le organizzazioni hanno ucciso più di 3.100 persone? Più che a Beirut? Se vuole essere davvero nuovo, il Partito Democratico di Walter Veltroni non abbia paura di cambiare. Non scenda a compromessi per paura di perdere. Il governo Prodi è caduto in terra di camorra. Ha forse sottovalutato non tanto Clemente Mastella, il leader del piccolo partito Udeur, ma i rischi che comportava l´inserimento nelle liste di una parte dei suoi uomini. Personaggi sconosciuti all´opinione pubblica, ma che negli atti di alcuni magistrati vengono descritti come cerniera tra pubblica amministrazione e criminalità organizzata. Nel frattempo il governo ha permesso al governatore della Campania Bassolino di galleggiare nonostante il suo fallimento nella gestione dell´emergenza rifiuti. E non ha capito che quella situazione rappresenta solo l´esempio più clamoroso di quel che può accadere quando il cedimento anche solo passivo della politica ad interessi criminali porta allo scacco. Tutto questo mentre il centrodestra guidato da Silvio Berlusconi assisteva muto o giustificatorio ai festeggiamenti del governatore della Sicilia Cuffaro per una condanna che confermava i suoi favori a vantaggio di un boss, limitandosi a scagionarlo dall´accusa di essere lui stesso un mafioso vero e proprio. La questione della trasparenza tocca tutti i partiti e il paese intero. Inoltre molta militanza antimafiosa si forma nei gruppi di giovani cattolici i cui voti non sempre vanno al centrosinistra. Anche questi elettori dovrebbero pretendere che non siano candidate soubrette o personaggi capaci solo di difendere il proprio interesse. Pretendano gli elettori di centrodestra che non ci siano solo soubrette e a sud esponenti di consorterie imprenditoriali. E mi vengono in mente le parole che Giovanni Paolo II il 9 maggio del 1993 rivolse dalla collina di Agrigento alla Sicilia e all´Italia ferita dalle stragi di mafia: «Questo popolo… talmente attaccato alla vita, che ama la vita, che dà la vita, non può vivere sempre sotto la pressione di una civiltà contraria, civiltà della morte… Mi rivolgo ai responsabili... Un giorno verrà il giudizio di Dio». Parole che avrebbero dovuto crescere nelle coscienze. È tempo di rendersi conto che la richiesta di candidati non compromessi va ben oltre la questione morale. Strappare la politica al suo connubio con la criminalità organizzata non è una scelta etica, ma una necessità di vitale autodifesa. Io non entrerò in politica. Il mio mestiere è quello di scrittore. E fin quando riuscirò a scrivere, continuerò a considerare questo lo strumento di impegno più forte che possiedo. Racconto il potere, ma non riuscirei a gestirlo. Non si tratta di rinunciare ad assumersi la propria responsabilità, ma considerarla parte del proprio lavoro. Tentare di impedire che il chiasso delle polemiche distolga l´attenzione verso problemi che meno fanno rumore, più fanno danno. O che le disquisizioni morali coprano le scelte concrete a cui sono chiamati tutti i partiti. È questo il compito che a mio avviso resta nelle mani di un intellettuale. Credo sia giunto il momento di non permettere più che un voto sia comprabile con pochi spiccioli. Che futuri ministri, assessori, sindaci, consiglieri comunali possano ottenere consenso promettendo qualche misero favore. Forse è arrivato il momento di non accontentarci. Nel 1793 la Costituzione francese aveva previsto il diritto all´insurrezione: forse è il momento di far valere in Italia il diritto alla non sopportazione. A non svendere il proprio voto. A dare ancora un senso alla scelta democratica, scegliendo di non barattare il proprio destino con un cellulare o la luce pagata per qualche mese.
lunedì 10 marzo 2008
Casta Sacerdotale
Se c’è una cosa che mi disturba in molti detrattori della religione, è la faciloneria con cui pensano di potersi sbarazzare, assieme alle più caricaturali espressioni del culto, della dimensione spirituale nel suo complesso. Io invece la difendo e ne auspico addirittura una crescita.
