sabato 22 novembre 2008

La mission culturale per una nuova forza di sinistra

Il progetto di una nuova costituente per la sinistra si colloca in una fase emergenziale, conseguente all’esito disastroso delle ultime elezioni che hanno relegato – per la prima volta dalla fine della seconda guerra mondiale – la sinistra comunista fuori dal Parlamento.
Inevitabile, dunque, nel patrimonio genetico di una nuova forza di sinistra, la riflessione profonda sulle regioni di una sconfitta storica, esito di un progressivo scollamento dalle forze sociali, dalla cittadinanza, dai luoghi di vita e lavoro. Soprattutto, dai luoghi del disagio.
Tuttavia, la disfatta dell’Arcobaleno è soltanto la punta di un iceberg, la parte visibile di una ferita apertasi nel 1989. Idealmente, è dai cocci del muro che si deve ricominciare a costruire.
Ciò di cui abbiamo bisogno è una sinistra con un progetto politico e culturale riconoscibile, non asservito agli umori del ceto medio o alle malinconie di irriducibili rivoluzionari.
Una sinistra in grado di proporsi attivamente nel dibattito culturale, di fronteggiare il pensiero unico e proporre una diversa e più scientifica lettura delle dinamiche sociali.
Una sinistra in grado di stare tra le persone, di crescere partendo dal basso, di rappresentare il disagio delle fasce più deboli di popolazione.
Nuova deve essere l’energia, la voglia di essere motore propulsore delle dinamiche di cambiamento, nuovo il desiderio di protagonismo politico e sociale.
Nuove devono essere le modalità di incontro con la cittadinanza, la qualità dell’impegno e della comunicazione.
Nuovi dovrebbero essere i volti, i nomi.
Nuove le parole d’ordine e, forse, i simboli.
Ciò che non deve cambiare, invece, è ciò che rende tale una forza di sinistra: le istanze progressiste, la matrice culturale, l’orizzonte etico, la scelta operativa.
Personalmente, individuo nel lessico utilizzato a suo tempo da Pizzorno, ovvero la dicotomia concettuale di “inclusione/esclusione”, la bussola ideale per l’orizzonte etico di una nuova sinistra.
Sinistra è inclusione, estensione della cittadinanza, partecipazione, articolo 3 della nostra Costituzione, universalità dei diritti, dignità sociale.
La storia della sinistra è soprattutto rivoluzione culturale; non quella di Mao, bensì quella del “rovesciamento” dei paradigmi. Quella che ha insegnato agli operai che non dovevano ringraziare i padroni per il fatto di lavorare.
Il coraggio, dunque, di un pensiero di rottura, che non asseconda gli umori dell’elettorato ma – se necessario – lo traumatizza.
Rovesciare i paradigmi culturali dominanti orientati all’esclusione sociale: questa deve essere la mission culturale di una nuova sinistra.
Prendiamo l’esempio delle “classi ponte”, la proposta leghista di separare i percorsi scolastici dei bambini extracomunitari da quelli italiani, fino all’acquisizione di un livello di conoscenza della lingua italiana tale da rendere possibile l’integrazione scolastica (traduzione: tale da non far perdere tempo ai nostri ragazzi).
Non ci siamo risparmiati nel contestare in ogni modo questo irricevibile e goffo tentativo di far passare una scelta di esclusione sociale per un tentativo di favorire l’integrazione degli studenti extracomunitari. Si è più volte ribadito come sia l’integrazione a favorire la conoscenza della lingua e non il contrario; come una scelta del genere sul lungo periodo produrrebbe antagonismo sociale e dunque maggiore insicurezza ecc…
Tuttavia, una forza di sinistra deve avere il coraggio di capovolgere radicalmente il punto di vista, in un’ottica decisa di inclusione sociale: anche i nostri ragazzi, in verità, hanno bisogno di imparare a integrarsi con gli immigrati. Le classi ponte rappresentano una discriminazione nei confronti degli extracomunitari, ma anche la privazione di un’opportunità di crescita intellettuale e morale per i nostri figli.
Non c’è nulla di scandaloso in questo concetto, è un’ottica di inclusione sociale, crescita morale, ciò che dovrebbe essere patrimonio irrinunciabile di una forza di sinistra.
Ovviamente, non sfugge la complessità delle dinamiche sociali, in particolare per quanto riguarda i fenomeni migratori. Il pensiero critico deve dunque svilupparsi su un duplice binario: da un lato, l’aggressione ai paradigmi culturali dell’intolleranza e dell’esclusione sociale; dall’altro, il confronto – non più procrastinabile – con i tabù della sinistra.
E’ necessario mostrare la possibilità di un modo diverso di pensare e osservare gli eventi e le dinamiche sociali, attraverso la pratica costante e l’assiduo lavoro di aggressione al pensiero unico.
Quante volte abbiamo ascoltato genitori preoccupati perché il proprio figlio è vittima di atti di bullismo. Ma quante poche volte abbiamo sentito genitori preoccupati perché il proprio figlio è un bullo!
E’ nelle piccole dinamiche sociali che si annida il germe patogeno dell’intolleranza, dell’indifferenza ai valori morali.
Quanto avvenuto il mese di maggio a Ponticelli - il pogrom, l’attacco incendiario, il saccheggio di un campo nomadi, ma soprattutto la disarmante solidarietà popolare con i carnefici anziché con le vittime di un’aggressione barbarica - non è il semplice risultato di una vergognosa campagna mediatica (che pure c’è stata), ma l’esito di un lungo processo in cui la cultura dell’esclusione sociale ha trovato tempo e modo di sedimentarsi, conquistare uno spazio e una dignità sociale.
A un punto tale, che oggi è possibile che un politico possa permettersi di parlare (anzi scrivere…e scripta manent!) – sempre a proposito delle classi ponte - di discriminazione transitoria positiva a favore dei minori immigrati.
E questo processo si è svolto sotto la spinta dei gutturali slogan della destra più becera, trovando solo la debole resistenza di una sinistra balbettante.
Una rinascita culturale, dunque. Che non è l’oziosa attività politica degli intellettuali, ma forza di rinnovamento, di cambiamento.
Sarebbe sufficiente valutare l’impatto, la forza trainante del lavoro di Roberto Saviano.
Luciano Canfora, nell’opera Critica della Retorica Democratica, scrive:

