martedì 29 aprile 2008

Immigrazione: status di irregolare è prima causa di devianza

di Andrea Di Nicola (Ricercatore in Criminologia, Università di Trento)

Il Sole 24 Ore, 28 aprile 2008

L’equazione "stranieri uguale criminalità" serpeggia tra i media, i politici e la gente comune. Le notizie sulla sicurezza sono urlate e i cittadini hanno paura. Bisognerebbe fare chiarezza, riportare oggettività in un dibattito "emotivo", per ragionare sulle possibili soluzioni. Come emerge dai dati del Dap e dagli studi condotti dal Centro interuniversitario Transcrime (Università di Trento e Cattolica), il quadro dei dati sugli immigrati presenti nei penitenziari italiani certo non appare roseo: sono tanti e in aumento e anche il confronto con altri Paesi evidenzia che la situazione italiana, pur non essendo la peggiore è complicata.
I dati significano però poco se non sono interpretati. I perché di così tanti stranieri sono spesso legati, infatti, a cause oggettive che sfavoriscono i migranti e di cui all’opinione pubblica si da raramente conto. Vediamole. La criminologia da tempo insegna che sono i maschi giovani a delinquere di più.
Poiché la popolazione straniera ha più maschi giovani di quella italiana, essa è statisticamente più a rischio di commettere reati. Inoltre, che cosa ci aiuta a conformare le nostre condotte alle regole, a comportarci bene? I legami sociali, gli affetti, la rete di persone intorno a noi, il nostro livello di integrazione nella società. Tutte cose che, non di rado, gli stranieri non hanno.
Possono poi sentire il peso della delusione di aspettative non corrisposte; e le frustrazioni, a volte, generano devianza. Un altro fattore da considerare è la condizione - di regolarità o irregolarità - dello straniero. La maggior parte della criminalità degli immigrati - tra il 70 e il 90% a seconda dei reati - è appannaggio degli irregolari. Analisi scientifiche dimostrano che i regolari hanno invece tassi di criminalità più bassi degli italiani.
È quindi l’irregolarità a produrre criminalità, e non, come una lettura superficiale dei dati potrebbe far pensare, la semplice nazionalità straniera di una persona. E più le norme sull’immigrazione contribuiranno involontariamente a generare irregolarità, più le nostre carceri traboccheranno di immigrati. Gli extracomunitari sono poi sovra rappresentati perché molti sono perseguiti per violazione delle leggi sull’immigrazione, reati che gli italiani, per ovvi motivi, non possono commettere. Si tratta di delitti per i quali entrano e rimangono in prigione solo per pochi giorni, facendo lievitare i numeri.
Oltre a queste violazioni, i reati degli immigrati sono per lo più furti, scippi, rapine e spaccio di stupefacenti. Crimini ad alta visibilità, che allarmano l’opinione pubblica, che attraggono l’attenzione delle polizie più di altri e per i quali è spesso previsto l’arresto in flagranza: questo significa più probabilità, rispetto agli italiani che si concentrano anche su altre forme di criminalità, di essere denunciati e di finire in galera. Così come è più alta la probabilità di denuncia, così, dopo la denuncia, per lo straniero è più elevata la probabilità di rimanere in carcere in attesa di giudizio.
Il rapporto tra stranieri e giustizia italiana è difficile. Possono avere problemi a esercitare il diritto alla difesa, per scarse possibilità economiche o per la carenza di una rete di rapporti familiari e/o amicali stabili. Inoltre la limitata conoscenza della lingua può penalizzarli durante l’intero processo penale. Raramente, d’altro canto, propongono appello contro la sentenza. In attesa di giudizio, all’immigrato di rado sono concessi i domiciliari: la custodia cautelare è spesso eseguita in carcere per mancanza di una fissa dimora e perché esiste un concreto pericolo di fuga.
Ma anche nel caso di condanna a pena detentiva, le alternative alla detenzione sono usate poco. I motivi sono, anche qui, lo stato di irregolarità unito alla scarsità di strutture lavorative e abitative in grado di accogliere gli extracomunitari. Questi ultimi, in aggiunta, usufruiscono raramente di trattamenti disintossicanti al di fuori del carcere.
Per la sostanza prevalentemente usata (la cocaina), la dipendenza è meno forte e con sintomi di astinenza meno violenti di quanto accade per gli italiani. La gestione di stranieri tossicodipendenti in carcere diventa più semplice. Il loro stato di irregolarità o clandestinità non permette poi la copertura sanitaria "fuori". Gli immigrati sono i nuovi ultimi. E nelle carceri finiscono gli ultimi. Le nostre prigioni sono sempre più un grande contenitore di disagio sociale. Un disagio che dovremmo sentire, ma che non ascoltiamo.

lunedì 28 aprile 2008

Lettera al Papa

E se invece...

di Fausto Marinetti

(Sognando un viaggio papale diverso...)