Trovo tuttavia che le Fedi, le confessioni religiose, stiano alla crescita spirituale come una diga sta al fiume.
Questo perché io ritengo caratteristica inalienabile di una spiritualità matura e consapevole la “ricerca”. Se guardo in casa nostra, non posso non prendere come esempio il Cristianesimo. Si tratta di una religione rivelata, che pretende di possedere come logica conseguenza il monopolio dell’etica; in quanto rivelata non è suscettibile di ricerca, niente è possibile aggiungere ai suoi contenuti etici e spirituali, poiché si esauriscono nel messaggio divino. Al massimo si possono interpretare (sappiamo tutti con quali risultati…basti pensare che nel catechismo della Chiesa Cattolica del 1997 è in qualche modo ammessa la pena di morte. Però niente suicidio, mi raccomando!!!)
Poi c’è la Chiesa, un’istituzione a fini di lucro che si arroga il ruolo di interprete in terra della volontà di Cristo, opponendosi con le unghie e con i denti alla crescita intellettuale ed etica degli uomini, poiché, sarà banale ma andrebbe scritto a caratteri cubitali, è sul terreno dell’ignoranza che è possibile costruire cattedrali. La Chiesa si è sempre opposta alla scienza perché è foriera di un nuovo modo di guardare il mondo, di un modo di pensare diverso, e quindi anche di un diverso sistema di valori. Ma davvero vogliamo credere che la fisica quantistica, la teoria degli universi paralleli, siano soltanto “conoscenza che inaridisce l’anima”? Non è forse vero, al contrario, che un nuovo modo di guardare alla vita e agli uomini, sia anche la base per costruire una nuova etica? Ma davvero nel 2008 dobbiamo ancora tollerare la presenza ingombrante di una casta sacerdotale?
L’alternativa alla religione non è l’assenza di valori, ma la costruzione, invece, di un’etica condivisa, radicata nel modo in cui vediamo e sentiamo la vita, senza demandare la nostra urgenza di spirituale, e perché no, di Sacro, ad un’istituzione arcaica e superata.
La chiesa monopolizza la sfera dell’etica. Punto. La ricerca spirituale è libertà? Beh, vediamo…sono stato battezzato; certo, non è che significhi granché. E l’ora di religione? E il crocefisso nelle aule, anche quando vado a votare? E i film su Gesù in prima serata? E le feste comandate? Perché l’otto per mille non è diviso equamente tra le varie confessioni religiose, comprese magari associazioni di atei? Potrei continuare all’infinito.
Certo, siamo condizionati, ma comunque liberi di non essere cattolici. Un po’ meno di non assorbire gran parte del suo sistema di valori.
Riassumendo, considero il Cristianesimo, come tutte le religioni rivelate, una fase importantissima della vita spirituale dell’umanità. Che va superata.
Considero la Chiesa un’associazione che, imponendosi attraverso importanti congiunture politiche come mediatrice della volontà di Dio, esercita il quasi-monopolio sulla vita spirituale dei fedeli, utilizzando questo potere in primo luogo per preservare i propri privilegi, e in secondo luogo per espanderli. Che anche in seno alla Chiesa ci sia del buono, anzi, del buonissimo, non è un argomento. La Chiesa si oppone al superamento del Cristianesimo e, attraverso intimidazioni di varia natura ed entità (a seconda dell’epoca storica) abusa delle coscienze individuali per arricchirsi e prosperare. Le timide esperienze di volontariato laico hanno dimostrato come è possibile fare di più e meglio fuori dall’orbita dei Vicari di Cristo.
La mia idea è aggredire. Aggredire la Chiesa sul piano politico, intaccandone privilegi e impunità. E il Cristianesimo, così come le altre religioni, sul piano culturale, emancipandoci da questa schiavitù metafisica e sciogliendo la contraddizione del nostro secolo, che ci vede avanzatissimi dal punto di vista scientifico e tecnologico, ma ancora in fasce nella sfera spirituale.
Per concludere, so che ho usato il termine “spiritualità” con molta leggerezza. Si accettano con gioia contributi di qualunque tipo. Ma Socci non è gradito.