E’ il ceto intellettuale quello che fa funzionare i centri nevralgici del mondo egemone. E’ quel ceto che va conquistato alla critica. Urge una nuova critica dell’economia che spieghi ai ceti decisivi del primo mondo che sono anch’essi degli sfruttati. E che lo sono in primo luogo in quello che è da considerarsi il massimo dei beni: l’intelligenza. E’ dal cuore del sistema che verrà la nuova crisi: in un tempo lunghissimo e dopo una lunga ricerca. Non è importante esserci, è importante saperlo.

E’ dunque prioritario per una nuova forza di sinistra, produrre e contribuire a diffondere una cultura dell’inclusione sociale. “Cultura” nel senso più ampio, comprensivo di pensiero e prassi. Una cultura dell’intervento, della presenza, che si esprima attraverso l’azione sul territorio, il sostegno alle fasce più deboli della popolazione, in grado di radicarsi dove sembra non poter crescere nulla.
Tempo fa un mio collega, Nicola Albanese, faceva notare come nell’uso comune sia stato distorto il significato del termine “esclusivo”, stravolgendone la semantica al punto da attribuirgli una valenza positiva. Un locale esclusivo, ad esempio, è un locale di livello, frequentato soltanto dalla “gente migliore.
Noi pretendiamo, al contrario, di proporre e difendere una cultura dell’inclusione.
Noi vogliamo il rovesciamento delle categorie culturali dominanti: non ci importa niente – ma proprio niente! – di quanto impieghi il primo arrivato a tagliare il traguardo. A noi interessa in quanti riescono a raggiungerlo.

venerdì 21 novembre 2008

Sit-In Educatori Penitenziari

Allego la mia personalissima ricostruzione del Sit-In tenutosi il 13-11-2008 davanti a Camera dei Deputati e Senato, al fine di evidenziare la paradossale situazione dei 397 educatori penitenziari vincitori di un concorso bandito nel 2003.
Per ulteriori dettagli, visitare il sito: http://www.educatoripenitenziari.it/index.php