Caro Papa, se sei "padre di tutti", non puoi non ascoltare anche lo sfogo dell’ultimo dei tuoi figli, vero?
1 - E se invece di incontrarti con 5 vittime degli abusi sessuali del clero ti fossi incontrato in uno stadio con i 5mila e più preti pedofili? Se invece di parlare di "questa terribile prova come un momento di purificazione", avessi riconosciuto con loro le colpe istituzionali, la violazione della "Carta del fanciullo" dell’ONU che proibisce l’arruolamento e la segregazione dei minori in seminario? Se avessi ammesso che un ambiente a sesso unico e dove la sessualità è considerata peccato non può che favorire le peggiori depravazioni sessuali quali la pedofilia? Se avessi individuato nella cultura catto-pagana della corporeità la causa di tante deviazioni e ossessioni sessuofobiche? Una certa devozione mariana non contribuisce all’immaturità emozionale, trasmettendo un modello di donna asessuata, incorporea? Che cosa succederà quando il giovane prete sarà a contatto con il gregge che al 50% è femminile? Come può il celibato essere una libera scelta se il candidato non sa, di fatto, ciò a cui rinuncia ed è travolto dall’entusiasmo giovanile e dall’indottrinamento? Che ne sa della crisi di paternità, della naturale complementarietà con l’altra "metà del cielo", della solitudine affettiva, che lo sorprenderà più avanti? Non è temerarietà mandare allo sbaraglio dei giovani, senza "istruzioni per l’uso", senza una maturazione umana per il controllo delle pulsioni? In certi delitti ci sono gli esecutori materiali ed i mandanti. Nel caso della pedofilia chi sono i mandanti? E’ sufficiente elaborare un regolamento più restrittivo, chiedere perdono, alleggerire le casseforti diocesane (2 miliardi di dollari), lasciando tutto il resto come prima?
Si dice che tu abbia letto, da cardinale, i resoconti di migliaia di denunce. Ma allora perché parlare di "comportamento gravemente immorale"; "questo male"; " la dimensione e la gravità del problema"; " il peccato d’abuso", senza mai chiamarlo con il suo vero nome, cioè crimine, delitto, come prevede il codice civile? (Anche il card. B. Law in tribunale aveva dichiarato: "Noi credevamo che fosse un peccato, non un crimine.."). Ti sei reso conto che dei bambini/e, traditi dal rappresentante di Dio, hanno avuto la sensazione di essere violentati da Dio stesso? Una tragedia così insopportabile, che diversi hanno infierito su se stessi con il suicidio, la droga, l’alcool. Erano certi che neppure una chiesa-matrigna, cieca e sorda alla loro disperazione, avrebbe potuto restituire loro la gioia di vivere?
2- E se invece di un incontro segreto, avessi invitato nello stadio le oltre diecimila vittime dichiarate, questo fatto non avrebbe incoraggiato tutte le altre a venire allo scoperto? E se ti fossi fatto aiutare dai 5mila preti pedofili a lavare loro i piedi? E se poi avessi fatto imbandire un banchetto? Non sarebbe stato il segno più efficace della celebrazione del perdono? (Secondo certe proiezioni non c’è stadio capace di contenere le centomila vittime presunte...)
Doveroso mescolare le tue lacrime con quelle delle vittime, ma queste dichiarano che non basta piangere, ci vogliono azioni concrete, fatti nuovi. Per esempio: non premiare il card. Law con il titolo di arciprete di s. Maria maggiore; processare e destituire i vescovi responsabili della diffusione dell’infezione; ascoltare i laici, coinvolgerli nella gestione della parrocchia e dei beni ecclesiastici. Meglio ancora, tornare alle origini: i preti siano solo degli anziani di provata saggezza.
3- L’incontro con il presidente Bush fa pensare ad un Papa "americanizzato" più che globalizzato. E se invece di stringere una mano insanguinata, avessi posato con l’ultimo candidato alla pena di morte, quale brivido evangelico avrebbe invaso il mondo? E se poi avessi celebrato il "Vangelo della vita" nel braccio della morte del più grande carcere statunitense? Non è forse vero che il presentarsi sulla scena del mondo come capo di Stato non può che indurre a inevitabili quanto intollerabili compromessi? Te lo immagini un Cristo che posa sorridente con Erode o con Nerone?
4- Se il pastore chiama a raccolta solo le pecorelle che sono nel recinto; se cerca il loro plauso e applauso; se coltiva il loro servilismo, non rischia di ampliare il mito del "fuhrer religioso"? Se invece di una popolarità gonfiata ad arte, al costo di 20 dollari per gadget; se invece di accarezzare il vezzo popolare che mette sullo stesso piano rock star, politici, capi religiosi, tu avessi dato un segno profetico, celebrando nel Bronx, in una periferia, in un nosocomio, in un raduno di afro-americani? Oh la lezione del Cristo, che fa il suo ingresso trionfale a Gerusalemme in groppa ad un asinello! Che presa in giro dei generali che celebravano i loro sanguinosi trionfi entrando in città a cavallo, con i trofei degli schiavi ed i bottini di guerra! Perché presentarsi ancora con insegne imperiali, bardamenti medioevali, cui hanno rinunciato anche i capi di Stato? Viene forse sminuito lo spessore morale del Dalai Lama quando si presenta con il vestito della semplicità?
5- E’ bene ricordare le "ingiustizie sofferte dalle native popolazioni americane e da quanti dall’Africa furono portati qui come schiavi". Ma perché non mettere il dito sulla piaga dell’american way of living, su uno stile di vita all’insegna dell’usa-e-getta, che diventa il modello di ogni popolo? Non una parola sull’inquinamento delle culture minori, sulle nuove invasioni hollywoodiane, i fast food, le armi personali, lo "spionaggio celeste", la tortura, le guerre stellari, ecc.
6- Se Cristo afferma di non essere venuto per i sani, ma per i malati, perché non incontrare drogati, carcerati, malati terminali, prostitute, aspiranti suicidi, gay e quant’altro? E se invece di chierici, vescovi e cardinali (non li incontri tutti i momenti nei sacri palazzi?), avessi riservato un incontro ufficiale alle madri, i cui figli sono stati uccisi in guerra? E se avessi ascoltato le donne, le ragazze madri, le vedove per sentire il loro parere su contraccettivi, staminali, feti prematuri, ecc.? Tu, professore e gran teologo, saprai tutto, ma non saprai cosa vuol dire essere donna e madre, vero? Ah, la mania clericale di predicare, insegnare, far piovere la "verità" dall’alto! Ma se non si ascolta, se non si accoglie il tormento degli altri, se non si condivide, come sarà possibile dare delle risposte ai disperati e ai perduti?
7 - Se all’ONU invece di richiamare le nazioni ai loro doveri, avessi chiesto perdono per aver imbavagliato tanti teologi, interrotto il dialogo, offeso le altre religioni, dichiarandole incapaci di salvezza? Forse che il Cristo è geloso, si vergogna di farsi aiutare, nel suo lavoro salvifico, da Budda, Muhammad, Gandhi, Luther King? Si parla di trionfo papale nel palazzo di vetro, ma fame e Nord/Sud ci sono andati stretti nel discorso ufficiale. Sei forse un papa filoccidentale, quasi sordo-muto per i popoli senza voce?
8- E se tu sapessi cosa vuol dire disperarsi per non poter dare da mangiare ai figli, non avresti detto una parola chiara a chi si dice cattolico e possiede capitali tali da finanziare anche il viaggio papale? (4 cittadini americani - Bill Gates, Paul Allen, Warren Buffet e Larry Eleison - detengono il PIL di 42 paesi poveri con una popolazione di 600 milioni di abitanti)? Come può il "padre di tutti" ignorare che 50 milioni di americani sono a rischio impoverimento? Proprio nel palazzo di vetro il segretario generale aveva invitato le nazioni ad arrestare l’aumento del prezzo dei generi alimentari di circa il 40% in un anno ([1]), che produrrà un vero «silenzioso omicidio di massa» (Jean Ziegler). "Più di tre miliardi di persone sono condannate ad una morte prematura. Lunedì 26 marzo la sinistra idea di trasformare gli alimenti in combustibile è stata definitivamente fissata come linea economica della politica estera statunitense" (Fidel Castro).
9- E se invece di esaltare ancora una volta la carità, avessi detto che i problemi si risolvono con la giustizia e con cambiamenti strutturali? Come esorti medici, infermieri e farmacisti a fare obiezione di coscienza contro tutto ciò che si oppone al "Vangelo della vita", perché non inviti ad obiettare contro le guerre preventive, i bombardamenti all’uranio impoverito, le bombe intelligenti, i morti civili (che i generali chiamano danni collaterali), i profughi (5 milioni), i mutilati (4 milioni), le vedove e gli orfani, i 12 milioni di senzatetto, i 12 milioni di traumatizzati, i 7/8 milioni di bambini di strada in America Latina?
10- Se a Ground Zero non ti fossi limitato a pregare, ma avessi richiamato una nazione onnipotente al rischio di essere erede della cultura del super-popolo, di una "nuova razza ariana", che tanta strage ha fatto? Non pesa su un terzo dei cattolici americani (60 milioni) la responsabilità di essere la nazione più armata (750 basi militari nel mondo), più arricchita, più sfruttatrice, più bellicosa del mondo?
Forse gli ingenui siamo noi, che pretendiamo, da un papa-professore, di parlare più da "padre", che da cattedratico, più con segni efficaci, che con raziocini astratti?