Trovo tuttavia che le Fedi, le confessioni religiose, stiano alla crescita spirituale come una diga sta al fiume.
Questo perché io ritengo caratteristica inalienabile di una spiritualità matura e consapevole la “ricerca”. Se guardo in casa nostra, non posso non prendere come esempio il Cristianesimo. Si tratta di una religione rivelata, che pretende di possedere come logica conseguenza il monopolio dell’etica; in quanto rivelata non è suscettibile di ricerca, niente è possibile aggiungere ai suoi contenuti etici e spirituali, poiché si esauriscono nel messaggio divino. Al massimo si possono interpretare (sappiamo tutti con quali risultati…basti pensare che nel catechismo della Chiesa Cattolica del 1997 è in qualche modo ammessa la pena di morte. Però niente suicidio, mi raccomando!!!)
Poi c’è la Chiesa, un’istituzione a fini di lucro che si arroga il ruolo di interprete in terra della volontà di Cristo, opponendosi con le unghie e con i denti alla crescita intellettuale ed etica degli uomini, poiché, sarà banale ma andrebbe scritto a caratteri cubitali, è sul terreno dell’ignoranza che è possibile costruire cattedrali. La Chiesa si è sempre opposta alla scienza perché è foriera di un nuovo modo di guardare il mondo, di un modo di pensare diverso, e quindi anche di un diverso sistema di valori. Ma davvero vogliamo credere che la fisica quantistica, la teoria degli universi paralleli, siano soltanto “conoscenza che inaridisce l’anima”? Non è forse vero, al contrario, che un nuovo modo di guardare alla vita e agli uomini, sia anche la base per costruire una nuova etica? Ma davvero nel 2008 dobbiamo ancora tollerare la presenza ingombrante di una casta sacerdotale?
L’alternativa alla religione non è l’assenza di valori, ma la costruzione, invece, di un’etica condivisa, radicata nel modo in cui vediamo e sentiamo la vita, senza demandare la nostra urgenza di spirituale, e perché no, di Sacro, ad un’istituzione arcaica e superata.
La chiesa monopolizza la sfera dell’etica. Punto. La ricerca spirituale è libertà? Beh, vediamo…sono stato battezzato; certo, non è che significhi granché. E l’ora di religione? E il crocefisso nelle aule, anche quando vado a votare? E i film su Gesù in prima serata? E le feste comandate? Perché l’otto per mille non è diviso equamente tra le varie confessioni religiose, comprese magari associazioni di atei? Potrei continuare all’infinito.
Certo, siamo condizionati, ma comunque liberi di non essere cattolici. Un po’ meno di non assorbire gran parte del suo sistema di valori.
Riassumendo, considero il Cristianesimo, come tutte le religioni rivelate, una fase importantissima della vita spirituale dell’umanità. Che va superata.
Considero la Chiesa un’associazione che, imponendosi attraverso importanti congiunture politiche come mediatrice della volontà di Dio, esercita il quasi-monopolio sulla vita spirituale dei fedeli, utilizzando questo potere in primo luogo per preservare i propri privilegi, e in secondo luogo per espanderli. Che anche in seno alla Chiesa ci sia del buono, anzi, del buonissimo, non è un argomento. La Chiesa si oppone al superamento del Cristianesimo e, attraverso intimidazioni di varia natura ed entità (a seconda dell’epoca storica) abusa delle coscienze individuali per arricchirsi e prosperare. Le timide esperienze di volontariato laico hanno dimostrato come è possibile fare di più e meglio fuori dall’orbita dei Vicari di Cristo.
La mia idea è aggredire. Aggredire la Chiesa sul piano politico, intaccandone privilegi e impunità. E il Cristianesimo, così come le altre religioni, sul piano culturale, emancipandoci da questa schiavitù metafisica e sciogliendo la contraddizione del nostro secolo, che ci vede avanzatissimi dal punto di vista scientifico e tecnologico, ma ancora in fasce nella sfera spirituale.
