giovedì 16 ottobre 2008

Saviano


Piena solidarietà a questo eroe della scrittura; uno dei pochissimi casi in cui la penna si è davvero rivelata più potente della spada.
Ieri sera a Matrix la Meloni ha quasi voluto stigmatizzare la scelta di Saviano di lasciare l’Italia. Perché – diceva – i nostri ragazzi hanno bisogno di esempi; perché potrebbe dare il senso di una sconfitta, vedere che Saviano è costretto ad andare via…
Sciocchezze. Saviano è già un eroe (che gli piaccia o meno), non c’è alcuna necessità che si trasformi in un martire.
Non si può pretendere di avere un popolo di “Saviano”; io non avrei mai avuto il coraggio di sfidare le mafie come ha fatto lui.
Ma niente chiacchiere, non ho voglia di fare predicozzi o incensare questo autore.
Per quanto insignificante possa essere, voglio solo esprimere la mia solidarietà a Roberto Saviano.


La Scienza del Papa...

Il Papa ha asserito che la Scienza non è in grado di elaborare principi etici.
Perché?
Forse perché la Scienza è conoscenza, e la conoscenza evidentemente non è in grado di elaborare principi etici.
La religione è “Rivelazione”, dunque i principi etici possono solo essere “rivelati”.
La Scienza è laica; dunque il laicismo non è in grado di elaborare principi etici.

Detto per inteso, la penso alla maniera opposta: la religione (intesa in senso confessionale) non è in grado di elaborare principi etici; la scienza si.

Ma non è la mia opinione ad essere motivo di interesse: io non sono il Papa, se mi affaccio ad una finestra a pontificare mi tirano ortaggi; se mi vesto con un lenzuolo bianco i bambini per le strade mi prendono a scozzettoni; se parlo male dei preservativi è solo perché quando li uso non sento niente.
E’ l’opinione del Papa, Benedetto XVI, ad essere motivo di interesse, poiché sottende ciò che da anni imputo alla Chiesa: la pretesa di avere il monopolio dell’etica, di poter stabilire ciò che è bene e ciò che è male. In sostanza: ciò che deve essere fatto, e ciò che non deve essere fatto.
Va bene la ricerca scientifica, va bene l’arte, va bene la filosofia…ma entro determinati limiti – limiti etici – stabiliti dall’unica entità deputata a “elaborare principi etici”: la Chiesa.