Sit In

Il 13 novembre 2008, il comitato “I Nuovi Educatori Penitenziari” realizza un sit-in di protesta davanti a Camera dei Deputati e Senato.
La causa è sacrosanta: siamo vincitori e idonei di un concorso bandito nel 2003, conclusosi soltanto nel giugno del corrente anno, e senza ancora nessuna certezza sui tempi di assunzione.
Si parla di essere chiamati “a scaglioni”, parte nel 2009 e parte nel 2010.
Insomma, nella migliore delle ipotesi, il conto complessivo sarà di 7 anni di attesa. Qualcuno deve aver rotto uno specchio…
Il comitato si è costituito poichè si è ritenuto che anche un anno in più possa fare la differenza; e poi – diciamolo pure – perché sulla scadenza del 2010 neanche metteremmo la mano sul fuoco…
Prosaicamente, qualcuno di noi fa riferimento ad una Legge di Murphy: “Se qualcosa può andar male, lo farà”.
E poi, questi benedetti fondi per assumerci ci sono. C’è la cassa delle ammende. Potremmo usare quelli, e poi tornare a riempirla con i fondi delle nostre assunzioni quando arriveranno (tanto al massimo si tratta del 2010, giusto?).
E allora…si va!
La mia giornata parte benissimo. Neanche esco di casa che vengo travolto da un’onda anomala e raggiungo la stazione centrale assieme ad un cumulo di detriti. Impresentabile, salgo sul treno ansioso di raggiungere i miei futuri colleghi.
A Roma, invece, splende il sole. Decido quindi di raggiungere a piedi Piazza Montecitorio, trotterellando allegramente per le vie del centro. Quando raggiungo il sit-in, riconosco subito la mia amica Laura. Provo a farle un gesto di saluto sollevando il braccio, ma è un attimo…il cielo si rannuvola, un tuono rompe il silenzio, la pioggia scroscia violentemente…devo averlo rotto io, quel famoso specchio, nel 2003. Ad ogni modo, abbasso rapidamente il braccio prima di essere accusato di aver comandato la pioggia.
Il sit-in è stato organizzato benissimo. C’è il gazebo con il materiale informativo, cartelli, striscioni, volantini, palloncini per attirare l’attenzione, la cassa delle ammende…; saluto Federico, venuto giù da Torino, e finalmente conosco di persona la nostra Presidentessa. Lina mi saluta con una stretta di mano vigorosa, mi riassume rapidamente quanto avvenuto fino a quel momento, con gli occhi che fanno scintille e promettono battaglia. Soprattutto, promettono e mantengono.
Finalmente incontro Marianna, Viviana, e altre persone che fino a qualche ora prima conoscevo soltanto come nick. E poi ci sono i mariti e fidanzati…venuti a dare man forte, a sostenere la battaglia.
Non siamo numerosi, ma non siamo per niente male.
C’è anche qualcuno che fa parte di un altro gruppo, quello che generosamente definiamo “l’altro comitato”. Viene recando seco un ramoscello d’ulivo, parla dell’importanza del nostro sit-in, del fatto che dovremmo essere tutti uniti, che l’unione fa la forza…tutto condivisibile. Che il ramoscello sia autentico o no, lo accettiamo: noi non abbiamo nulla da nascondere, e ben venga – sempre – chi condivide ciò che facciamo e vuole offrire un contributo.
Vuol dire che, nella città dei Figli della Lupa, accoglieremo un Figlio del Leopardo.
Il sit-in si svolge come una prova di resistenza: la pioggia comincia ad infliggere i primi danni al morale dei futuri educatori. Federico si arma di megafono e sfida intemperie e deputati, restituendo il sorriso e la forza a tutto il gruppo.
Arriva l’Onorevole Di Pietro. Anche lui sfida la pioggia armato di un miserrimo ombrellino.
Di Pietro parla e ascolta, circondato da un gruppo di educatori che quasi lo soffoca. Non tanto per lui, quanto per trovare riparo sotto il gazebo. L’onorevole fa un bagno di folla, chi è rimasto dietro un bagno e basta.
L’onorevole si trattiene a lungo assieme a noi, e promette di portare la questione in Parlamento. Ci invita a non demordere. Poi guarda la nostra Presidentessa e capisce che si tratta di una raccomandazione inutile.
Poco dopo, mentre io e il marito di Lina veniamo brutalmente buttati fuori da alcuni portoni in cui abbiamo cercato rifugio, arriva anche la Senatrice Baio.
Il pomeriggio, i superstiti si trasferiscono di fronte al senato. Una spesa rapida per mangiare qualcosa, un the per riscaldare le ossa, ed eccoci di nuovo in piena forma.
Ingaggio una lotta personale con il mio sigaro: zuppo d’acqua, non vuol saperne di accendersi. Ma non me la prendo: i medici mi hanno assicurato che respirare l’aria di Roma equivale a fumarsi un paio di sigari.
Veniamo a sapere dell’intervento della Baio, della solidarietà di Schifani…le notizie che porta Antonio mettono di buonumore.
Nessuno si aspettava di arrivare lì, e tornare a casa con il contratto di assunzione. Abbiamo in ogni caso ottenuto molto. Le cose si conquistano un passo alla volta, e questo è stato indiscutibilmente un passo avanti.
Ci salutiamo contenti di esserci stati, di esserci conosciuti e di esserci bagnati assieme…un onore!
Anche perché, come direbbe Federico:”siamo bagnati…non dei conigli bagnati!”