Tuo indegno figlio,

fausto marinetti




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Note
[1] Sono scoppiate "sommosse del pane" in Camerun, Egitto, Burkina Faso. Negli ultimi anni la domanda di cibo è cresciuta dell’8%, il prezzo è aumentato del 50%. E’ la globalizzazione dei morti di fame. Secondo l’ONU, circa 4 miliardi vivono sotto il limite di sopravvivenza: 2 miliardi e 800 milioni dispone di 60 dollari mensili; 1 miliardo e 200 milioni di 30 dollari; un miliardo gli analfabeti (tre quarti sono donne; 27 milioni vivono in situazione di schiavitù; 200 milioni per il commercio sessuale; Nel mondo ogni anno muoiono di fame da 5 a 20 milioni di persone. Secondo il World Food Programme (2001), sul pianeta c’è cibo sufficiente per l’intera popolazione mondiale. Ma nonostante ciò la fame affligge ancora una persona su sette. In Europa e Stati Uniti si spendono 17 miliardi di euro per gli animali domestici. Ne bastano 13 per garantire salute e alimentazione in tutto il mondo.




Mercoledì, 23 aprile 2008

mercoledì 9 aprile 2008

Volto Santo




























Non mischiamo il sacro col profano.
Cosa c’entra Cristo con le miserie terrene?
Queste ed altre sono le espressioni di chi si straccia le vesti quando il figlio di Dio è tirato per la tunica, e coinvolto nelle faccende terrene.
Una rivoluzione copernicana, un rovesciamento dell’insegnamento di Gesù di Nazareth. Non sono credente ma lo sono stato, qualcosa mi sembra di ricordarlo…ricordo infatti qualcosa a proposito i un Cristo che si è fatto uomo. Ma ci hanno pensato gli uomini stessi a riportarlo prepotentemente alla sua vocazione di nascita. Mi ricordo di un Cristo nato in una stalla, un Cristo che mangiava, beveva, sudava come gli altri. Si sporcava le mani, nessuno più di lui ha mischiato il sacro col profano.
Ed ecco l’iconografia cristiana, dove l’agnello di Dio volge sempre gli occhi al cielo…ma quando mai! Come Aristotele nella Scuola d’Atene Cristo aveva gli occhi ben piantati sulla terra, cercando di ficcare nelle zucche vuote dei suoi contemporanei che “il sabato è fatto per l’uomo, e non viceversa”.
Ma un Cristo così, sudato, con le mani sporche e lo sguardo fisso sulle miserie terrene, non fa comodo ai cristiani. Perché costringerebbe anche loro a guardare proprio dove non vogliono. Come si fa a sopportare la propria corruzione con Cristo che ti tiene gli occhi addosso? Molto meglio che guardi verso l’alto, che sia per interrogare il cielo, o per sfuggire la vista della lordura terrena.



mercoledì 2 aprile 2008

Giustizia: Caniato (Cei); nuovo Codice e misure alternative

Riporto questo intervento alla faccia di chi sostiene che sono prevenuto contro tutto ciò che viene dal mondo della chiesa:

Asca, 1 aprile 2008
Con mille nuovi detenuti ogni mese, le carceri italiane stanno di nuovo scoppiando proprio come prima dell’indulto: la denuncia arriva da mons. Giorgio Caniato, che per la Cei ricopre l’incarico di Ispettore Generale dei Cappellani Italiani.
In vista delle prossime elezioni, mons. Caniato, che è stato anche cappellano di San Vittore a Milano, non arriva a chiedere un nuovo indulto. "Piuttosto serve una riforma del Codice Penale, con la depenalizzazione di molti reati, e il potenziamento delle misure alternative al carcere, come l’affidamento ai servizi sociali".
Anche se, aggiunge, "molti parlamentari, non faccio nomi, si sono fatti eleggere promettendo amnistie e condoni e poi, quando è arrivato Mastella e ha fatto l’indulto, tutti si sono tirati indietro e hanno fatto finta di non esserci mai stati, oppure hanno tirato fuori dei numeri che non rispondono alla realtà".
"Non è assolutamente vero - si accalora - che se la gente delinque è colpa dell’indulto. La maggior parte dei detenuti sono nuovi, pochissimi i recidivi". "Sono impressionato - spiega - dalla perdita di identità morale della società: chi arriva in carcere non sono solo i poveracci, quelli che trasgrediscono la legge per motivi economici, che sarebbero anche giustificati a rubare se muoiono di fame, ma i ricchi.
C’è una grandissima crescita dei reati in famiglia, sulla strada, tra i giovani. In tanti anni non ho mai visto una situazione del genere: ho avuto solo due ragazzi dentro per omicidio quando, dal ‘59 al ‘73, sono stato cappellano del carcere minorile "Beccaria". Adesso i ragazzi che arrivano in carcere si mettono a piangere, non si rendono conto di essere responsabili della violenza. E si è persa completamente ogni fiducia nella giustizia e nella legalità".
Anche la magistratura, aggiunge mons. Caniato, ha la sua grande parte di colpa in questa crisi: "Quando ero a San Vittore, durante Mani Pulite, ho conosciuto tanta casi di gente che è finita dentro ed poi stata rimandata a casa perché non aveva fatto niente. È vero che la giustizia è politicizzata". Poi, conclude, "basta con i processi mediatici come quelli di Cogne o di Erba: non dico che è colpa dei magistrati la crisi della nostra società, ma che i magistrati dovrebbero occuparsi delle indagini invece di fare conferenze stampa, altrimenti si perde credibilità e serietà".

domenica 30 marzo 2008

Applicazioni della RebT per lo sviluppo di un pensiero razionale-adulto

1. Introduzione


In un lavoro[1] di circa un anno fa mi posi un problema relativo alla questione della ri-educazione di detenuti adulti. Una questione di natura fondamentalmente etica, inerente il significato profondo del termine ri-educare e della sua incompiutezza semantica. Ri-educare a cosa? E perché? Il problema principale che intendevo sollevare, dunque, era attinente la valenza etica di ogni intervento pedagogico, nell’ottica di un approccio critico e non prono rispetto al sistema di valori dominante. In sintesi, riflettendo sulla contraddittorietà della cultura ri-educativa della pena nel rivolgersi a soggetti svantaggiati, individuai due possibili alternative:
1. Orientare il soggetto attivo/passivo dell’intervento pedagogico verso l’accettazione del sistema di valori dominante indipendentemente dalla sua natura di oppresso
2. Sostenere l’oppresso nell’acquisizione della consapevolezza della sua oppressione e nella conseguente volontà rivendicativa, col rischio di rinforzare ulteriormente la sua condizione di marginalità
Una questione che ritenei, e tuttora ritengo, aporetica. E tuttavia, per non fare la fine dell’Asino di Buridano, individuai una possibile via d’uscita nella sostituzione del termine educatore con quello di ri-socializzatore. In termini operativi: fornire al soggetto deviante gli strumenti culturali e pratici necessari a potersi reinserire adeguatamente nel contesto sociale. Tra gli strumenti culturali indicai la formazione ad un pensiero critico, ovvero:
a) soggettivamente: capacità di pensare in maniera logica, sviluppando inferenze corrette
b) oggettivamente: capacità di leggere la realtà, acquisendo al contempo consapevolezza del proprio ruolo nella società

In questo nuovo lavoro vorrei sviluppare più dettagliatamente questo argomento, prescindendo completamente da ogni implicazione etica e intendendo il pensiero critico come pensiero adulto; in particolare, vorrei focalizzare l’attenzione su due questioni essenziali:
1) Cosa significa pensare in maniera adulta
2) Come è possibile sviluppare un pensiero adulto
La ragione di questa linea di ricerca, tesa a sottolineare il pensiero razionale come conditio sine qua non del pensiero adulto, trova la sua giustificazione nella volontà di evidenziare l’identità di un processo ri-socializzante con quello di crescita.
Il processo ri-educativo o ri-socializzante trova dunque la sua ratio nel favorire processi di crescita orientati verso un obiettivo inteso come adultità, condizione che – dal punto di vista cognitivo – si identifica con lo sviluppo di un pensiero razionale (pensiero adulto).