sabato 13 settembre 2008

Sartori e Canfora sulla democrazia: libera interpretazione

Nell’immaginario comune democrazia è sinonimo di “uguaglianza, giustizia, libertà”.
L’uso fraudolento del termine ne ha ovviamente snaturato il senso; e di questo senso snaturato si riempiono la bocca e le tasche politici e intellettuali, lasciando a pochi eretici l’ingrato compito di additare le nudità dell’Imperatore (v., ad es., “Sudditi”, di Massimo Fini).
Ma per la maggior parte degli attori in campo nella quotidiana bagarre politica, la democrazia non si discute. Piuttosto ognuno accusa l’avversario di oltraggiarla, svuotarla di senso, aggredirla. Ognuno pesca dal mazzo una figura retorica e la mette sul tavolo. La sinistra prende l’uguaglianza, il centro-centro sinistra la giustizia, la destra stringe la presa sulla libertà.
Non sempre nella storia questi concetti hanno avuto ed hanno la stessa fortuna e forza evocativa. Oggi l’uguaglianza tira poco. Anzi, di fronte allo “spavento” per i movimenti migratori, i Rom, gli stupri di gruppo e le truppe di indultati, appare quasi come una minaccia. La sinistra, infatti, è fuori dal Parlamento.
La giustizia è già più efficace…permette infatti all’elettorato “moderato” del centro-centro sinistra di rivendicarla sia per difendersi dai Rom che per attaccare Berlusconi, per dare un calcio in culo ai lavavetri e uno a Dell’Utri. Il problema è che sono in troppi oggi a voler indossare il mantello di giustiziere, e il centro-centro sinistra rischia continuamente di farselo strappare di mano dalle truppe dell’antipolitica, pronte ad usarlo con ancora maggior vigore.
La destra possiede in questo momento l’arma più efficace. La libertà è un’idea dalla forza retorica impareggiabile. Perché, detta così, non significa niente. E’ un concetto vuoto, così come “uguaglianza” e “giustizia”. La ricetta del consenso impone di evitare eccessi di zelo. La finzione ideologica prevede ideali fumosi, in modo da lasciare al singolo la possibilità di cucirseli addosso. La “libertà” è perfetta. Ogni cittadino potrà immaginarla come la “propria libertà”. E chi vorrebbe andare contro la propria libertà? L’uguaglianza è interesse di chi è dal lato sbagliato dell’equazione. Ma ora ci sono gli immigrati, che non votano…non conviene più l’uguaglianza. In soffitta. Oggi vestiamo di libertà. E siamo noi ad essere nudi, non l’Imperatore.
Ma torniamo alla democrazia. In particolare, a due libri di cui ho recentemente completato la lettura: “La democrazia in trenta lezioni” di Giovanni Sartori e “Critica della retorica democratica” di Luciano Canfora.
Il primo testo non ha grosse pretese, nonostante il titolo a carattere particolarmente didattico. E’ un’opera divulgativa, riadattamento di una serie di “pillole” somministrate dal celeberrimo Professore in un programma televisivo. Trenta capitoli, dunque, per illustrare i concetti chiave per comprendere la “democrazia”. E per difenderla, giacché Sartori si prodiga di dare spazio anche alle critiche degli oppositori del dogma democratico. Ma, com’è naturale che sia, lo fa attraverso la propria penna, e dunque non può risultargli particolarmente difficile liquidare le varie obiezioni con poco più di un’alzata di spalle.
Ma il testo è scorrevole, limpido, utile quindi ad alfabetizzare chi è a digiuno sull’argomento.