giovedì 20 novembre 2008

Isteria politica

Ricordo bene le critiche impietose mosse all'impianto della Legge Gozzini, accusata di essere troppo elastica, distante dalle esigenze di sicurezza dei cittadini.
Ricordo bene anche gli strali contro l'indulto.
Ora, il Ministro Alfano propone di evitare del tutto il carcere, agli incensurati, per i reati per cui è prevista la reclusione fino a 4 anni.
Altro che Gozzini...altro che indulto!
Si può anche discutere nel merito questa proposta (che prevede lavori socialmente utili e messa alla prova e che, ad occhio e croce, riterrei accettabile per reati fino a due anni di condanna).
Quello che mi interessa evidenziare, tuttavia, è come - al di là degli slogan da caserma - quella carceraria sia una questione esplosiva che non può assolutamente essere risolta sparando idiozie. Con le idiozie si può arrivare al governo, non governare.
E poi...carcere per i clandestini...carcere per i clienti delle prostitute...carcere per chi butta per strada rifiuti ingombranti...ma niente carcere per reati fino a quattro anni.,.se non è isteria questa...

domenica 19 ottobre 2008

Classi per stranieri...

Riporto la mia risposta ad un intervento della Maestra Elvia, sul blog di Marco Rossi Doria (Link:
http://marcorossidoria.blogspot.com/2008/10/grazie-elvia.html):


E' vero, è un intervento emozionante. Ma soprattutto è lucido...logico...frutto di un pensiero maturo. Ma è inutile inseguire il governo sulle false piste che disegna per noi. Come, nel caso della Gelmini, si cerca di far passare una brutale operazione di "tagli" per una "riforma" - allo stesso modo - vogliono presentarci una piccola Apartheid per un'efficace azione finalizzata all'integrazione degli stranieri...Genitori egoisti (e ignoranti) da sempre si preoccupano che la presenza di disabili nelle aule rallenti il percorso di apprendimento dei propri figli. Figuriamoci poi degli stranieri che neanche conoscono la lingua...Magari, invece, 'sti ragazzi imparassero LORO a stare con disabili e immigrati...perchè siamo noi, in primis, ad avere qualche problema di "integrazione".

giovedì 16 ottobre 2008

Saviano


Piena solidarietà a questo eroe della scrittura; uno dei pochissimi casi in cui la penna si è davvero rivelata più potente della spada.
Ieri sera a Matrix la Meloni ha quasi voluto stigmatizzare la scelta di Saviano di lasciare l’Italia. Perché – diceva – i nostri ragazzi hanno bisogno di esempi; perché potrebbe dare il senso di una sconfitta, vedere che Saviano è costretto ad andare via…
Sciocchezze. Saviano è già un eroe (che gli piaccia o meno), non c’è alcuna necessità che si trasformi in un martire.
Non si può pretendere di avere un popolo di “Saviano”; io non avrei mai avuto il coraggio di sfidare le mafie come ha fatto lui.
Ma niente chiacchiere, non ho voglia di fare predicozzi o incensare questo autore.
Per quanto insignificante possa essere, voglio solo esprimere la mia solidarietà a Roberto Saviano.


La Scienza del Papa...

Il Papa ha asserito che la Scienza non è in grado di elaborare principi etici.
Perché?
Forse perché la Scienza è conoscenza, e la conoscenza evidentemente non è in grado di elaborare principi etici.
La religione è “Rivelazione”, dunque i principi etici possono solo essere “rivelati”.
La Scienza è laica; dunque il laicismo non è in grado di elaborare principi etici.