Per concludere, so che ho usato il termine “spiritualità” con molta leggerezza. Si accettano con gioia contributi di qualunque tipo. Ma Socci non è gradito.
giovedì 7 febbraio 2008
lunedì 4 febbraio 2008
Recensione: "Come Ragioniamo"
Frixione, Marcello, Come ragioniamo, Bari, Edizioni Laterza, 2007, pp. 170, € 12,00, IBSN 978-88-420-8312-2
Recensione di Dario Scognamiglio, 18/11/2007
Logica
Il testo Come Ragioniamo di Marcello Frixione è un'opera agile e scorrevole il cui oggetto, come desumibile dal titolo, è il ragionamento nelle sue modalità di sviluppo e procedura logica. Non si tratta di un manuale, di cui non ha e non pretende di avere la completezza, ma di un'opera a carattere fondamentalmente divulgativo che tratta con straordinaria limpidezza espositiva temi di rilevante complessità concettuale, dalla logica formale nelle sue varie declinazioni al calcolo delle probabilità.
È un libro appassionante. Adopero questa definizione poco usuale per un testo di logica, ma il volume di Frixione riesce a tenere incollato il lettore, accompagnandolo capitolo dopo capitolo come tra le pagine di un romanzo. Presupponendo l'interesse per la materia, due sono le ragioni di questa peculiare appetibilità del libro: in primis la pulizia della scrittura di Frixione, la chiarezza lessicale e la linearità espositiva. In secondo luogo, la capacità di riportare sempre, in ogni passaggio di maggiore complessità concettuale, l'astratta struttura delle forme logiche e degli schemi di ragionamento alla loro concretezza, evidenziandone la costante presenza nel nostro pensare quotidiano.
L'opera è strutturata in 4 capitoli.
Il primo capitolo funge da introduzione, presentando all'attenzione del lettore alcuni concetti fondamentali per procedere nella comprensione del testo. In particolare, alcuni elementi basilari di logica formale (logica degli enunciati e logica dei predicati) come i connettivi argomentali e le tavole di verità.
Il secondo capitolo inerisce più direttamente la problematica oggetto del libro - ovvero il ragionamento - partendo dalle fallacie, che l'autore stesso definisce come argomentazioni errate che tuttavia, a un primo esame, possono apparire persuasive. L'autore espone numerosi e intriganti esempi, svelando al lettore le sue convinzioni ingenue, gli errori grossolani del suo modo di inferire e, talvolta, persino di percepire.
Il terzo capitolo è a mio avviso il più interessante; è capitato a tutti di confrontarsi con problemi di “categorizzazione”, scoprendo in maniera quasi ludica un vuoto della nostra logica, le colonne d'Ercole oltre le quali non è possibile inoltrarsi, neanche con la mente. L'esempio classico, proposto anche dall'autore, è quello dell'uomo calvo. Con uno, due, tre capelli continua a essere calvo; quand'è che può considerarsi scomparsa la calvizie? Esiste un numero n, per cui con n capelli è possibile essere definiti calvi, e con n+1 capelli, al contrario, non calvi? Marcello Frixione presenta ai novizi della materia la logica fuzzy, e concetti di indubbio interesse come i predicati sfumati e il sorite, ovvero un paradosso che deriva proprio dall'impiego di predicati sfumati. Quello dell'uomo calvo è un tipico esempio di sorite. Sarà dunque interessante scoprire come esistano valori di verità intermedi tra il vero e il falso, in apparente antitesi con il principio di non-contraddizione di aristotelica memoria. È un argomento molto complesso, esposto con molta chiarezza nel testo ma, come ovvio, non completamente sviluppato.
Sempre nel terzo capitolo, l'autore guida il lettore nella comprensione del ragionamento deduttivo e induttivo. In particolare, l'attenzione è focalizzata su questa seconda modalità di ragionamento, che poi è alla base della costruzione del sapere scientifico; sfiorando elegantemente anche problematiche di tipo epistemologico, l'autore mostra le possibilità ma anche i limiti insiti a questo modo di inferire, che non è impeccabile, da un punto di vista prettamente logico, come il ragionamento deduttivo.