Sartori prova subito a spaventare l’ignaro lettore, presentando con disinvoltura i paradossi della democrazia. Bobbio illustrava benissimo la duplice natura della democrazia come “mezzo” e “fine” allo stesso tempo. Sartori evidenzia come la democrazia sia contemporaneamente “governo del popolo” e “governo sul popolo”. Il potere è infatti una relazione, per cui un individuo x ha potere su un individuo y. Il professor Chiodi esprime attraverso una formuletta (D/S) la necessità di questa relazione: uno spazio per il Detentore del potere (D), uno per chi il potere lo subisce (S) e uno per i mezzi di esercizio e controllo del potere (/). A meno di non pensare ingenuamente che la democrazia rappresenti il superamento di questo rapporto, e quindi una totale coincidenza di D ed S (autogoverno del popolo), la spiegazione ci viene suggerita dal Professor Sartori: trasmissione rappresentativa del potere.
Quindi mettiamo in cassaforte la prima conquista: la democrazia, in una società complessa, è - e non può non essere - “rappresentativa”. Il popolo non governa dunque nella sua interezza, ma sceglie dei rappresentanti, i quali andranno ad occupare lo spazio “D”. Maliziosamente si potrebbe insinuare che in questo modo il popolo sceglie soltanto chi dovrà comandarli; ma la dialettica democratica è più complessa. I rappresentanti del popolo hanno un tempo a disposizione per esercitare il loro mandato, e convincere gli elettori a rinnovare loro la fiducia. Questa dipendenza del potere dalla legittimazione popolare, è uno degli elementi di garanzia del cittadino. Non oso intervenire sulla formula del Professor Chiodi, ma forse potremmo aggiungere un ulteriore spazio, quello attraverso il quale i “sudditi” condizionano il “potere”. Attraverso il voto e le altre forme di partecipazione che garantisce il sistema democratico. O, più semplicemente, lo spazio “/” andrebbe inteso in senso più dialettico, come luogo di esercizio del potere sia del Detentore che dei Sudditi.
Si evince da quanto detto, il ruolo fondamentale, all’interno di un sistema democratico, dell’opinione pubblica. Va da sé che l’opinione pubblica ha un senso se “libera”.
E’ una questione pregnante, invisa ai sostenitori della democrazia quando gradita ai suoi detrattori.
Ma prioritario, sia nel lavoro di Sartori quanto in quello di Canfora, è individuare chi occupi realmente lo spazio del Detentore. Qual è in confine tra democrazia e oligarchia?
Sartori esplora rapidamente il pensiero di grandi autori come Mosca, Dahl, Schumpeter, fino a sintetizzare il proprio in poche parole: la democrazia è effettivo governo della maggioranza se si sottopone alla regola maggioritaria. Un fatto di ingegneria politica, dunque, la capacità di organizzare il sistema delle decisioni intorno alla regola ereditata da John Locke.
Non vi è dunque un’oligarchia, bensì, come sostiene Dahl, una poliarchia, dove diversi gruppi di potere si alternano nel decidere delle “questioni fondamentali”, e la loro alternanza è la garanzia della partecipazione di tutta la cittadinanza, attraverso i suoi rappresentanti, alle decisioni importanti.
Il quadro che ne emerge non è troppo diverso da quello di un mercato, dove ognuno può acquistare, attraverso il voto, la propria quota di partecipazione. Purtroppo, una singola quota non serve a niente. All’imbonitore farà comodo venderne il più possibile, ma i singoli acquirenti non si ritroveranno un bel niente tra le mani.
Purtroppo molti parolai, e quasi nessun matematico si occupa di democrazia.
La democrazia in cui ogni voto “conta” è una favola per bambini; il voto, per avere peso, deve essere organizzato. La mia partecipazione passa inevitabilmente attraverso l’adesione a gruppi di pressione, così come richiede la dialettica interna ad una poliarchia.
Il testo di Canfora si presenta, sin dal titolo, con un approccio radicalmente opposto:”Critica della retorica democratica”. Si tratta di un testo agile, scorrevole, ma incisivo nell’aggredire i luoghi comuni su cui si fonda la cantilena democratica.