Detto per inteso, la penso alla maniera opposta: la religione (intesa in senso confessionale) non è in grado di elaborare principi etici; la scienza si.

Ma non è la mia opinione ad essere motivo di interesse: io non sono il Papa, se mi affaccio ad una finestra a pontificare mi tirano ortaggi; se mi vesto con un lenzuolo bianco i bambini per le strade mi prendono a scozzettoni; se parlo male dei preservativi è solo perché quando li uso non sento niente.
E’ l’opinione del Papa, Benedetto XVI, ad essere motivo di interesse, poiché sottende ciò che da anni imputo alla Chiesa: la pretesa di avere il monopolio dell’etica, di poter stabilire ciò che è bene e ciò che è male. In sostanza: ciò che deve essere fatto, e ciò che non deve essere fatto.
Va bene la ricerca scientifica, va bene l’arte, va bene la filosofia…ma entro determinati limiti – limiti etici – stabiliti dall’unica entità deputata a “elaborare principi etici”: la Chiesa.

sabato 13 settembre 2008

Sartori e Canfora sulla democrazia: libera interpretazione

Nell’immaginario comune democrazia è sinonimo di “uguaglianza, giustizia, libertà”.
L’uso fraudolento del termine ne ha ovviamente snaturato il senso; e di questo senso snaturato si riempiono la bocca e le tasche politici e intellettuali, lasciando a pochi eretici l’ingrato compito di additare le nudità dell’Imperatore (v., ad es., “Sudditi”, di Massimo Fini).
Ma per la maggior parte degli attori in campo nella quotidiana bagarre politica, la democrazia non si discute. Piuttosto ognuno accusa l’avversario di oltraggiarla, svuotarla di senso, aggredirla. Ognuno pesca dal mazzo una figura retorica e la mette sul tavolo. La sinistra prende l’uguaglianza, il centro-centro sinistra la giustizia, la destra stringe la presa sulla libertà.
Non sempre nella storia questi concetti hanno avuto ed hanno la stessa fortuna e forza evocativa. Oggi l’uguaglianza tira poco. Anzi, di fronte allo “spavento” per i movimenti migratori, i Rom, gli stupri di gruppo e le truppe di indultati, appare quasi come una minaccia. La sinistra, infatti, è fuori dal Parlamento.
La giustizia è già più efficace…permette infatti all’elettorato “moderato” del centro-centro sinistra di rivendicarla sia per difendersi dai Rom che per attaccare Berlusconi, per dare un calcio in culo ai lavavetri e uno a Dell’Utri. Il problema è che sono in troppi oggi a voler indossare il mantello di giustiziere, e il centro-centro sinistra rischia continuamente di farselo strappare di mano dalle truppe dell’antipolitica, pronte ad usarlo con ancora maggior vigore.
La destra possiede in questo momento l’arma più efficace. La libertà è un’idea dalla forza retorica impareggiabile. Perché, detta così, non significa niente. E’ un concetto vuoto, così come “uguaglianza” e “giustizia”. La ricetta del consenso impone di evitare eccessi di zelo. La finzione ideologica prevede ideali fumosi, in modo da lasciare al singolo la possibilità di cucirseli addosso. La “libertà” è perfetta. Ogni cittadino potrà immaginarla come la “propria libertà”. E chi vorrebbe andare contro la propria libertà? L’uguaglianza è interesse di chi è dal lato sbagliato dell’equazione. Ma ora ci sono gli immigrati, che non votano…non conviene più l’uguaglianza. In soffitta. Oggi vestiamo di libertà. E siamo noi ad essere nudi, non l’Imperatore.
Ma torniamo alla democrazia. In particolare, a due libri di cui ho recentemente completato la lettura: “La democrazia in trenta lezioni” di Giovanni Sartori e “Critica della retorica democratica” di Luciano Canfora.
Il primo testo non ha grosse pretese, nonostante il titolo a carattere particolarmente didattico. E’ un’opera divulgativa, riadattamento di una serie di “pillole” somministrate dal celeberrimo Professore in un programma televisivo. Trenta capitoli, dunque, per illustrare i concetti chiave per comprendere la “democrazia”. E per difenderla, giacché Sartori si prodiga di dare spazio anche alle critiche degli oppositori del dogma democratico. Ma, com’è naturale che sia, lo fa attraverso la propria penna, e dunque non può risultargli particolarmente difficile liquidare le varie obiezioni con poco più di un’alzata di spalle.