Dopo il quarto e ultimo capitolo, di più ampio respiro rispetto ai precedenti, in cui l'oggetto “ragionamento” è analizzato anche alla luce degli studi sull'intelligenza artificiale, l'autore fornisce diverse preziose indicazioni bibliografiche, strettamente ed esaurientemente correlate agli argomenti trattati nel libro.
Complessivamente si tratta di una lettura gradevole e stimolante, in grado di incontrare il lettore a digiuno di nozione logiche, ma anche di intrigare e sorprendere, talvolta, chi invece padroneggia la materia.
Recensione di Dario Scognamiglio, 18/11/2007
Logica
Il testo Come Ragioniamo di Marcello Frixione è un'opera agile e scorrevole il cui oggetto, come desumibile dal titolo, è il ragionamento nelle sue modalità di sviluppo e procedura logica. Non si tratta di un manuale, di cui non ha e non pretende di avere la completezza, ma di un'opera a carattere fondamentalmente divulgativo che tratta con straordinaria limpidezza espositiva temi di rilevante complessità concettuale, dalla logica formale nelle sue varie declinazioni al calcolo delle probabilità.
È un libro appassionante. Adopero questa definizione poco usuale per un testo di logica, ma il volume di Frixione riesce a tenere incollato il lettore, accompagnandolo capitolo dopo capitolo come tra le pagine di un romanzo. Presupponendo l'interesse per la materia, due sono le ragioni di questa peculiare appetibilità del libro: in primis la pulizia della scrittura di Frixione, la chiarezza lessicale e la linearità espositiva. In secondo luogo, la capacità di riportare sempre, in ogni passaggio di maggiore complessità concettuale, l'astratta struttura delle forme logiche e degli schemi di ragionamento alla loro concretezza, evidenziandone la costante presenza nel nostro pensare quotidiano.
L'opera è strutturata in 4 capitoli.
Il primo capitolo funge da introduzione, presentando all'attenzione del lettore alcuni concetti fondamentali per procedere nella comprensione del testo. In particolare, alcuni elementi basilari di logica formale (logica degli enunciati e logica dei predicati) come i connettivi argomentali e le tavole di verità.
Il secondo capitolo inerisce più direttamente la problematica oggetto del libro - ovvero il ragionamento - partendo dalle fallacie, che l'autore stesso definisce come argomentazioni errate che tuttavia, a un primo esame, possono apparire persuasive. L'autore espone numerosi e intriganti esempi, svelando al lettore le sue convinzioni ingenue, gli errori grossolani del suo modo di inferire e, talvolta, persino di percepire.
Il terzo capitolo è a mio avviso il più interessante; è capitato a tutti di confrontarsi con problemi di “categorizzazione”, scoprendo in maniera quasi ludica un vuoto della nostra logica, le colonne d'Ercole oltre le quali non è possibile inoltrarsi, neanche con la mente. L'esempio classico, proposto anche dall'autore, è quello dell'uomo calvo. Con uno, due, tre capelli continua a essere calvo; quand'è che può considerarsi scomparsa la calvizie? Esiste un numero n, per cui con n capelli è possibile essere definiti calvi, e con n+1 capelli, al contrario, non calvi? Marcello Frixione presenta ai novizi della materia la logica fuzzy, e concetti di indubbio interesse come i predicati sfumati e il sorite, ovvero un paradosso che deriva proprio dall'impiego di predicati sfumati. Quello dell'uomo calvo è un tipico esempio di sorite. Sarà dunque interessante scoprire come esistano valori di verità intermedi tra il vero e il falso, in apparente antitesi con il principio di non-contraddizione di aristotelica memoria. È un argomento molto complesso, esposto con molta chiarezza nel testo ma, come ovvio, non completamente sviluppato.
Sempre nel terzo capitolo, l'autore guida il lettore nella comprensione del ragionamento deduttivo e induttivo. In particolare, l'attenzione è focalizzata su questa seconda modalità di ragionamento, che poi è alla base della costruzione del sapere scientifico; sfiorando elegantemente anche problematiche di tipo epistemologico, l'autore mostra le possibilità ma anche i limiti insiti a questo modo di inferire, che non è impeccabile, da un punto di vista prettamente logico, come il ragionamento deduttivo.