L’oggetto d’analisi è più ampio, rispetto al libro di Sartori; l’indagine si spinge fino alle ragioni storiche e attuali della crisi della sinistra, lasciando trasparire tuttavia ottimismo, fiducia in quel cambiamento che non potrà non avvenire.
Non si tratta dell’altro ritornello, ovvero quello della rivoluzione proletaria. Canfora sfugge con intelligenza e invidiabile leggerezza a luoghi comuni e pregiudizi ideologici.
Sin dalle prime pagine, l’autore segnala la doppiezza delle democrazie occidentali:
innanzitutto, l’ambiguità ideologica. Se le democrazie sono tali al loro interno, sostengono fascismo e dittatura un po’ ovunque per il mondo, rivelando una natura tutt’altro che refrattaria al ricorso alla violenza e all’oppressione. Come saggiamente osservava Thomas Mann, la reale identità di un sistema politico andrebbe misurata su scala planetaria, non nazionale.
In secondo luogo, Canfora svela l’ipocrisia dell’ideologia del consenso. L’elettore infatti non sceglie in assoluto, ma tra una serie di opzioni, soprattutto se ha interesse ad esprimere un “voto utile”. E il voto utile, in tutte le democrazie occidentali, converge verso il centro.
Dunque, viviamo in un “sistema misto”, formato da democrazia (poca) e oligarchia (molta). Questo sistema, infatti, combina il principio elettorale (istanza democratica) con la realtà, opportunamente garantita, della prevalenza dei ceti medio-alti.
E’ sufficiente guardare un po’ in casa nostra. Basti pensare alla censura; i personaggi più temuti non sono gli estremisti, ma quelli in grado di “aggredire” culturalmente il centro. Coloro che possono influenzare il vero ago della bilancia.
Il risultato è l’emarginazione dei ceti meno competitivi e il drastico ridimensionamento della loro rappresentanza.
La democrazia, dunque, non può essere analizzata “in abstracto”, ma nelle sue declinazioni storiche, nella sua concretezza. Le democrazie occidentali sono un sistema di governo che prevede l’alternarsi al potere di rappresentanti del ceto medio. Cambiano dunque i gestori del potere, ma non gli interessi.
Si tratta di poliarchia, come vuole Sartori (o meglio Dahl…), se guardiamo ai “gruppi di potere”. Parliamo invece di oligarchia, come più correttamente – a mio avviso – sostiene Canfora, se guardiamo agli interessi.
La democrazia, a differenza di tutte le forme di governo che l’hanno preceduta, prevede – almeno sul piano teorico - un’assoluta coincidenza dei fini cui ambisce, e i mezzi attraverso cui intende perseguirli. Un cerchio perfetto, un assoluto, in cui il cambiamento è ridotto a mero assestamento. La democrazia, apparentemente, non può essere superata.
E probabilmente, da un punto di vista politico, è davvero così. Canfora affida la speranza nel cambiamento alla cultura, alle intelligenze.
Ma la democrazia è un Leviatano che fagocita qualunque cosa, anche il dissenso, anche la produzione culturale dei suoi “nemici”. Il capitalista pubblica i libri dei suoi detrattori, ed entrambi si arricchiscono. L’interesse, come dicevamo, è lo stesso…nulla cambia all’interno della struttura del Leviatano. Al massimo, come già scritto, è possibile parlare di “assestamento”.
Ma la cultura cui fa riferimento Canfora è un’altra cosa; lo scrittore rivolge la speranza a quelle opere che sono in grado di realizzare rivoluzioni copernicane, di cambiare il modo in cui l’uomo guarda al mondo. Opere come “Il Capitale” di Marx o “L’evoluzione della specie” di Darwin, che hanno segnato un punto di non ritorno nella storia culturale dell’umanità.
Pensieri di forza e capacità rivoluzionaria immensa, in grado di rovesciare lo stomaco dell’ingordo Leviatano.
Pensieri in grado di intervenire nello spazio “/”, e offrire una nuova difesa contro il più potente degli strumenti di dominio della demo-oligarchia: la finzione ideologica.