2. Il sorite dell’età adulta


Definire l’età adulta è un’operazione complessa e delicata. Forse impossibile.
Impossibile nella misura in cui si pretenda di cristallizzare in un generalizzazione, più o meno dettagliata, qualcosa a cui è possibile accostarsi soltanto per approssimazione, senza poter circoscrivere con esattezza i confini semantici dell’espressione.
Quello di adultità è un concetto la cui esplicazione richiede un approccio multidisciplinare, che tenga conto della maturità biologica come di quella psicologica, e che non può essere avulso dal contesto sociale, i cui parametri di valutazione e riferimento condizionano la percezione di ciò che è adulto.
Nessuno è infante oggi, e adulto domani. Quello di adultità è un predicato che in logica viene definito “sfumato”, ovvero non riconducibile ad una contrapposizione netta del tipo – adulto/non adulto -. Quello dell’uomo adulto è un sorite, ovvero un paradosso che deriva proprio dall’impiego di predicati sfumati[2]. In termini formali, non esiste un età n indicativa di un “età non adulta” tale che n+1 sia invece sintomatica di un “età adulta”.
Il nostro essere è anche ciò che siamo stati e ciò che, in potenza, saremo. Apparteniamo a fasi diverse della nostra vita, e così l’età adulta non è un compartimento stagno. Vogliamo e dobbiamo essere approssimativi nell’individuare i confini temporali così come quelli psicologici che circoscrivono il concetto di “età adulta”.
In particolare, ai fini di questo lavoro, ciò che preme individuare è il legame tra l’idea di adultità e quella di pensiero adulto. Se tra le varie componenti cui necessariamente si deve ricorrere per individuare e astrarre dal flusso della vita il concetto di “età adulta”, ne esiste una di natura squisitamente logica. Un modo di pensare adulto, come si diceva nell’introduzione di questo scritto.
Prima di avventurarsi in riflessioni così complesse, è bene ripercorrere brevemente la mappa concettuale delle principali teorie ed elaborazioni su ciò che è l’età adulta[3].
Il contributo di Sigmund Freud[4] e della psicanalisi è per lo più indiretto, nel senso che l’età adulta non è stata oggetto dell’elaborazione teorica di questa scuola. Freud ha tuttavia mostrato la presenza del mondo infantile nella psiche dell’uomo, intendendola però come l’essenza nevrotica di una tendenza regressiva. La buona adultità dunque si concretizza nella maturazione che si traduce in capacità di amare e lavorare.
L’analisi freudiana va a scavare nell’inconscio del paziente alla ricerca di quegli elementi di permanenza di pensiero infantile che inibiscono il passaggio alla normalità. Per normalità si intende l’adultità.
Nel pensiero di Freud sull’adultità è riscontrabile quasi una demonizzazione della dimensione infantile di cui non ci sono tracce in gran parte dei suoi epigoni, in particolare Melanine Klein e Gustav Jung. Quest’ultimo autore, in particolare, ha fornito un notevole contributo alla definizione dell’età adulta.
Jung[5] individua due archetipi in particolare, quello del puer e quello del senex. Il primo è l’immagine idealtipica dell’immaturità, identificata dall’inquietudine e l’impulso alla scoperta; il secondo è ovviamente il prototipo della maturità, che si associa ai concetti di responsabilità e solidità. L’età adulta è dunque nella concezione di Jung il luogo di incontro/scontro di queste due dimensioni, che prevalgono alternamente, e il cui bilanciamento, equilibrio, è rivelatore di maturità.
L’età adulta si realizza attraverso il cambiamento, il cui processo ricalca la concezione dialettica hegeliana, per cui l’adultità altro non è che sintesi (ovvero superamento) dell’opposizione dei contrari: puer e senex.
Erikson[6] supera la concezione psicanalitica, evidenziando la non riconducibilità dello sviluppo del soggetto adulto a soli elementi di natura libidica e, di contro, l’importanza ai fini della sua definizione dell’interrelazione con eventi inerenti alla sua socializzazione. Dunque, vi sono tre processi fondamentali e complementari che caratterizzano l’esistenza dell’uomo:
· Elemento biologico (soma)
· Elemento psichico (psiche)
· Elemento comunitario (ethos)
Questi elementi sono sempre tutti presenti all’interno di un individuo, e ognuno di essi è preminente rispetto agli altri in alcune fasi dell’esistenza. Il principio che regola questo processo interattivo è l’epigenesi.
Erikson può così individuare 8 diversi stadi del ciclo vitale; l’età adulta, compresa approssimativamente tra i 40 e 60 anni, è caratterizzata da due concetti fondamentali:
1. Quello di generatività. Elemento focale dell’età adulta, può essere declinato in diverse modalità creative, che l’oggetto sia un altro essere vivente, un’idea, una tecnica, una cosa.
2. Quello di cura. Strettamente connesso al concetto di responsabilità, è l’altra attitudine tipica dell’età adulta.
Per Alfred Adler[7] l’Io adulto è caratterizzato da una lotta costante, effetto inevitabile delle interrelazioni sociali, con “complessi di inferiorità”, elementi tipici della psiche infantile nel suo confrontarsi con il genitore. Una vera e propria invidia dell’adulto, dunque, motore propulsore di crescita e cambiamento, che nell’età adulta dovrà risolversi, perché possa parlarsi di un’adultità sana, in un sentimento di comunità in grado di consentire una buona integrazione sociale. Tuttavia Adler non considera mai l’adultità un processo compiuto; piuttosto si tratta di una tensione verso un ideale dell’Io.
Il tema dell’incompiutezza sarà centrale anche nella riflessione del filone di ricerca definito come “psicologia esistenziale”, la cui matrice filosofica è riconducibile al pensiero di autori come Heidegger, Husserl, Sartre. In Husserl[8] in particolare è fondamentale il concetto di approssimazione, che rimanda a quello di incompiutezza e trova coerente legittimazione nei presupposti filosofici dell’approccio fenomenologico (da fainómenon, apparenza) per cui non è il mondo reale ad essere oggetto di interpretazione, bensì le sue manifestazioni appariscenti.
Particolarmente importanti ai fini di questo lavoro sono gli studi di R. Gould[9]: questi definisce la crescita come una trasformazione, e lo sviluppo umano come emancipazione da una serie di false idee che determinano la cosiddetta coscienza infantile e inibiscono la crescita. Il processo di cambiamento dunque si realizza nel distacco dalle sicurezze indotte dalle illusioni infantili, nella direzione di un’accettazione di se stessi e dei propri limiti. In pratica, l’adultità sana prevede lo sviluppo di un adeguato senso della realtà.
In sostanza, da questa breve panoramica sulle principali teorie inerenti l’età adulta, è interessante desumere alcuni concetti fondamentali:
· L’adultità come processo continuo di crescita orientato ad una condizione di maggiore adeguatezza alla realtà
· Il pensiero adulto come processo cognitivo orientato ad una maggiore capacità di adeguatezza alla realtà