Dopo il quarto e ultimo capitolo, di più ampio respiro rispetto ai precedenti, in cui l'oggetto “ragionamento” è analizzato anche alla luce degli studi sull'intelligenza artificiale, l'autore fornisce diverse preziose indicazioni bibliografiche, strettamente ed esaurientemente correlate agli argomenti trattati nel libro.
Complessivamente si tratta di una lettura gradevole e stimolante, in grado di incontrare il lettore a digiuno di nozione logiche, ma anche di intrigare e sorprendere, talvolta, chi invece padroneggia la materia.
mercoledì 16 gennaio 2008
Mastella si dimette
E cosa succede in Parlamento?
Per Casini è assurdo che i giudici indagati dal CSM vadano a fare show in tv...show che nulla hanno a che fare con la serietà della loro professione...(perchè non riesco a trovare su youtube il video con Larussa che balla il twist al bagaglino?)
Per Fini bisogna finirla di scagliarsi contro la magistratura solo quando è indagato uno del proprio schieramento...traduzione: uniamoci contro la magistratura.
Per Maroni, Mastella si unisca a loro, per combattere contro la vera casta, quella di coloro che decidono della vita e morte delle persone! Traduzione somma Fini+Casini+Maroni: ci si unisca contro la magistratura, possibilmente impedendoLe anche di dire la propria pubblicamente.
Devo scaricare il programma della P2. O magari lo ricostruisco facendo un collage degli interventi odierni in Parlamento.
Tutti comunque solidali con Mastella. Così come Napolitano, per saltare di palo in frasca, è solidale col Papa. Mi sembra giusto. I nemici del sistema sono gli studenti, i professori e i magistrati.
E magari è anche vero...a volte, non sempre, studenti, professori e magistrati sono nemici del sistema...la mia solidarietà, dunque, a studenti, professori e magistrati.
Per Casini è assurdo che i giudici indagati dal CSM vadano a fare show in tv...show che nulla hanno a che fare con la serietà della loro professione...(perchè non riesco a trovare su youtube il video con Larussa che balla il twist al bagaglino?)
Per Fini bisogna finirla di scagliarsi contro la magistratura solo quando è indagato uno del proprio schieramento...traduzione: uniamoci contro la magistratura.
Per Maroni, Mastella si unisca a loro, per combattere contro la vera casta, quella di coloro che decidono della vita e morte delle persone! Traduzione somma Fini+Casini+Maroni: ci si unisca contro la magistratura, possibilmente impedendoLe anche di dire la propria pubblicamente.
Devo scaricare il programma della P2. O magari lo ricostruisco facendo un collage degli interventi odierni in Parlamento.
Tutti comunque solidali con Mastella. Così come Napolitano, per saltare di palo in frasca, è solidale col Papa. Mi sembra giusto. I nemici del sistema sono gli studenti, i professori e i magistrati.
E magari è anche vero...a volte, non sempre, studenti, professori e magistrati sono nemici del sistema...la mia solidarietà, dunque, a studenti, professori e magistrati.
martedì 1 gennaio 2008
Religione e Politica
Anche il nuovo anno (a proposito…auguri a tutti) è cominciato, per me, nel segno del masochismo. Sveglio da poche ore, faccio il mio solito giretto on-line per sbirciare le prime pagine o gli editoriali dei vari quotidiani. Perché masochista? Perché leggo anche la carta straccia più avvilente, quella da attacchi di bile, il giornalaccio auto-referenziale e semi-scandalistico di Vittorio Feltri: “Libero” (ah ah ah…scusate ma il nome del quotidiano è una parodia).
Ora siamo obiettivi. Non tutte le firme di quel giornale hanno lo stesso valore. Marcello Veneziani per esempio lo leggo volentieri. Quando c’è Massimo Fini, più che volentieri. Farina non lo digerisco in alcun modo, però scrive davvero bene. Feltri, Brunetta, Oscar Giannino, no comment. Il Direttore in particolare, resta per me un mistero insolubile: ma come cavolo fa ad essere Direttore di un quotidiano? Scrive male, pensa peggio; e poi fanno le agende “in cuoio, esclusive, eleganti” con il suo profilo con tanto di pipa stagliato sulla copertina. Per sole 60,00 euro. Voglio vedere in faccia chi compra quell’agenda!