mercoledì 27 agosto 2008

Giustizia: finiamola con questa truffa della "realtà percepita"

di Domenico De Masi

Corriere della Sera, 26 agosto 2008

Questa faccenda della sicurezza rappresenta un argomento con il quale siamo stati presi in giro - da destra e da sinistra - molto più di quanto avremmo dovuto tollerare. Chi sta all’opposizione, sostiene che viviamo in un turbine di crescente violenza; chi sta al potere, sostiene che godiamo della massima tranquillità.
Appena l’opposizione diventa maggioranza, subito i pareri spudoratamente si rovesciano. Sia per la destra che per la sinistra, i dati reali non contano: conta la capacità di creare artatamente sensazioni diffuse e infondate, come se fossimo un popolo di imbecilli.
In effetti è sorprendente che questo popolo più studia e viaggia, più diventa vulnerabile alla manipolazione. Questi politici - personcine alle quali, negli anni di De Gasperi e di La Malfa (quello vero) non si sarebbe affidata neppure la portineria del Palazzo - ora dal Palazzo decidono il nostro futuro non in base a fatti accertati, e ce lo impongono per mezzo di supporti mediatici che consentono loro di contrabbandare il nero per bianco e, il giorno successivo, il bianco per nero.
Nel caso della sicurezza, non gli è bastato manipolare smaccatamente i dati: hanno anche inventato di sana pianta la categoria della "realtà percepita", secondo cui non conta quante persone vengono realmente stuprate e da chi. Quel che conta è la quantità di paura collettiva che, in base a quel determinato stupro, si riesce a indurre nelle masse.
Stessa cosa vale per la crisi economica. Andate a Cortina o in Costa Smeralda, dove si raggruma il fior fiore dei miliardari: dai loro discorsi ricaverete che essi "si percepiscono" come pezzenti, appezzentiti dalle tasse esose e dallo Stato invadente.
Più di due secoli fa, proprio per combattere la pericolosissima categoria della "realtà percepita", contrapponendole la realtà scientificamente accertata, Diderot e Voltaire elaborarono il paradigma illuminista. Di che cosa si tratta? Secondo Kant, si tratta della "uscita dell’uomo dalla minorità che va imputata a lui stesso. Minorità è l’incapacità di servirsi del proprio intelletto senza la guida di un altro. Pigrizia e viltà sono le cause per le quali una gran parte degli uomini di buon grado rimangono minorenni per il resto della propria vita; per questo è così facile ad altri erigersi a loro tutori".
Basta, dunque, con questa truffa della "realtà percepita". È ora di liberarsi - criticamente e razionalmente - dai pregiudizi indotti e dai dogmi imposti.

sabato 9 agosto 2008

Quelli che "creano insicurezza". Non siamo solo delinquenti dell'Est

La colpa più grave, che noi delinquenti stranieri abbiamo, è quella di spingere un intero popolo, quello italiano, a trovare rifugio in governi autoritari che non riescono tanto a combattere noi, quanto a togliere diritti e libertà ai loro stessi elettori