Ma il testo è scorrevole, limpido, utile quindi ad alfabetizzare chi è a digiuno sull’argomento.
Sartori prova subito a spaventare l’ignaro lettore, presentando con disinvoltura i paradossi della democrazia. Bobbio illustrava benissimo la duplice natura della democrazia come “mezzo” e “fine” allo stesso tempo. Sartori evidenzia come la democrazia sia contemporaneamente “governo del popolo” e “governo sul popolo”. Il potere è infatti una relazione, per cui un individuo x ha potere su un individuo y. Il professor Chiodi esprime attraverso una formuletta (D/S) la necessità di questa relazione: uno spazio per il Detentore del potere (D), uno per chi il potere lo subisce (S) e uno per i mezzi di esercizio e controllo del potere (/). A meno di non pensare ingenuamente che la democrazia rappresenti il superamento di questo rapporto, e quindi una totale coincidenza di D ed S (autogoverno del popolo), la spiegazione ci viene suggerita dal Professor Sartori: trasmissione rappresentativa del potere.
Quindi mettiamo in cassaforte la prima conquista: la democrazia, in una società complessa, è - e non può non essere - “rappresentativa”. Il popolo non governa dunque nella sua interezza, ma sceglie dei rappresentanti, i quali andranno ad occupare lo spazio “D”. Maliziosamente si potrebbe insinuare che in questo modo il popolo sceglie soltanto chi dovrà comandarli; ma la dialettica democratica è più complessa. I rappresentanti del popolo hanno un tempo a disposizione per esercitare il loro mandato, e convincere gli elettori a rinnovare loro la fiducia. Questa dipendenza del potere dalla legittimazione popolare, è uno degli elementi di garanzia del cittadino. Non oso intervenire sulla formula del Professor Chiodi, ma forse potremmo aggiungere un ulteriore spazio, quello attraverso il quale i “sudditi” condizionano il “potere”. Attraverso il voto e le altre forme di partecipazione che garantisce il sistema democratico. O, più semplicemente, lo spazio “/” andrebbe inteso in senso più dialettico, come luogo di esercizio del potere sia del Detentore che dei Sudditi.
Si evince da quanto detto, il ruolo fondamentale, all’interno di un sistema democratico, dell’opinione pubblica. Va da sé che l’opinione pubblica ha un senso se “libera”.
E’ una questione pregnante, invisa ai sostenitori della democrazia quando gradita ai suoi detrattori.
Ma prioritario, sia nel lavoro di Sartori quanto in quello di Canfora, è individuare chi occupi realmente lo spazio del Detentore. Qual è in confine tra democrazia e oligarchia?
Sartori esplora rapidamente il pensiero di grandi autori come Mosca, Dahl, Schumpeter, fino a sintetizzare il proprio in poche parole: la democrazia è effettivo governo della maggioranza se si sottopone alla regola maggioritaria. Un fatto di ingegneria politica, dunque, la capacità di organizzare il sistema delle decisioni intorno alla regola ereditata da John Locke.
Non vi è dunque un’oligarchia, bensì, come sostiene Dahl, una poliarchia, dove diversi gruppi di potere si alternano nel decidere delle “questioni fondamentali”, e la loro alternanza è la garanzia della partecipazione di tutta la cittadinanza, attraverso i suoi rappresentanti, alle decisioni importanti.
Il quadro che ne emerge non è troppo diverso da quello di un mercato, dove ognuno può acquistare, attraverso il voto, la propria quota di partecipazione. Purtroppo, una singola quota non serve a niente. All’imbonitore farà comodo venderne il più possibile, ma i singoli acquirenti non si ritroveranno un bel niente tra le mani.
Purtroppo molti parolai, e quasi nessun matematico si occupa di democrazia.
La democrazia in cui ogni voto “conta” è una favola per bambini; il voto, per avere peso, deve essere organizzato. La mia partecipazione passa inevitabilmente attraverso l’adesione a gruppi di pressione, così come richiede la dialettica interna ad una poliarchia.