Ma la mia riflessione va a proposito di un ributtante articolo di Socci. Si, non avevo dimenticato il suo nome. Me lo tenevo in serbo. Il giovane intellettuale torna sull’argomento “rapporto Dio-politica”, citando come argomentazione di difficile impugnazione un pensiero che riportiamo:
«Per me non c'è politica che non sia contemporaneamente religione. La politica serve la religione. La politica senza la religione è una trappola per gli esseri umani, perché uccide l'anima. Sono fermamente convinto che oggi l'Eu ropa non stia mettendo in pratica lo spirito di Dio e del cristianesimo, bensì lo spirito di Satana».
Socci non svela subito l'identità dell’autore del pensiero…sapientemente attende, consumato dall’esperienza aspetta il momento giusto per vibrare il colpo, perché non è il pensiero, ma l’identità del pensatore che dovrebbe piegare le ginocchia del lettore, fiaccare la resistenza di chi a sinistra si ostina a difendere la laicità dello Stato. Rullo di tamburi…sarà Gramsci? Togliatti? Non ditemi che è Marx! Tremo! Signori e signori, l’autore è…Gandhi.
Ma vaff…
E’ ignoranza o malafede quella per cui Socci cita qualcuno che quando parla di religione intende l’esatto opposto di ciò che lui vorrebbe difendere e sostenere?
Gandhi ha una concezione della religione che è ricerca spirituale, qualcosa che a noi occidentali è preclusa proprio perché strozzati dall’ottuso e dogmatico cappio cristiano-cattolico. Il pensiero di Gandhi sottende la necessità di asservire le ragioni “particolari” a quelle “universali”, quelle della materia a quelle dello spirito. Condivisibile o meno, nulla ha a che fare con le ingerenze della chiesa cattolica, le cui rivendicazioni di primato della morale sulla politica sanno tanto di primato politico della chiesa, di monopolio dell’etica. La religione di cui parla Gandhi è il libero cammino dello Spirito alla ricerca di sé. Ora, due sono le cose: o Socci ritiene che la Chiesa dovrebbe ancora amministrare il potere temporale, e allora mettiamolo in una macchina del tempo e rispediamolo a Canossa, a gustarsi la scena che tante volte avrà immaginato in momenti di irrefrenabile pulsione erotica; oppure valuta che la Chiesa sia depositaria della dimensione dello spirito, o peggio ancora della morale.
Purtroppo questa è mentalità diffusa. La chiesa è la casa di Dio, e il culto cattolico la dimensione unica della spiritualità. Tutto il resto è noia. No, non ho detto noia, ma boia boia boia!
Boia chi molla, vorrei gridare. Ma alla fine non si può non scendere a patti con la chiesa, perché volenti o nolenti, come ben illustra Michel Onfray nel “Trattato di Ateologia”, anche gli atei sono atei-cristiani. Liberandosi della dottrina escatologica e dell’anima-immortale, non si riesce tuttavia a rovesciare il paradigma etico cristiano, il sistema di valori di cui è impregnata la nostra cultura. Tranne ovviamente che per aspetti futili ed evanescenti, tipo la morale sessuale, per intenderci.
Semplificando molto, oggi il ruolo dell’intellettuale è quello di creare problematicità, nodi critici. Venga il compromesso, se è davvero tale, e non semplice appiattimento e sconfitta culturale. Non basta dire che la chiesa non ha monopolio di etica e spiritualità. Bisogna essere in grado di costruire una nuova etica e una nuova spiritualità realmente libere dall’ingombrante divinità di cui non hanno alcun bisogno.