di Elton Kalica

Discutere oggi in Italia con chi chiede più espulsioni per gli stranieri pare difficile, dato che sono più o meno d’accordo in tanti. Da ogni parte provengono posizioni intransigenti che a molti stranieri e anche a molti cittadini italiani incutono paura, perché fanno pensare a un ritorno agli anni bui del razzismo. Ma io credo che si possa cercare sempre di ragionare, e far ragionare: basta riuscire a mettere per un attimo da parte questo provvedimento così “drastico e irreparabile” che è l’espulsione.
La strada più semplice sembra ovviamente quella di eliminare il problema, e cioè richiudere i confini e bloccare la circolazione delle persone che vengono dai paesi dell’Est europeo. Però, anche ammettendo che questa sia una soluzione che funzioni, e cioè che riesca a bloccare i flussi dei delinquenti provenienti da quei paesi, bisogna tenere sempre in mente che quelle persone, se non vedranno cambiare le condizioni in cui vivono a casa loro, se non si creeranno per loro prospettive di miglioramento, continueranno a voler scappare e a venire in Italia, anche con la prospettiva di restare ingabbiati nella clandestinità: una condizione di vita questa che, sappiamo, porta a vivere alla giornata e spesso spinge a delinquere.
Io sono albanese e nel 1995, all’età di diciannove anni, sono emigrato in Italia seguendo alcuni miei coetanei che scappavano non solo perché convinti che qui ci fosse una gigantesca Hollywood, ma soprattutto perché, in quei primi anni di transizione da un regime comunista a un sistema liberista, le riforme economiche e la rapida privatizzazione avevano portato al licenziamento dei nostri genitori, che non riuscivano più a garantirci nemmeno i pasti quotidiani. Ma oggi la situazione non è tanto diversa nel mio Paese, e non c’è da stare tranquilli.
Sono più di dieci anni che sono in carcere e per questo non so come si vive fuori. Tuttavia mi basta ritornare con la memoria agli anni in cui io stesso vivevo clandestinamente per immaginare il clima. E qui devo aprire un altro capitolo, che è quello della criminalità straniera, sempre più colpevole del malessere dei cittadini italiani, dell’odio e della paura in cui sono costretti a vivere gli italiani: ma la colpa più grave che noi delinquenti stranieri abbiamo è quella di spingere un intero popolo a trovare rifugio in governi autoritari che non riescono tanto a combattere noi, quanto a togliere diritti e libertà ai loro stessi elettori.

Io sostengo che la criminalità straniera non è assolutamente più crudele di quella italiana, però ho sempre saputo che è capace di fare più danni, nel senso che il delinquente italiano dedito ai furti e agli scippi, o al traffico di droga, è spesso un “cacciatore” molto attento, che ruba il necessario per non lasciarci lo zampino, e quando ha svaligiato un appartamento o fatto una rapina, per lui la giornata di “lavoro” è finita. Porta il guadagno a casa e rimane con i propri figli. In questi anni ho conosciuto parecchi criminali italiani e dai loro racconti di malavita ho capito che loro per lo più non sono ingordi, anzi, spesso conducono una seconda vita “regolare”, tranquilla, senza mai eccedere. Mentre gli stranieri, che vivono di furti o scippi, nella maggior parte dei casi non hanno un ambito familiare che li tenga sotto controllo, obbligando ad una facciata di normalità anche il più grande delinquente, e hanno invece una specie di voracità che ha origine anche nella storia dei loro Paesi.
Quindi spesso gli stranieri, anche se svaligiano un appartamento e il colpo si rivela cospicuo, oppure se scippano un anziano che ha appena ritirato la pensione, non hanno una famiglia tranquilla da cui ritornare alla sera, quindi ritornano in strada a trovare un’altra casa con la luce spenta da svuotare, oppure una anziana da scippare. E non si fermano, ma vanno avanti per settimane, per mesi. Ecco perché ci sono sempre più reati di questo tipo, è in ragione di questa voracità che la maggior parte di loro finisce in carcere con una montagna di anni di galera da fare.
Non si può parlare di criminalità dell’Est dimenticandosi di come si vive oggi in quei Paesi
In Italia è diventata ormai una convinzione generale quella che i Paesi dell’Est, con l’Albania in testa, producano continuamente delinquenti. Quando parlo di legalità racconto spesso del primo bar privato aperto a Tirana, che il padrone ha chiamato “Bar Berlusconi”. Faccio questo perché ho visto come passare così bruscamente dai modelli marxisti-leninisti ai dogmi berlusconiani sulla libertà ha confuso molti adulti in quegli anni, ma soprattutto questo cambiamento ha scombussolato i più giovani. Il modello economico adottato oggi dall’Albania, nell’illusione che la transizione all’economia di mercato possa essere eseguita d’un colpo, ha portato al disfacimento dell’apparato statale e conseguentemente alla distruzione della coesione sociale, alla perdita di ogni senso di legalità da parte di molti cittadini, alla radicalizzazione dell’ineguaglianza e alla discriminazione delle persone, che all’improvviso hanno perso anche quei diritti precedentemente garantiti. E l’Occidente ha le sue responsabilità rispetto a questo disastro.
La realtà è che oggi l’Europa si trova a dover gestire flussi di persone che sono cresciute in un clima di cambiamento, dove veniva esaltato il dio denaro e il mondo continuava ad essere descritto come una giungla dove non c’è amore per il prossimo, ma sopravvive chi è furbo e individualista. Io ho finito il liceo nel 1994 e ricordo che in quel periodo, se qualche secchione parlava ancora di uguaglianza, di solidarietà, di pacifismo, di diritti sociali e culturali, veniva zittito e accusato di essere un comunista o uno stalinista.