3. Definizione di un pensiero adulto: il concetto di doverizzazione della Rational Emotive Behavior Therapy


Nel tentativo di sviluppare una riflessione che potesse approfondire il concetto di verbalizzazioni irrazionali della Rational Emotive Behavior Therapy, ho valutato le cosiddette doverizzazioni come delle inferenze formulate nella modalità di un’implicazione materiale, il contenuto delle cui premesse fosse un esempio di pensiero infantile. Ritengo la formalizzazione in strutture logiche delle doverizzazioni della RebT un’ ottima modalità di lavoro riguardo il riconoscimento del pensiero infantile e il suo superamento.
La Rebt (Rational Emotive Behavior Therapy) è un modalità terapeutica cognitivista/comportamentale ideata e sviluppata nei suoi principi fondamentali dal Dott. Albert Ellis[10]. Elemento distintivo - e particolarmente rilevante ai fini del nostro lavoro - di questo approccio scientifico e culturale è l’importanza delle verbalizzazioni, ovvero di ciò che diciamo a noi stessi, ai fini della nostra condotta di vita e della nostra stessa felicità. Ellis sostiene che qualunque evento negativo abbia caratterizzato, o addirittura traumatizzato la nostra vita, se continua a tormentarci anche quando l’evento si è consumato, è in virtù di una nostra verbalizzazione interiore. Attraverso questa verbalizzazione, noi consentiamo all’evento negativo di continuare a produrre i suoi effetti nefasti sulla nostra personalità. Proviamo a portare un esempio:
Luigi è un bambino di 13 anni, e frequenta la terza media. E’ sempre stato uno dei primi della classe, sin dalle elementari. Tuttavia, quel giorno l’insegnante di matematica ha deciso di fare un compito in classe a sorpresa. Luigi non è preparato e rischia di prendere il suo primo brutto voto, proprio l’anno in cui ci sono gli esami di terza media. La sua compagna di banco Sara, invece, sembra molto spedita nello svolgere le complesse operazioni algebriche. Luigi decide che la cosa migliore da fare, al momento, è cercare di copiare. Ma non essendo pratico, viene facilmente scoperto dalla professoressa. Questa strappa il compito dalle sue mani, obbligandolo in questo modo a consegnare praticamente in bianco. Inoltre, l’insegnante non manca di esprimergli tutta la sua delusione e il suo sdegno, davanti a tutta la classe. Luigi trova la situazione insopportabile, non ha il coraggio di alzare lo sguardo dal banco per non incontrare gli occhi della professoressa e dei suoi compagni. L’evento è per lui talmente significativo, che ne porterà i segni fino in età adulta, sotto forma di una certa insicurezza o disagio quando è a rischio di disapprovazione.
L’emozione che Luigi ha vissuto nel giorno in questione può essere definita di vergogna, imbarazzo, o più semplicemente paura, timore di scontrarsi con la disapprovazione degli altri. Ciò che tuttavia ha permesso a questo malessere di continuare ad essere presente nella vita di Luigi, al punto di condizionarlo anche in età adulta è, secondo i principi della Rebt, ciò che Luigi ha detto a se stesso in quel momento, strutturando il pensiero nella forma di una massima e inserendola nella propria filosofia di vita.
Probabilmente Luigi nel momento della vergogna si è parlato in questo modo:”tutti mi stanno disapprovando; è una sensazione orribile, insopportabile, e non voglio doverla provare mai più!”. Quando ci accade un evento spiacevole, se lo “registriamo” in maniera irrazionale, è come se contraessimo una malattia. Per fortuna è tutt’altro che impossibile guarirne. Luigi ha contratto questo morbo, poiché ogni qualvolta si trova a dover affrontare una disapprovazione, vive la cosa come “orribile e insopportabile”; ma, peggio ancora, è preda di notevoli ansie quando semplicemente rischia la disapprovazione, diventando così inibito e insicuro.
Per riconoscere le nostre verbalizzazioni negative, è particolarmente efficace lo schema A-B-C, introdotto sempre da Ellis. A sta ad indicare l’evento attivante, C il sintomo, l’effetto. B è l’elemento che congiunge A e C, ovvero la verbalizzazione. Lasciamo in pace Luigi e facciamo un altro esempio:
Antonello ha un’avventura con Elisabetta, una bella ragazza che frequenta la sua stessa comitiva. Le cose però non vanno bene, poiché quella sera Antonello, forse perché particolarmente stanco o emozionato, non riesce ad avere un’erezione. Antonello è turbato, ma sa che si tratta di un episodio isolato, per cui non fa drammi e decide di uscire ancora con Elisabetta. Ma Elisabetta si confida con le amiche, che maliziosamente fanno arrivare la voce ai ragazzi. Antonello diventa così oggetto di doppi sensi e allusioni; lui si mostra sicuro e sta allo scherzo, ma in realtà è disperato, al punto di arrivare a pensare al suicidio.
Questo piccolo racconto ci offre lo spunto per evidenziare, attraverso lo schema A-B-C, un esempio di verbalizzazione irrazionale e uno di verbalizzazione razionale. Nel primo caso:
A: evento attivante = prese in giro degli amici sulla sua scarsa virilità
C: sintomo = disperazione, desiderio di farla finita
Bi: verbalizzazione irrazionale = “i miei amici mi considerano un impotente; questa è una cosa assolutamente insopportabile, non è possibile vivere in questo modo!”
Bi rappresenta dunque la verbalizzazione irrazionale. L’importanza che Antonello dà all’opinione dei propri amici, almeno riguardo il tema mascolinità, è tale da far si che l’evento A possa provocare C. Per molte altre persone, A non avrebbe potuto mai condurre a C. Ma andiamo avanti, perché come ho detto il racconto precedente offre ad Antonello l’opportunità di mostrare anche una forma di pensiero più razionale:
A: evento attivante = Defaiance con Elisabetta
C: sintomo = dispiacere, leggero turbamento
Br: verbalizzazione razionale = il fatto che abbia avuto un problema con Elisabetta, non fa di me un impotente. Uscendo ancora con lei, sarà evidente che si è trattato di un episodio isolato.
In questo secondo caso, Antonello si mostra molto razionale ed equilibrato; infatti il sintomo è quello appropriato, ovvero un normale dispiacere. La ragione per cui in un caso Antonello riesce ad essere così razionale, e in un altro invece esattamente l’opposto, è probabilmente da cercare nell’importanza che egli conferisce all’opinione degli amici, e quindi in un’ulteriore verbalizzazione.
Mario Di Pietro nell’edizione italiana del testo di Ellis L’Autoterapia Razionale Emotiva[11], evidenzia come le più frequenti idee irrazionali possano essere sottese al concetto di Doverizzazione. Di Pietro sintetizza così:
· Doverizzazioni su se stessi («Io devo agire bene ed essere approvato da tutte le persone per me significative, altrimenti sono un assoluto incapace ed è terribile»).
· Doverizzazioni sugli altri («Gli altri devono trattarmi bene e agire come io penso che debbano assolutamente agire, altrimenti sono delle carogne, dei mascalzoni e meritano di pagarla»).
· Doverizzazioni sulle condizioni di vita («Le cose che mi succedono devono essere proprio come io pretendo che siano e tutto deve essere facile e gradevole, altrimenti la vita è insopportabile»).