Ora siamo obiettivi. Non tutte le firme di quel giornale hanno lo stesso valore. Marcello Veneziani per esempio lo leggo volentieri. Quando c’è Massimo Fini, più che volentieri. Farina non lo digerisco in alcun modo, però scrive davvero bene. Feltri, Brunetta, Oscar Giannino, no comment. Il Direttore in particolare, resta per me un mistero insolubile: ma come cavolo fa ad essere Direttore di un quotidiano? Scrive male, pensa peggio; e poi fanno le agende “in cuoio, esclusive, eleganti” con il suo profilo con tanto di pipa stagliato sulla copertina. Per sole 60,00 euro. Voglio vedere in faccia chi compra quell’agenda!
Ma la mia riflessione va a proposito di un ributtante articolo di Socci. Si, non avevo dimenticato il suo nome. Me lo tenevo in serbo. Il giovane intellettuale torna sull’argomento “rapporto Dio-politica”, citando come argomentazione di difficile impugnazione un pensiero che riportiamo:
«Per me non c'è politica che non sia contemporaneamente religione. La politica serve la religione. La politica senza la religione è una trappola per gli esseri umani, perché uccide l'anima. Sono fermamente convinto che oggi l'Eu ropa non stia mettendo in pratica lo spirito di Dio e del cristianesimo, bensì lo spirito di Satana».
Socci non svela subito l'identità dell’autore del pensiero…sapientemente attende, consumato dall’esperienza aspetta il momento giusto per vibrare il colpo, perché non è il pensiero, ma l’identità del pensatore che dovrebbe piegare le ginocchia del lettore, fiaccare la resistenza di chi a sinistra si ostina a difendere la laicità dello Stato. Rullo di tamburi…sarà Gramsci? Togliatti? Non ditemi che è Marx! Tremo! Signori e signori, l’autore è…Gandhi.
Ma vaff…
E’ ignoranza o malafede quella per cui Socci cita qualcuno che quando parla di religione intende l’esatto opposto di ciò che lui vorrebbe difendere e sostenere?
Gandhi ha una concezione della religione che è ricerca spirituale, qualcosa che a noi occidentali è preclusa proprio perché strozzati dall’ottuso e dogmatico cappio cristiano-cattolico. Il pensiero di Gandhi sottende la necessità di asservire le ragioni “particolari” a quelle “universali”, quelle della materia a quelle dello spirito. Condivisibile o meno, nulla ha a che fare con le ingerenze della chiesa cattolica, le cui rivendicazioni di primato della morale sulla politica sanno tanto di primato politico della chiesa, di monopolio dell’etica. La religione di cui parla Gandhi è il libero cammino dello Spirito alla ricerca di sé. Ora, due sono le cose: o Socci ritiene che la Chiesa dovrebbe ancora amministrare il potere temporale, e allora mettiamolo in una macchina del tempo e rispediamolo a Canossa, a gustarsi la scena che tante volte avrà immaginato in momenti di irrefrenabile pulsione erotica; oppure valuta che la Chiesa sia depositaria della dimensione dello spirito, o peggio ancora della morale.
Purtroppo questa è mentalità diffusa. La chiesa è la casa di Dio, e il culto cattolico la dimensione unica della spiritualità. Tutto il resto è noia. No, non ho detto noia, ma boia boia boia!
Boia chi molla, vorrei gridare. Ma alla fine non si può non scendere a patti con la chiesa, perché volenti o nolenti, come ben illustra Michel Onfray nel “Trattato di Ateologia”, anche gli atei sono atei-cristiani. Liberandosi della dottrina escatologica e dell’anima-immortale, non si riesce tuttavia a rovesciare il paradigma etico cristiano, il sistema di valori di cui è impregnata la nostra cultura. Tranne ovviamente che per aspetti futili ed evanescenti, tipo la morale sessuale, per intenderci.
Semplificando molto, oggi il ruolo dell’intellettuale è quello di creare problematicità, nodi critici. Venga il compromesso, se è davvero tale, e non semplice appiattimento e sconfitta culturale. Non basta dire che la chiesa non ha monopolio di etica e spiritualità. Bisogna essere in grado di costruire una nuova etica e una nuova spiritualità realmente libere dall’ingombrante divinità di cui non hanno alcun bisogno.
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