Non sono un nostalgico del passato, però non si può parlare di criminalità dell’Est dimenticandosi di come si vive oggi in quei Paesi. Se oggi l’Occidente deve affrontare la pazzia della criminalità dell’Est, non sta facendo altro che raccogliere i frutti prodotti dall’albero delle menzogne che così astutamente ha piantato per cinquant’anni, utilizzando i media e ogni altro mezzo di comunicazione per convincere chi viveva nei paesi socialisti che solo il liberismo portava benessere. Invece, un liberismo sfrenato e una specie di democrazia introdotta a una velocità vertiginosa di fatto hanno causato una massiccia disoccupazione, con una conseguente emigrazione di massa, nonché una catena di effetti disastrosi sulla ridistribuzione del reddito e della ricchezza.
Al giorno d’oggi, nessuno sa più cosa dire alle persone che vengono qui in Italia sicure di trovare il paradiso proiettato nel loro immaginario dalla televisione, fatto di ville con piscina, di macchine costose e di belle donne. Chi ha sostenuto per anni che i comunisti mangiavano i bambini, oggi non sa come spiegare ai romeni e agli albanesi che in Italia ci sono sì delle leggi da rispettare, ma le leggi non valgono più quando devi andare a lavorare per dieci ore, in nero, magari sotto un padrone che viaggia in Ferrari e va a prostitute straniere. Nessuno sa come far capire agli immigrati confusi che qui si è liberi di sperare, di parlare, ma per mangiare, per vestirsi e per avere una casa ci vogliono i soldi. E se poi qualcuno, per avere la Ferrari, la villa e le donne viste in televisione, decide di andare a rubare o a sfruttare, non basta che lo mettano subito in galera, gli devono far prendere anche condanne spaventosamente alte, e poi, quando ha finito la pena, lo espellono dall’Unione europea per dieci anni.
La parola “espulsione” ricorda a tutti che non viviamo affatto in un grande villaggio globale
Se da un lato ci sono alcuni stranieri idioti che vengono in Italia e pretendono di vivere una vita da film, dall’altra parte ci sono anche dei “bravi” politici, degli “ingenui” giornalisti e degli “indignati” delinquenti locali che non solo non sanno fare un ragionamento responsabile su questo, ma vogliono usare questo fenomeno per coprire altri problemi più grandi, vogliono diffondere paura nelle persone in modo che la gente, spaventata, si dimentichi della povertà in cui vive e dica magari: “Chi se ne frega di quel che succede dei miei risparmi, dei prezzi alti e degli sprechi! proteggetemi dagli stranieri”.
È assurdo come le vittime del crollo del socialismo reale non siamo stati soltanto noi, poiché ho l’impressione che gli stessi furbi che prima hanno ingannato noi dicendo che qui era tutto Beverly Hills, adesso ingannano voi dicendo che noi siamo tutti tagliagole. E allora, diffondendo paura e odio, la frase che echeggia ovunque è “ci vuole il pugno duro”, che poi si risolve nella richiesta di espulsioni immediate e massicce.
“Espulsione” però è una brutta parola, che fa male non solo a noi ma a tutti, perché ricorda alle persone che esiste un confine nazionale e che non viviamo in un grande villaggio globale, ma che gli italiani hanno delle grandi mura che delimitano il proprio Paese. Espulsione è una parola che non indica solo l’atto di prendere una persona per l’orecchio e allontanarla dal Paese, ma che tratteggia con minuziosità anche una linea di confine che separa gli italiani dal resto del mondo, e da lì il passo è breve per arrivare a pensare che qualsiasi cosa venga da fuori non può essere che il Male. Mi domando soltanto se sia un bene per gli italiani tornare a costruire confini e a erigere muri. Mi domando se poter dare liberamente la caccia agli stranieri non significhi invece ritornare ad aumentare anche il controllo sui cittadini italiani stessi. Mi domando se questi confini, invece di difendere dagli stranieri, non diventino delle gabbie per gli italiani stessi.
Intanto, oggi tutti discutono sull’argomento “espulsioni”, e per fortuna c’è ancora una contrapposizione tra chi è d’accordo e chi no. Ma io intravedo una cosa molto grave in ciò che questo dibattito produce: nessuno si accorge che si sta radicando nella mentalità di una nazione intera l’esistenza di una linea separatrice, di un confine ideale che divide il dentro dal fuori: “dentro” ci sono quelli buoni, quelli civili, quelli ricchi, quelli vincenti, una razza superiore, mentre fuori si sono i cattivi, i barbari, i poveri, i perdenti, una razza inferiore. Ed è una cosa che non si può prendere alla leggera, perché questo atteggiamento potrebbe continuare a radicarsi nelle menti e nelle coscienze di tutte le persone, anche nelle generazioni future, se non si comincia a pensare a soluzioni diverse, che non discriminino e che non facciano dello straniero il male assoluto che si cura soltanto con l’espulsione.
Dunque io penso che da un lato bisogna avere fiducia nell’Unione europea, che con i suoi parametri e con le condizioni che pone ai Paesi membri, dovrebbe spingere anche i Paesi dell’Est ad un livello di benessere comparabile a quello presente nel resto dell’Europa, e allora saranno sempre meno i delinquenti romeni o slavi che verranno in Italia, se non altro perché avranno da rubare a casa loro.
Mi rendo conto però che, per quanto riguarda la reale e giustificata paura che c’è oggi in Italia, purtroppo è difficile porvi rimedio ed è chiaro che, finché ci sono persone che scappano di casa alla ricerca di un posto migliore in cui vivere, ci saranno anche quelli che, così come è successo a me, si lasceranno irretire dalla delinquenza, anche se sono cresciuti in una famiglia dai valori sani. Ma non dare loro nessuna possibilità, puntare solo alla loro esclusione, forse è una scelta che alla lunga non paga.