Ma cosa sono le doverizzazioni? Perché sono così presenti e influenti nel nostro modo di ragionare tanto da essere fonte per noi di ansie, depressioni ecc?
La doverizzazione altro non è che la trasposizione di un principio di necessità. “Io devo agire bene” è in realtà “E’ necessario che io agisca bene”; “Le cose devono andare in un certo modo” va letto come “è necessario che le cose vadano in un certo modo”. Non è una specificazione da poco. Le idee irrazionali trovano linfa e si stratificano nel nostro sistema di convinzioni proprio perché prendono la forma di assiomi. Tutte le nostre convinzioni si fondano su assiomi, da cui derivano corollari di varia natura. Quello che ci interessa stabilire è che le idee irrazionali si manifestano e traggono la loro forza persuasiva dall’essere assimilate come leggi, in particolare leggi di necessità.
In logica si parla di implicazione materiale. Ovvero, la forma: se…allora…( Se piove, allora la terra si bagnerà) [inserire nota più precisa sugli effettivi valori di verità dell’implicazione materiale)
Anche le nostre doverizzazioni irrazionali hanno questa struttura. Se x allora y. Pur se non esplicitamente presenti nella verbalizzazione, le doverizzazioni hanno un loro fondamento, la giustificazione razionale per cui da essa, per implicazione materiale, si perviene a y, ovvero la doverizzazione.

Le doverizzazioni possono dunque essere spiegate come delle implicazioni materiali infondate, o meglio fondate su un elemento di volontà. La doverizzazione “Le cose devono andare come io pretendo che siano” è dunque:”siccome pretendo che le cose vadano in un certo modo, allora devono andare proprio in quel modo”. Ancora più precisamente, nell’assumere forma assiomatica:”se io voglio che le cose vadano in un certo modo, allora devono andare in quel modo”.
Proponiamo in forma logica l’espressione:
«Le cose che mi succedono devono essere proprio come io pretendo che siano e tutto deve essere facile e gradevole, altrimenti la vita è insopportabile».
Riformulata in:
«Se voglio/desidero che le cose vadano in un certo modo, allora devono andare in quel modo, altrimenti la vita è insopportabile»
L’ultima espressione (“la vita è insopportabile”) rappresenta un altro errore nel trasformare un proprio vissuto in un assioma. Ma andiamo a simbolizzare:
CNCpqr
Nella simbologia di Ukasievick.
Ovvero:”Se non si da il caso che p implichi q, allora r”
Dove: p=voglio che le cose vadano in un certo modo; q=le cose vanno in un certo modo; r=la vita è insopportabile
Lo formula è corretta da un punto di vista logico. Dando per buono che r sia davvero una conseguenza necessaria del fatto che p non implichi q, allora il risultato sarà sempre e inevitabilmente r, poiché p non implica mai q.
La pretesa di far derivare qualcosa che riguardi il mondo esterno (ma anche noi stessi!) dalla nostra semplice volontà, dal nostro desiderio, è un modo di pensare puerile in senso stretto, poiché riproduce l’attitudine dei bambini a considerare il mondo esterno come un prolungamento della propria volontà. Le frustrazioni a cui vanno incontro negli anni servono a formare il principio di realtà.
Dunque, riassumendo, questa tipologia di verbalizzazione irrazionale (doverizzazione) è un ragionamento della forma dell’implicazione materiale, per cui un desiderio dovrebbe comportare una condizione oggettiva, pena uno stato di malessere.
Attraverso questi schema interpretativo, ovvero il riconoscimento delle doverizzazioni/leggi di necessità, è dunque possibile riconoscere le forme di pensiero infantile. E’ mia convinzione inoltre, e sono persuaso di poterlo argomentare in questo lavoro, che lo schema A-B-C della RebT sia un efficace strumento utile al progressivo e continuo superamento del pensiero infantile in favore di un pensiero adulto e, dunque, una più adeguata adultità.
Una riflessione sulla natura delle idee/verbalizzazioni irrazionali può essere infatti utile ai fini di una maggiore consapevolezza di esse, che poi è il primo passo per la loro risoluzione. Questo avviene attraverso una riformulazione dell’idea in una forma razionale e una serie di tecniche di comportamento il cui approfondimento tuttavia esula dai fini di questo lavoro.
Ovviamente i desideri non possono mai essere legati alla loro realizzazione mediante un rapporto di causa-effetto, un legame “necessario”. Anche considerare il malessere come conseguenza inevitabile, “necessaria” della mancata realizzazione del proprio desiderio, è un atto arbitrario, che nulla ha a che fare con la logica. Convincendosi di questo, si può cominciare a lavorare per sostituire la verbalizzazione irrazionale infantile.
“Se non riuscirò a superare brillantemente l’esame, avrò dimostrato di essere un buono a nulla, e per me ciò sarà insopportabile”
Significa in realtà:
“Siccome non voglio passare per un buono a nulla, devo superare brillantemente l’esame. Se non vi riuscirò, non potrò sopportarlo”
Formulata correttamente è:
“Siccome non voglio passare per un buono a nulla, desidero superare brillantemente l’esame. Se non vi riuscirò, sarà molto dura”
Sono intervenuto sulla verbalizzazione in due modi diversi; nel primo caso, ho sostituito la doverizzazione con un atto di volontà, e non più di necessità oggettiva. Nel secondo caso, la forma di “implicazione materiale” è intatta, ma è il suo contenuto ad essere modificato. Non è vero infatti che sarà insopportabile, ma solo molto duro da sopportare.
E’ possibile desumere da quanto esposto una serie di insight:
1) L’adultità rappresenta una tensione verso una condizione di maggiore adeguatezza alla realtà
2) La capacità di elaborare un pensiero adulto è condizione ineludibile di una buona adultità
3) Il pensiero infantile si esprime nella forma di leggi di necessità, ovvero rapporti di causa-effetto tra la propria volontà e la realtà oggettiva, la cui mancata realizzazione provoca frustrazione. Il pensiero adulto si sviluppa attraverso un progressivo distacco da questa modalità di giudizio.
Lo schema A-B-C della RebT, attraverso la messa in discussione e risoluzione delle doverizzazioni/leggi di necessità, è un efficace strumento per lo sviluppo di un pensiero adulto.


4. Rinforzi della società al pensiero infantile: pensiero adulto e pensiero critico



Il pensiero infantile non è un problema esclusivamente individuale, bensì di natura fortemente sociale. La cultura di massa e la comunicazione mediatica evidenziano spesso una spiccata attitudine (colposa o dolosa) al pensiero puerile, rinforzando così le strutture di pensiero imperniate su false leggi di necessità.
L’esempio più illuminante è quello della tautologia “volere è potere”. E’ uno slogan di straordinario impatto e una vera e propria verbalizzazione infantile sociale. E’ un teorema, foriero di innumerevoli doverizzazioni. Poniamo un esempio:

Antonio ha completato i suoi studi di giurisprudenza in maniera brillante, e desidera ardentemente diventare un magistrato. Prepara dunque con meticolosità le materie d’esame del concorso, impegnandosi con tenacia e dedizione. Purtroppo però, nonostante l’impegno profuso, non riesce a superare le prove scritte del concorso. L’esito negativo dell’esame conduce Antonio ad un profondo stato di avvilimento, tale da influire negativamente sui suoi studi e pregiudicando altre possibilità di cui avrebbe potuto giovarsi.