Il testo di Canfora si presenta, sin dal titolo, con un approccio radicalmente opposto:”Critica della retorica democratica”. Si tratta di un testo agile, scorrevole, ma incisivo nell’aggredire i luoghi comuni su cui si fonda la cantilena democratica.
L’oggetto d’analisi è più ampio, rispetto al libro di Sartori; l’indagine si spinge fino alle ragioni storiche e attuali della crisi della sinistra, lasciando trasparire tuttavia ottimismo, fiducia in quel cambiamento che non potrà non avvenire.
Non si tratta dell’altro ritornello, ovvero quello della rivoluzione proletaria. Canfora sfugge con intelligenza e invidiabile leggerezza a luoghi comuni e pregiudizi ideologici.
Sin dalle prime pagine, l’autore segnala la doppiezza delle democrazie occidentali:
innanzitutto, l’ambiguità ideologica. Se le democrazie sono tali al loro interno, sostengono fascismo e dittatura un po’ ovunque per il mondo, rivelando una natura tutt’altro che refrattaria al ricorso alla violenza e all’oppressione. Come saggiamente osservava Thomas Mann, la reale identità di un sistema politico andrebbe misurata su scala planetaria, non nazionale.
In secondo luogo, Canfora svela l’ipocrisia dell’ideologia del consenso. L’elettore infatti non sceglie in assoluto, ma tra una serie di opzioni, soprattutto se ha interesse ad esprimere un “voto utile”. E il voto utile, in tutte le democrazie occidentali, converge verso il centro.
Dunque, viviamo in un “sistema misto”, formato da democrazia (poca) e oligarchia (molta). Questo sistema, infatti, combina il principio elettorale (istanza democratica) con la realtà, opportunamente garantita, della prevalenza dei ceti medio-alti.
E’ sufficiente guardare un po’ in casa nostra. Basti pensare alla censura; i personaggi più temuti non sono gli estremisti, ma quelli in grado di “aggredire” culturalmente il centro. Coloro che possono influenzare il vero ago della bilancia.
Il risultato è l’emarginazione dei ceti meno competitivi e il drastico ridimensionamento della loro rappresentanza.
La democrazia, dunque, non può essere analizzata “in abstracto”, ma nelle sue declinazioni storiche, nella sua concretezza. Le democrazie occidentali sono un sistema di governo che prevede l’alternarsi al potere di rappresentanti del ceto medio. Cambiano dunque i gestori del potere, ma non gli interessi.
Si tratta di poliarchia, come vuole Sartori (o meglio Dahl…), se guardiamo ai “gruppi di potere”. Parliamo invece di oligarchia, come più correttamente – a mio avviso – sostiene Canfora, se guardiamo agli interessi.
La democrazia, a differenza di tutte le forme di governo che l’hanno preceduta, prevede – almeno sul piano teorico - un’assoluta coincidenza dei fini cui ambisce, e i mezzi attraverso cui intende perseguirli. Un cerchio perfetto, un assoluto, in cui il cambiamento è ridotto a mero assestamento. La democrazia, apparentemente, non può essere superata.
E probabilmente, da un punto di vista politico, è davvero così. Canfora affida la speranza nel cambiamento alla cultura, alle intelligenze.
Ma la democrazia è un Leviatano che fagocita qualunque cosa, anche il dissenso, anche la produzione culturale dei suoi “nemici”. Il capitalista pubblica i libri dei suoi detrattori, ed entrambi si arricchiscono. L’interesse, come dicevamo, è lo stesso…nulla cambia all’interno della struttura del Leviatano. Al massimo, come già scritto, è possibile parlare di “assestamento”.
Ma la cultura cui fa riferimento Canfora è un’altra cosa; lo scrittore rivolge la speranza a quelle opere che sono in grado di realizzare rivoluzioni copernicane, di cambiare il modo in cui l’uomo guarda al mondo. Opere come “Il Capitale” di Marx o “L’evoluzione della specie” di Darwin, che hanno segnato un punto di non ritorno nella storia culturale dell’umanità.
Pensieri di forza e capacità rivoluzionaria immensa, in grado di rovesciare lo stomaco dell’ingordo Leviatano.
Pensieri in grado di intervenire nello spazio “/”, e offrire una nuova difesa contro il più potente degli strumenti di dominio della demo-oligarchia: la finzione ideologica.