mercoledì 2 luglio 2008

Etica in appalto

Ultimamente ho poco tempo per scrivere, ma abbastanza per leggere. Ho trovato interessante questo intervento di Michele Serra su Repubblica. L'argomento è più o meno sempre lo stesso (parliamo pur sempre di Serra e di Repubblica) ma si tratta di un'analisi leggera e a mio avviso sapiente ed efficace.


L'etica in appalto
di MICHELE SERRADEI MILLE "casi" italiani, pochi come quello dell'alto dirigente Rai Agostino Saccà ci aiutano a capire lo spaventoso carico di lavoro che la nostra comunità, per sua ormai conclamata inettitudine etica, ha scaricato sulle spalle della magistratura. Convogliando nell'eterna lite "sulla giustizia" questioni la cui soluzione avrebbe dovuto e potuto precedere, e di molto, il loro acido e limaccioso sbocco giudiziario: di qui (anche) l'abnorme peso che il dibattito sulla giustizia ha via via assunto, fino a (quasi) soffocare tutto il resto. Questa volta è toccato al pretore del Lavoro occuparsi di un contenzioso che, di suo, non presenta soverchi misteri. Saccà, a capo di uno dei settori nevralgici dell'azienda televisiva pubblica, ha parlato ripetutamente dei suoi progetti con il proprietario dell'azienda concorrente. Trattando questioni vuoi infime vuoi importanti, e comunque tali, per loro natura, da non potere essere oggetto di colloquio con il competitore industriale. Tanto basterebbe a qualunque azienda, in qualunque Paese dove il mercato ha qualche regola e una sua anche lasca moralità interna, per essere costretta ad allontanare il suo dirigente colto in così grave fallo. Di più: tanto dovrebbe bastare a quel dirigente per considerare inappellabilmente tradita la fiducia dell'azienda, deontologicamente illecito il suo comportamento, urgenti seppure dolorose le sue dimissioni. Invece. Si è lungamente discusso delle riconosciute capacità professionali di Saccà: come se c'entrassero qualcosa. Lo si è difeso oppure attaccato a seconda della sua collocazione politica: come se c'entrasse qualcosa. Si è discettato su toni e esiti dei colloqui con Berlusconi: come se c'entrassero qualcosa. E mano a mano che la vicenda sprofondava nel suo ambiguo, causidico contesto (la Rai, il suo assoggettamento ai politici, il conflitto di interessi), è andata via via sfumando, come sempre più spesso capita, la sostanza del contendere: può un dirigente dell'azienda X trattare di cose aziendali con il proprietario dell'azienda Y (per giunta presidente del Consiglio: ma questa, nel caso in questione, è solo una grottesca variante)? Se la risposta è no, il caso è drasticamente chiuso. Ma la risposta, evidentemente, non è stata no, o perlomeno non lo è stata per tutti. Neanche in Rai, dove Saccà ha molti e loquaci difensori, di ogni parte politica.
La risposta, per dirla tutta, manca. Manca nelle coscienze di molti. Manca nelle abitudini e nei costumi del cosiddetto Palazzo (dove si tratta con tutti e su tutto, senza che mai echeggi la salvifica frase "mi scusi, ma di queste cose non posso parlare con lei"). Manca nel costume sociale, dove il favore, l'amicizia, la protezione, la raccomandazione sono da tempo la solida prassi che supplisce al totale relativismo della teoria. E manca, evidentemente, anche la domanda: questo comportamento è lecito o illecito? È giusto o sbagliato? Tecnicamente, questo e solo questo è l'etica: domandarsi se un atto, specie se compiuto da noi stessi, è giusto o sbagliato. Poiché questo genere di domande precede la nascita del caso giudiziario, e magari lo disinnesca prima che esploda, è facile capire che il gigantesco viluppo di carte bollate, cause, procedimenti, ricorsi che ammorba il paese, è causato dalla quasi totale assenza di quel sano, utilissimo momento pre-giudiziario che è l'etica. E se nessuno osa sperare di vivere in una comunità semi-santificata, nella quale la magistratura debba intervenire solo in rari e gravissimi casi, tutti dobbiamo però sentirci atterriti dalla spaventosa, crescente "giudiziarizzazione" di tutto ciò che giace irrisolto a causa della impressionante assenza di un'etica condivisa, di domande e risposte che surclassino, nella coscienza collettiva, le opinioni politiche, e perfino le sentenze della magistratura. Tanto è vero che metà del Paese vive nell'attesa messianica, e giustamente frustrata, di una qualche carta da bollo che arrivi a decapitare il padre di tutti gli arbitrii, che è il conflitto di interessi. E l'altra metà è convinta che le carte della giustizia siano solo una subdola, sordida arma politica. A tanto si può arrivare quando il corpo sociale nel suo complesso non possiede più un giudizio proprio sulle cose pubbliche e pure private (vedasi i sorrisetti compiaciuti che fanno corona al disgustoso casting di amichette-attricette). È in fondo a questo vuoto morale, è al termine di questa mancata tutela di se stessi e dei propri atti, che il giudice, di ogni ordine e grado, si ritrova così spesso nel poco salubre, poco sereno ruolo del supplente morale e peggio del fiancheggiatore politico, quasi spodestato della sua rassicurante aura tecnica, della sua professione di interprete delle leggi, per finire scaraventato in una faida che, partendo dal cuore politico del Paese, sta risalendo anzi è già risalito fino alle venuzze periferiche del favore sessuale, del maneggio professionale, dell'inciucio aziendale. Agostino Saccà è un eccellente dirigente televisivo. Ma ha gravemente sbagliato. Ora questo errore, come tante altre cose, è diventato trafila giudiziaria, guerra di ricorsi, duello di sentenze. Cioè non è più un errore. È un oggetto giuridico, è materia che la nostra collettività non è più in grado di maneggiare con qualche serenità, con qualche buon senso. È una domanda, è una risposta che sono state appaltate alla magistratura come ennesimo segno di impotenza a fare da noi, a regolarci tra noi. Povero il Paese che non è capace di risolvere più niente, decidere più niente, e soprattutto giudicare più niente fuori dalle aule di giustizia. (2 luglio 2008)

martedì 17 giugno 2008

Salviamo la Gozzini

Riporto il mio intervento per "Ristretti Orizzonti", in risposta all'appello "Salviamo la Gozzini".


Il disegno di legge "Berselli" è un’offesa alla logica e al buon senso; è già discutibile la tautologia "più carcere = più sicurezza". Ma diventa addirittura insulto all’intelligenza - postulare un’azione educativa più efficace potenziando l’aspetto custodiale - quando le carceri già adesso scoppiano (e non certo di salute).
Tutto si può migliorare, quindi anche la Gozzini. Di tutto si può discutere, quindi anche di permessi agli ergastolani o detenzione domiciliare. Ma la logica di fondo di questo disegno di legge, incautamente e superficialmente "custodiale" e "securitaria", è frutto di una cultura penitenziaria involuta e dei soliti richiami demagogici per cui una misura alternativa diventa "assenza della pena".