Il Prof. Albert Ellis avrebbe immediatamente contestato l’espressione “l’esito negativo dell’esame conduce Antonio ad un profondo stato di avvilimento […]”, individuando nelle sue verbalizzazioni inerenti l’insuccesso, e non nell’insuccesso stesso, la causa reale del suo malessere. Ma procediamo con ordine attraverso la consueta modalità espositiva:

A: evento attivante = esito negativo delle prove scritte del concorso

C: sintomo = avvilimento, diminuzione di autostima

Bi: verbalizzazione irrazionale/infantile – “volere è potere”, io non sono riuscito a superare l’esame. Questo vuol dire che il problema sono io, sono un fallito e questo significa che non merito nulla.

La verbalizzazione infantile di Antonio trova uno straordinario rinforzo nella massima sociale che identifica volontà e conseguimento dell’oggetto della volontà.
La tautologia “volere è potere” è pensiero infantile allo stato puro, la teorizzazione di un’incongruenza logica. In questo caso il disputing prende la forma del cosiddetto pensiero critico, e la discussione delle verbalizzazioni irrazionali diventa analisi di una proposta culturale sociale.
Non è necessario in questa sede dilungarsi in una disamina della tautologia volere è potere; quanto scritto fino ad ora è sufficiente ad evidenziarne la puerilità. Nel caso specifico di Antonio, la verbalizzazione razionale a compimento di un efficace disputing sarà:

Br: verbalizzazione razionale/adulta = volere e potere sono due cose diverse, non solo non si identificano ma possono addirittura essere inconciliabili. Nonostante l’impegno profuso non ho superato l’esame; le ragioni possono essere molteplici, ma nessuna giustifica un mio calo di autostima.

In sostanza, il cosiddetto pensiero critico, declinato nella messa in discussione di principi culturali socialmente radicati, è una modalità di crescita e sviluppo del pensiero adulto.
Svelare e aggredire intellettualmente le costruzioni culturali infantili della società è un modo per sviluppare la propria adultità.
La cosa non riguarda soltanto gli adolescenti o i giovani, ma tutti gli individui di qualunque età, poiché come abbiamo evidenziato più volte, quello di adultità è uno stato mai del tutto realizzato. Alla luce di questa tesi, risalta maggiormente l’importanza e la portata culturale del concetto di educazione permanente.

Conclusioni


Educare e ri-educare sono due concetti molto diversi, e tuttavia accomunati dal medesimo obiettivo di favorire la crescita del soggetto attivo/passivo del rapporto educativo. Qualunque concezione pedagogica non può prescindere dalle seguenti considerazioni:
1) Ogni essere umano è un individuo in costante divenire
2) Il cambiamento di un individuo è positivo se orientato in direzione di una sua maggiore responsabilizzazione e acquisizione di consapevolezza; in sostanza, se riconducibile al concetto di crescita
3) La crescita è un processo costante, che accompagna la vita dell’individuo per tutta la sua durata
Dunque, lo stadio di adultità non è una fase della vita, ma soltanto un momento e un aspetto della crescita, un orizzonte verso il quale va orientato l’intervento di accompagnamento (che sia educativo o ri-socializzante) del discente.
Condizione essenziale per una buona adultità è la capacità di pensare in maniera adulta, ovvero in modo razionale. Ovviamente, così come l’adultità in generale, anche il pensiero adulto non rappresenta uno stadio definitivo dell’attività cognitiva, ma si sviluppa attraverso una costante contrapposizione dialettica alle forme di pensiero infantile.
Il metodo di discussione delle doverizzazioni irrazionali della RebT, è un ottimo strumento di lavoro per favorire lo sviluppo di un pensiero razionale.
In sostanza, la crescita di un individuo, dal punto di vista cognitivo, si realizza attraverso un processo dialettico di critica al pensiero puerile, sostituendo le doverizzazioni irrazionali con più appropriate asserzioni aderenti al principio di realtà.


[1] Scognamiglio D., La Filosofia in Carcere, in Universale/Singolare: La Politica del Benessere, Aperia ed., 2006
[2] V. anche Frixione M., Come Ragioniamo, Laterza, 2007
[3] V. anche Demetrio D., L’età adulta – teorie dell’identità e pedagogie dello sviluppo, Carocci ed., 2001
[4] Freud S., Al di là del principio del piacere, Boringhieri, Torino, 1977
[5] Jung C.G., Le diverse età dell’uomo, in Id., Il problema dell’inconscio nella psicologia moderna, Einaudi, Torino, 1959
[6] Erikson E.H., I cicli della vita. Continuità e mutamenti, Armando ed., Roma, 1984
[7] Adler A., La conoscenza dell’uomo, Mondatori, Milano, 1964
[8] Husserl E., Idee per una fenomenologia pura e una filosofia fenomenologia, Einaudi, Torino, 1965
[9] Gould R.L., Transformations, Simon and Schuster, New York, 1978
[10] Ellis A., Ragione ed Emozione in Psicoterapia, a cura di C. De Silvestri, Astrolabio Ubaldini, 1989
[11] Ellis A., L’autoterapia razionale emotiva, a cura di M. Di Pietro, Centro Studi Erickson, 1993

Tratto da D. Scognamiglio, Scienze del pensiero e del comportamento - rivista di psicologia, pedagogia ed epistemologia delle scienze umane, aprile 2008

giovedì 27 marzo 2008

Il voto

Prima di andare a votare, perché alla fine ci andrò, faccio una riflessione sul voto.
Innanzitutto, vorrei precisare che il richiamo al voto utile è un vero e proprio inganno logico e mediatico, un’arma di propaganda che sia Berlusconi sia Veltroni usano con molta disinvoltura. Il voto del singolo cittadino, diversamente dalla politica attiva e dai movimenti d’opinione, è assolutamente ininfluente e, ai fini degli equilibri politici, del tutto inutile.
Il voto ha una valenza fondamentalmente etica, che facilmente metabolizza anche obiezioni di matrice kantiana del tipo “se tutti facessero così…”. Proprio in quest’ottica, votare per un partito del 37%, per uno dello 0,5% o non votare affatto, ha la stessa utilità/inutilità.
Il voto singolo, avulso da un contesto di pratica politica e culturale attiva, è una scelta morale e basta.
Quindi il non votare, o votare partiti piccoli, non è meno utile o dignitoso che dare il proprio assenso a quelli più grandi.
Tuttavia, seguendo un po’ i vari dibattiti, non posso fare a meno di notare una cosa:
I piccoli partiti fanno campagna elettorale come se dovessero davvero aspirare al governo. Questo gli consente di spararle grossissime (tanto non dovranno mai provare ciò che asseriscono), di rosicchiare qualche voto di opinione facendo leva su retorica e populismo, e soprattutto di non dire nulla su ciò che effettivamente faranno. Chi se ne frega dei loro programmi di governo? Sarebbe utile invece sapere cosa intendono proporre, in virtù di una più ragionevole previsione di consenso. Invece quando qualche giornalista fa domande riconducibili a tale questioni, scattano le olimpiadi di arrampicata sugli specchi (queste non le boicotta nessuno?).

lunedì 17 marzo 2008

Articolo di Roberto Saviano

Se un voto si compra con cinquanta euro


Scritto da Roberto Saviano da la Repubblica, 15-03-2008 08:26
Nessuno vincerà le elezioni in Italia. Nessuno. Perché finora tutti sembrano ignorare una questione fondamentale che si chiama "organizzazioni criminali" e ancor più "economia criminale". Non molto tempo fa il rapporto di Confesercenti valutò il fatturato delle mafie intorno a 90 miliardi di euro, pari al 7 per cento del Pil, l´equivalente di cinque manovre finanziarie. Il titolo "La mafia s.p.a. è la più grande impresa italiana" fece il giro di tutti i giornali del mondo, eppure in campagna elettorale nessuno ne ha parlato ancora. E nessuna parte politica sino a oggi è riuscita a prescindere dalla relazione con il potere economico dei clan. Mettersi contro di loro significa non solo perdere consenso e voti, ma anche avere difficoltà a realizzare opere pubbliche.
Non le vincerà nessuno, queste elezioni. Perché se non si affronta subito la questione delle mafie le vinceranno sempre loro. Indipendentemente da quale schieramento governerà il paese. Sono già pronte, hanno già individuato con quali politici accordarsi, in entrambi i schieramenti. Non c´è elezione in Italia che non si vinca attraverso il voto di scambio, un´arma formidabile al sud dove la disoccupazione è alta e dopo decenni ricompare persino l´emigrazione verso l´estero. E´ cosa risaputa ma che nessuno osa affrontare. Quando ero ragazzino il voto di scambio era più redditizio. Un voto: un posto di lavoro. Alle poste, ai ministeri, ma anche a scuola, negli ospedali, negli uffici comunali. Mentre crescevo il voto è stato venduto per molto meno. Bollette del telefono e della luce pagate per i due mesi precedenti alle elezioni e per il mese successivo. Nelle penultime la novità era il cellulare. Ti regalavano un telefonino modificato per fotografare la scheda in cabina senza far sentire il click. Solo i più fortunati ottenevano un lavoro a tempo determinato. Alle ultime elezioni il valore del voto era sceso a 50 euro. Quasi come al tempo di Achille Lauro, l´imprenditore sindaco di Napoli che negli anni cinquanta regalava pacchi di pasta e la scarpa sinistra di un paio nuovo di zecca, mentre la destra veniva recapitata dopo la vittoria. Oggi si ottengono voti per poco, per pochissimo. La disperazione del meridione che arriva a svendere il proprio voto per 50 euro sembra inversamente proporzionale alla potenza della più grande impresa italiana che lo domina. Mai come in questi anni la politica in Italia viene unanimemente disprezzata. Dagli italiani è percepita come prosecuzione di affari privati nella sfera pubblica. Ha perso la sua vocazione primaria: creare progetti, stabilire obiettivi, mettere mano con determinazione alla risoluzione dei problemi. Nessuno pretende che possa rigenerarsi nell´arco di una campagna elettorale. Ma nel vuoto di potere in cui si è fatta serva di maneggi e interessate miopie prevalgono poteri incompatibili con una democrazia avanzata. E´ una democrazia avanzata quella in cui 172 amministrazioni comunali negli ultimi anni sono stati sciolti per infiltrazione mafiosa? O dove dal ´92 a oggi, le organizzazioni hanno ucciso più di 3.100 persone? Più che a Beirut? Se vuole essere davvero nuovo, il Partito Democratico di Walter Veltroni non abbia paura di cambiare. Non scenda a compromessi per paura di perdere. Il governo Prodi è caduto in terra di camorra. Ha forse sottovalutato non tanto Clemente Mastella, il leader del piccolo partito Udeur, ma i rischi che comportava l´inserimento nelle liste di una parte dei suoi uomini. Personaggi sconosciuti all´opinione pubblica, ma che negli atti di alcuni magistrati vengono descritti come cerniera tra pubblica amministrazione e criminalità organizzata. Nel frattempo il governo ha permesso al governatore della Campania Bassolino di galleggiare nonostante il suo fallimento nella gestione dell´emergenza rifiuti. E non ha capito che quella situazione rappresenta solo l´esempio più clamoroso di quel che può accadere quando il cedimento anche solo passivo della politica ad interessi criminali porta allo scacco. Tutto questo mentre il centrodestra guidato da Silvio Berlusconi assisteva muto o giustificatorio ai festeggiamenti del governatore della Sicilia Cuffaro per una condanna che confermava i suoi favori a vantaggio di un boss, limitandosi a scagionarlo dall´accusa di essere lui stesso un mafioso vero e proprio. La questione della trasparenza tocca tutti i partiti e il paese intero. Inoltre molta militanza antimafiosa si forma nei gruppi di giovani cattolici i cui voti non sempre vanno al centrosinistra. Anche questi elettori dovrebbero pretendere che non siano candidate soubrette o personaggi capaci solo di difendere il proprio interesse. Pretendano gli elettori di centrodestra che non ci siano solo soubrette e a sud esponenti di consorterie imprenditoriali. E mi vengono in mente le parole che Giovanni Paolo II il 9 maggio del 1993 rivolse dalla collina di Agrigento alla Sicilia e all´Italia ferita dalle stragi di mafia: «Questo popolo… talmente attaccato alla vita, che ama la vita, che dà la vita, non può vivere sempre sotto la pressione di una civiltà contraria, civiltà della morte… Mi rivolgo ai responsabili... Un giorno verrà il giudizio di Dio». Parole che avrebbero dovuto crescere nelle coscienze. È tempo di rendersi conto che la richiesta di candidati non compromessi va ben oltre la questione morale. Strappare la politica al suo connubio con la criminalità organizzata non è una scelta etica, ma una necessità di vitale autodifesa. Io non entrerò in politica. Il mio mestiere è quello di scrittore. E fin quando riuscirò a scrivere, continuerò a considerare questo lo strumento di impegno più forte che possiedo. Racconto il potere, ma non riuscirei a gestirlo. Non si tratta di rinunciare ad assumersi la propria responsabilità, ma considerarla parte del proprio lavoro. Tentare di impedire che il chiasso delle polemiche distolga l´attenzione verso problemi che meno fanno rumore, più fanno danno. O che le disquisizioni morali coprano le scelte concrete a cui sono chiamati tutti i partiti. È questo il compito che a mio avviso resta nelle mani di un intellettuale. Credo sia giunto il momento di non permettere più che un voto sia comprabile con pochi spiccioli. Che futuri ministri, assessori, sindaci, consiglieri comunali possano ottenere consenso promettendo qualche misero favore. Forse è arrivato il momento di non accontentarci. Nel 1793 la Costituzione francese aveva previsto il diritto all´insurrezione: forse è il momento di far valere in Italia il diritto alla non sopportazione. A non svendere il proprio voto. A dare ancora un senso alla scelta democratica, scegliendo di non barattare il proprio destino con un cellulare o la luce pagata per qualche mese.